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Da Joyce a Gipo: chi non radica non rosica

Scordatevi la stagione dei «déracinés», delle anime vagabonde e senza radici. Dimenticate gli apolidi alla Conrad, gli stranieri in patria come il Leopardi del natio borgo selvaggio, i nomadi stile Joyce, gli esuli alla Nabokov o Némirovsky. Roba d’altri tempi. Adesso è l’ora dei Gipo Farassino: il vecchio chansonnier torinese che venerdì sera ha espugnato il Carignano con la benedizione del neo-governatore Cota. Ormai se non hai radici, anzi «radicamento nel territorio», non sei nessuno. Chi non radica, non rosica. In un paese che di radicato ha soprattutto vizi e pregiudizi, sbaragliati i radicali, è il momento dei radicati, degli apostoli del radicamento. Radicati come i vitigni, come l’insalata trevisana, o il cardo gobbo di Nizza

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Monferrato, o il caciocavallo podolico del Gargano.
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La parola d’ordine è una sola: identità. Un concetto buono per tutti gli usi, a destra come a sinistra. Che nobilita qualsiasi cosa, dallo Slow Food ai Natali senza immigrati, dal lardo di Colonnata ai concorsi riservati agli insegnanti nativi della regione. Ma attenti, identità è «una parola avvelenata», avverte Francesco Remotti. Addirittura? Sì, spiega l’antropologo nel suo saggio L’ossessione identitaria (Laterza). Se una cultura «può essere paragonata a una mappa, o meglio a un insieme di mappe per orientarci nella complessità del mondo», per Remotti una cultura basata sull’identità è una cultura «impoverita», perché «riduce troppo drasticamente la complessità», «sostituisce alle relazioni, agli intrecci, alle sfumature, ai coinvolgimenti, alle reciproche implicazioni una logica fatta di mere divisioni, di separazioni, di opposizioni». Una logica schematica, che contrappone «noi» e «gli altri». Senza considerare che i «noi» dei quali ognuno può far parte sono infiniti e variabili: famiglia, villaggio, squadra di calcio, partito, chiesa, scuola, amicizie, mentre l’identità è una dimensione permanente e stabile… Un mito, insomma, del quale sarebbe più saggio fare a meno. Dice bene, il professor Remotti. Ma se le mappe scarseggiano, se là fuori non c’è una narrazione unificante, se la sola spiaggia alternativa è quella dove I sogni fanno rima, il paradiso virtuale di Maria De Filippi, come biasimare chi preferisce le identità golose o le canzoni di Farassino?
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  • Roberto |

    E quindi, qual è la sua opinione? What’s your point, Mr. Chiaberge?
    Sono sbagliate le battaglie identitarie, in quanto aride, miopi, senza prospettiva e autocastranti?…
    Oppure sono il male minore, in assenza di “narrazioni unificati” (qualsiasi cosa esse siano)?
    Non si sa.
    Non si capisce.
    Come al solito si bordeggia democristianamente cercando di non dar troppo fastidio a nessuno.
    Se la democrazia cristiana fosse scomparsa vent’anni fa, sembrerebbe quasi un atteggiamento vintage, un po’ flanè, un po’ retro…
    Ma la DC non se n’è mai andata davvero, come lei ben sa, non è così, Mr. Chiaberge?
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE
    Caro amico, io non amo bordeggiare, ma sono costretto alla brevità e in 40 righe forse non riesco sempre a essere chiaro come vorrei. E allora eccola accontentata: la voglia di identità e di radici è un dato di fatto, una reazione comprensibile alla globalizzazione e al declino del nostro paese. Compito di politici, intellettuali e giornalisti non è di assecondare queste tendenze, o di cavalcarle strumentalmente, ma di denunciarne i limiti e i rischi regressivi. Se manca una “narrazione condivisa” è perché non c’è una classe dirigente degna di questo nome. Bisogna lavorare a ricostruirla, prima che l’Italia torni a essere un mosaico di staterelli e signorie, un’espressione geografica come diceva il cancelliere Metternich. Comunque, da torinese, devo confessare che le canzoni di Gipo Farassino mi piacciono molto. E anche gli asparagi di Santena.

  • alberto |

    le identità avvelenate di cui parla remotti hanno un effetto paradossale: da un lato puntellano le insicurezze degli individui dando loro una mappa per costruire la propria identità individuale. dall’altro, in quanto identità collettive, operano in senso contrario all’identità individuale tendendo a espellere ogni “deviazione” rispetto alla norma, quindi ogni affermazione di sé dell’individuo che non sia in linea con lo stereotipo dominante. la domanda è se l’ossessione identitaria genera davvero individui più forti, maturi, sicuri di sé, oppure se genera masse che nascondono le proprie debolezze umane nel rumore di fondo dell’autocelebrazione identitaria, salvo rivelare la propria inconsistenza al momento della catastrofe.

  • Denise Laurent |

    Egregio dottor Chiaberge, la campagna elettorale per le regionali è terminata il mese scorso.
    Censuri pure, se crede.
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE:
    Cosa c’entra la campagna elettorale?

  • ugo varnai |

    L’identità è una cosa che ti fa star bene, sicuro e domestico nella tua pelle. L’identità degli altri, dei levantini e dei negroidi, può essere tollerata purché resti confinata nei belluini antri d’origine. Di foresto va bene il petrolio, giusto per non pedalare; il metano, per non scaldarci con le stoppie; il coltan, per cellulari e computer; la manodopera, purché non rivendichi regolarizzazioni, contratto, abitazione, dignità e diritti.
    Oltre che nella schiumosa iattanza padana, nell’ermeneutica trevisana, il senso di accerchiamento si rivela nelle immagini provenienti da Parma, laddove, una platea esclusiva e ammanigliata, tra un’ovazione per un capetto sindacale e l’estasi convinta per l’Uomo “più indagato della storia”, cioè per il più illegittimo impedimento della costituzione, non è spesa una parola per la condizione effettiva del lavoro, e in particolare per quella degli immigrati. E così le contraddizioni reali vengono rimosse da un’identità di classe …..
    Unica consolazione è la trombatura dell’aspirante sindaco, il ministro-proconsole, che voleva rimuovere, come primo atto, il “Bambino con la rana” di Charles Roy da Punta della Dogana.

  • Gabriele |

    Gentile Riccardo Chiaberge,
    le scrivo dopo aver letto su segnalazione il suo articolo Da Joyce a Gipo: chi non radica non rosica. Ritengo fondametale il problema che lei affronta e sotto vari aspetti me ne sono occupato anch’io. Non so se lei l’abbia affrontato accidentalmente o ritenga importante continuare su questa strada. Io le offro la mia disponibilità per un serio approfondimento, negli spazi e nei tempi a lei più congeniali.
    Le segnalo un saggio che uscirà tra breve, ma che ho già messo su internet, e che mostra come la stessa logica di Remotti (come quella di tanto postmodernismo) sia infondata e, quindi, non molto più che retorica: http://sites.google.com/site/lafinedibabele/sui-fondamenti-dell-occidente-attraverso-un-analisi-del-dibattito-attuale-su-relativismo-e-intercultura-1
    La ringrazio per l’attenzione, cordiali saluti,
    Gabriele

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