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Un mezzanino a Soap Country

Tv, cattiva maestra, inveiva Karl Popper, che peraltro non la guardava mai: potere pervasivo e maligno, che corrompe le coscienze e alleva criminali. Ma Popper, diciamolo, era un vecchio trombone, all’Università del pensiero liberale lo metterebbero tutt’al più a spolverare la cattedra di Putin. E comunque i dati gli danno torto: in molti paesi, la televisione esercita un influsso benefico. Cambia i comportamenti della gente, ma in meglio. Insomma, è una buona maestra. In Brasile o in India, per esempio, le tanto denigrate soap operas hanno fatto da levatrici alla liberazione femminile. Un’economista della Bocconi, Eliana La Ferrara, sostiene che dove arrivano le telenovelas di Rede Globo crollano gli indici di natalità: le donne imitano le eroine della tivù e smettono di farsi maltrattare dai mariti.
Noi, che rispetto al Brasile siamo avanti di parecchie Leghe, la nostra Rede Globo l’abbiamo mandata al governo, e le soap operas le viviamo nel quotidiano. Siamo una soap country, dove la fiction non ha niente da insegnare alla realtà. Ma le teste pensanti della Rai ci provano ugualmente, e hanno messo in cantiere alcuni serial di alto valore etico, già approvati dal ministro Bondi. Eccoli.

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Agrodolce e Gabbana: due famosi stilisti (interpretati da Ficarra e Picone) alle prese con le angherie del fisco italiano. In una delle puntate più avvincenti, la coppia fugge tra gli agrumeti, in mutande griffate, con una pattuglia di fiamme gialle alle calcagna.
Neighbours (vicini di casa): due miti coniugi brianzoli, esasperati dal fracasso dei confinanti stranieri, perdono la trebisonda. E i giudici politicizzati li perseguitano.
Abdullah e i suoi fratelli, liberamente ispirato al film di Visconti: immigrato islamico vorrebbe costruire una moschea a Milano, ma dopo l’incontro con Magdi Allam si converte, diventa ostetrico alla Mangiagalli in quota Cielle e combatte la piaga della pillola abortiva.
Un mezzanino al sole: ragioniere ligure riceve in dono da uno sconosciuto un appartamento con vista sul Colosseo. Solo dopo qualche centinaio di puntate scoprirà che l’anonimo benefattore è un potente prelato. Così il ragioniere, che si era allontanato dalla Chiesa per le molestie subite da chierichetto, ritrova la fede. Dio esiste, e firma assegni circolari!
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  • Giacomo Villa |

    Popper un vecchio trombone? Se lo dice lei… Chissà che ne avrebbero pensato Lakatos, Kuhn e Geymonat? Si sarebbero tanto affannati nel tentativo di contraddirlo? E che ne penserebbero Giorello e Antiseri?
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE
    Pensavo che l’ironia fosse evidente. Popper è uno dei miei punti di riferimento ideali. Ora ho scoperto che lo sarebbe anche per il figlio di Bossi. Magari!

  • ugo varnai |

    caro Labate, non ho letto integralmente il suo commento, e non solo per non inorgoglirla. Se la sua prosa non rende giustizia del suo acume, nondimeno è una prova della buona volontà con la quale lei cerca di mettere ordine nelle cose più ingrate del mondo.
    L’analisi non è il suo forte, e nonostante il suo zelo generoso, questo fatto deve aver indotto il dott. Chiaberge a dare al suo intervento il giusto valore.

  • nino labate |

    Caro Chiaberge, ho letto per ben due volte il suo piacevole Contrappunto di oggi, domenica 9 maggio. Ne valeva la pena per una serie di motivi che condivido ma che non indico per non farla troppo inorgoglire! Ne voglio sottolineare solo uno che lei ha toccato “en passant” dandolo quasi per scontato. E che invece scontato non è. Mancano infatti ricerche e studi di lungo periodo e puntuali (che però non interessano a nessuno!) in grado di ribaltare ( se non altro mettere in dubbio) il paradigma degli “effetti” televisivi che domina l’opinione pubblica, anche la più avvertita. Ma forte del suo semplificato “determinismo” e della sua riduzione, domina anche la letteratura e la saggistica. Il giornalismo politico. Tre marginali generazioni di sociologi e studiosi controcorrente, hanno provato a rendere problematico questo paradigma, ma senza risultati. Lo schematizzo con l’esempio canonico portato sempre a sua giustificazione: la pubblicità è fatta apposta per persuadere; la pubblicità in televisione costa moltissimo; dunque la televisione persuade altrimenti le aziende non investirebbero!. Da cui sin dal “Mezzo -Messaggio” passsando dalla “Cattiva maestra” – come dice lei- , sino all'”Homo videns”, e alla “Televisione pedagogica ed educatrice” con le banali e mai verificate generalizzazioni teoriche conseguenti, la televisione esercita influenze (anche con le soap operas, certo ) da cui non ci possiamo difendere. Questa è la pubblicistica vincente. Non ho intenzione di ribaltare inveterati convincimenti che arrivano sino alle influenze sul voto politico -come lei sa bene- anche perchè sono convinto anch’io che la Tv una qualche influenza la eserciti. Specie sui minori. Specie in realtà sociali incontaminate e isolate, come afferma la “sua” Eliana La Ferrara. E specie quando ci sono palesi conflitti di interessi e tentativi di omologazione monopolistici tra “pubblico e privato” attraverso nomine di direttori cortigiani, diktat censori, e quant’altro. Si tratta però di “misurare” questa influenza e vedere “Chi” e su “Chi” ecc.ecc.ecc. Problemi vecchi, come lei sa, della ricerca sull’informazione e comunicazione. Quello che invece io sommessamente posso suggerire, è che quasi tutte le ricerche tacciono sulla realtà sociale dentro cui è posizionato il telespettatore, sul suo contesto culturale e di valori diffusi, sulle sue condizioni economiche, sul clima di libertà politiche esistenti, sulle sue aspettative ecc. Su questo grande problema della mass-mediologia, ora (forse) in via di parziale superamento con l’uso del web, ho avuto con l’indimenticabile Jader Jacobelli (il quale sosteneneva spesso che se la televisione aveva forza di persuasione, la Dc era ancora al potere!!!)uno scambio interessante di vedute su un quotidiano che conservo gelosamente. Esistono studi, sì, sul “contesto” , ma sono marginali. Ci faccia caso: io, per esempio, non ho mai saputo chi fosse la “Casalinga di Voghera” o il “Pantofolaio di Canicattì”. Me li hanno venduti nel vuoto pneumatico! Ora succede che lei, caro Chiaberge, (inavvertitamente?) inserisce nel suo discorso alcuni di questi ragionevoli dubbi bene incastonati nella sua nota ironia, ma che invece sono elementi esplosivi su cui si dovrebbe indagare a fondo. Almeno fino a quando esisterà la televisione centralizzata: “…le soap operas le viviamo nel quotidiano. Siamo una soap country, dove la fiction non ha niente da insegnare alla realtà.”, che fa seguire dall’elegante presa in giro delle “teste pensanti…” e della dirigenza aziendale Rai, che non riconosco più pur avendo lavorato in questo ex servizio pubblico per circa 40 anni! Ma lei, cosi’ scrivendo ha enunciato un programma di ricerca sociale su cui nessuno vuole investire. A partire dalle Università e dalle infinite e spesso inutili cattedre di comunicazione (ora per via del web completamente in crisi) per arrivare a qualche fondazione senza interessi. Mentre invece il vero nodo della comunicazione dei nostri giorni è quello che indica lei. Indagare sul pre-televisivo e sulla realtà oggi non interessa a nessuno! Alcuni anni fa ho sostenuto che la televisione ( internet?) non è un fungo isolato in un bosco di castagni, ma caso mai un castagno leggermente più alto in un bosco di castagni. In altri termini se il “frutto” televisione è marcio, noi non pensiamo mai che è l’albero da cui si alimenta questo frutto che è marcio. E puntiamo l’indice contro il frutto! Gli studi televisivi e i Centri di produzione respirano realtà sociale: “lo spirito del tempo” . Vivono, quando non vogliono creare con l’immaginazione e la fantasia, di realtà sociali. Respirano realtà sociale. La società dunque come frutto marcio causa di tutti mali? Anche se lo penso e anche se credo che è nelle appartenenze sociali e nei conseguenti rapporti interpersonali dei “mondi vitali”, nel clima culturale, che si crea “realtà”, non voglio dire proprio questo. Altrimenti cadrei in un determinismo opposto che non tiene conto della libertà dell’uomo,delle sue libere scelte e del suo “libero arbitrio”. No. Voglio solo dire che noi nei nostri ragionamenti sulla televisione, spesso ignoriamo la realtà. Veda lei se è possibile valutare la televisione, pur nella specificità del suo linguaggio, come un racconto “del” mondo, al posto di un racconto “per” il mondo come comunemente si crede e con tutto quello che ne consegue.
    Accetti un cordiale saluto assieme ai miei complimenti.
    Nino Labate – Roma

  • ugo varnai |

    (Ansa) Il ministro Bondi ha manifestato “disappunto” e “sconcerto” in relazione al Contrappunto di questa settimana, laddove Chiaberge rivela “intempestivamente” il finale di Agrodolce e Gabbana.
    Da parte sua, il ministro Micaela Brambilla ha dichiarato: “Mi riservo di dare mandato agli avvocati di Law & Order per i danni che l’ironia di Chiaberge potrebbe arrecare al nostro Paese. Queste battute, che hanno di mira esponenti del miglior governo degli ultimi trecentocinquant’anni, mi indignano e mi offendono ancor prima come cittadino che come ministro. Inoltre è ora che questo signor Poppe la smetta di gettare discredito sulla Tv”.
    Infine, l’on. D’Alema, riferendosi alle critiche espresse a Chiaberge anche da un noto direttore di giornale, ha rispolverato un’invettiva recente in cui usa correttamente la terza persona del congiuntivo esortativo.

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