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Se il mendicante parla lumbard

Milano, via Moscova, un bel pomeriggio d’aprile. Reduce da una metropolitana allietata dal consueto rap della rom («Scusate-signori-vengo-di-Bosnia-famiglia-povera-tre-figli-senza-casa-senza-lavoro), sono acrobaticamente riuscito a dribblare il libraio ambulante nero (a casa ho già uno scaffale pieno di fiabe senegalesi), mi sono sorbito le invettive dell’edicolante meneghino contro gli strilloni di giornali etnici («Ma la piantino e si tirino su le maniche, come i miei figli che si alzano tutte le mattine alle cinque!»; e ci mancherebbe, hanno ereditato il business di famiglia…), quando vengo arpionato da un tizio di carnagione bianca, tenuta sportiva ma dignitosa: «Dutùr, gh’a di danèe?». Sgrano gli occhi, incredulo. «Sun minga un barbùn, un negher… mi sùn padàn, lumbard! La mia fàbrica l’a sarà e mi gh’ho perdü ’l laùr. Dutùr, sùn a la canèta del gas».
Difficile dire di no a un fratello padano. Chissà come avrebbe reagito il viceministro Castelli: dandogli del «piangina», del piagnucolone, o peggio del furbo, come ai genitori stranieri dell’asilo di Adro che non pagavano le rette per la mensa? Resta il fatto che anche i mendicanti si adattano ai tempi nuovi, come se il bisogno e la generosità si potessero declinare su scala regionale. Anticipando il tanto atteso federalismo fiscale, federalizziamo la carità: corsia preferenziale per gli autoctoni, non solo nelle case popolari, ma pure nelle elemosine.

Roberto_castelli

Un amico di Facebook, giorni fa, raccontava un altro aneddoto: uscendo dall’ufficio, nella centralissima via Manzoni, incoccia in una vecchia macilenta che gli tende la mano. Non una rom coi bambini al seguito, ma una pensionata milanese di 72 anni: «Devo chiedere l’elemosina – si scusa – perché tra l’affitto da pagare e la pensione che non basta, non riesco a mettere insieme il pranzo con la cena». L’amico prima si fruga meccanicamente in tasca alla ricerca di spiccioli, poi ha un’idea migliore: la porta in un bar e le ordina un panino. E invita tutti a fare altrettanto in situazioni simili. Il padano disoccupato, la pensionata denutrita… Ma da dove spuntano i nuovi questuanti? Non vedono i tiggì? Non sanno che siamo usciti dalla crisi? Qualcuno, forse, dovrebbe avvertirli, prima che si prendano gioco di noi.
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  • Lucio PERES |

    Caro Chiaberge, ma perchè Lei l’ altro giorno in TV da Augias ha affermato di essere stato rimosso, se ha ancora questo blog e scrive gli editoriali sul Domenicale del Sole24Ore?
    LUX
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE
    Non sono più responsabile del Domenicale dal 1° dicembre 2009

  • Davinco De Mare |

    “La porta in un bar e le ordina un panino. E invita tutti a fare altrettanto in situazioni simili. Il padano disoccupato, la pensionata denutrita…”
    Signor Chiaberge, la sua è una conclusione formidabile, che potrebbe riportare un po’ di socialità tra i troppi isolati, perduti nella ricerca di una carezza.

  • marioaurelio bianchi |

    Molto più spesso i Lumbard o i Veneti, di cui sono un esemplare, non si espongono sino all’elemosina per strada, ma le situazioni disperate, si sa, si consumano in ambito familiare, sin che la famiglia tiene, o nella stretta cerchia delle amicizie……genitori che aiutano con la propria pensione, o con i risparmi di una vita, figli che non hanno più il lavoro a far crescere e far studiare i bambini, fratelli che si concedono “prestiti” non destinati al rimborso per affrontare problemi contingenti.
    Una sorta di welfare alla buona che ammortizza il profondo malessere di cui fingiamo di non renderci conto, sin che possiamo e poi, quando ci siamo dentro, teniamo nascosto perché la carità, federale sino al livello di gruppo famigliare, dalle nostre parti non si strombazza….

  • Roberto R. |

    Può darsi, anzi voglio pensare che sicuramente non ci fosse intento offensivo, ma altrettanto sicuramente bisognerebbe stare un po’ attenti a come ci si esprime, soprattutto quando si tratta di rispetto per gli altri, e ancor più per chi sta male.
    Ed evitare certi toni paternalistici, che non risolvono niente, anzi.
    Ma mi dica, lei aveva davvero bisogno che “un amico di Facebook” le raccontasse l’episodio del panino?? Lo racconta come se avesse visto un marziano.
    Lei è arrivato alla sua età senza aver mai testimoniato ad un gesto del genere? Senza aver mai dato lei stesso un panino a chi aveva fame?
    Forse siamo messi peggio di quanto pensassi… Meno Facebook, e più Reality… e cominciamo noi per primi, invece di parlarci addosso.

  • Arrigo |

    Eh sì, questa è grave. Una persona, verosimilmente rom, insiste nel disturbare il quieto vivere della linea 2 e di Chiaberge in particolare, il quale giustamente la irride sprezzante (la metropolitana “allietata” dal “rap della rom”… che ridere!!!!).
    Ma come si permette questa zingara?
    Disturbare chi è intento a trasportare il suo grosso grasso deretano dalla poltrona di casa fino a quella dell’ufficio?? robdematt… mai vista na roba insci…
    Certo, questa rom avrà patito privazioni e vissuto esperienze che Chiaberge non può nemmeno immaginare.
    Ma è giusto così.
    Perchè Chiaberge, come me, come un po’ tutti noi si intende, è un dinosauro che sta per estinguersi e ancora non se n’è accorto; è la borghesia decadente che cerca di rintanarsi nel suo bozzolo e di non vedere i segnali (la rom… il mendicante…) di una marea di miliardi di affamati, disperati, senza diritti, una marea che sta montando e che ci spazzerà via.
    Qualcuno di noi l’ha capito, e mostra un po’ di pudore; il pudore di chi ha ben chiaro che:
    1) il privilegio di nascere italiano-benestante piuttosto che africano-mortodiaids è del tutto immeritato;
    2) la nostra vita da privilegiato è appesa a un filo. Ogni giorno che nasce può essere il giorno in cui il filo di spezzerà.
    Ma qualcuno ancora non l’ha capito, e irride.
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE
    Se ha letto anche il resto dell’articolo capirà che il mio intento non era certo quello di irridere ai rom, ma di mostrare come muta l’antropologia del povero, del mendicante, per effetto di una crisi economica, per l’appunto, senza percedenti. Sono convinto come lei che la marea del “quinto stato”, degli immigrati, vada presa molto sul serio e non certo con gli arroccamenti xenofobi e i respingimenti, ma con una lungimirante strategia di integrazione. Però ammetterà anche lei che un certo professionismo dell’accattonaggio abbia qualche aspetto grottesco e ripetitivo, che non convince e non commuove più.

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