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La legge di Murphy e i sordi del Vaticano

Se fosse vero quanto scrive oggi il "New York Times" a proposito di padre Murphy e del silenzio del Vaticano sugli abusi da lui commessi (http://www.nytimes.com/2010/03/25/world/europe/25vatican.html?ref=todayspaper), se ne ricaverebbero due conclusioni:

1) che nei Palazzi Apostolici c'erano (e forse ci sono ancora) orecchie ben più dure di quelle dei bambini sordi del Wisconsin su cui il defunto reverendo sfogava i suoi bassi istinti;

2) che non valgono, almeno in questo caso, le attenuanti invocate da Giuliano Ferrara per i preti pedofili: troppa pornografia, biancheria intima e nudità ostentate nella pubblicità degli stilisti, insomma poverini bisogna capirli. I fatti denunciati dal New York Times risalgono ai puritani anni Cinquanta!

  • Mario |

    Quanti casi di pedofilia che hanno coinvolti preti ci sono stati?
    Quanti casi di denunica alle autorità civili da parte di preti ci sono stati effettivamente in USA, Irlanda, Italia, Germania?
    Il secreto pontificio serve per le vittime o per proteggere la gerarchia Cattolica?

  • Giampietro |

    E’ lampante che ci sia un attacco deliberato a questo grande Papa che lascerà un segno indelelbile nella Storia. I contemporanei non sono in grado di capirlo perché accecati da una cultura tecnologica fatta di soli dati sperimentali. La spiritualità avrà però sempre un’importanza decisiva nella vita umana e non appena si farà viva tale esigenza si rivaluterà la figura di questo grande Pontefice.

  • ugo varnai |

    Caro signor Bottone,
    le sue precisazioni avrebbero miglior causa se fossero suffragate dai fatti. Adottare delle direttive “ ben precise che obbligano a denunciare tutti i casi di abuso” non è la stessa cosa che promuovere una denuncia. A me non risulta che vi sia stata, in riferimento agli avvenimenti emersi, alcuna denuncia penale da parte delle gerarchie ecclesiastiche all’autorità statuale competente. Se lei, di contro, potrà dimostrarmi il contrario sarò ben lieto di prenderne atto, auspicando che tale atteggiamento divenga finalmente norma generale.
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    Sulla questione della riservatezza, non vi sono dubbi che le forme di legge vigenti nella giurisdizione ordinaria, come nel recente caso degli abusi negli asili della provincia di Ferrara dimostra, sanno garantire l’anonimato delle vittime e, se del caso, anche quello dell’imputato.
    E del resto, cosa che evidentemente lei non condivide, i reati penali di questo tipo debbono essere COMUNQUE denunciati alle autorità civili. Ma c’è un altro aspetto che lei non considera oltre a quello dell’omissione, e cioè quello della reticenza e della più spudorata falsificazione dei fatti.
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    Per esempio, nei documenti pubblicati dal NYTimes sul caso Murphy, c’è una lettera a firma dell’allora arcivescovo Bertone, in data 24 marzo 1997 in risposta , che esordisce così: In your of the 11 December 1966. Un refuso sintomatico, freudiano. Nella lettera non si accenna solo al caso del rev. Murphy ma anche al rev. Neuberger. Bertone, segretario dell’ex santo uffizio, scrive alla diocesi americana: While the norms of this document remain in force, they must obviously be read them in light of the new canonical legislation especially with respect to the citation of canon.
    Il Tribunale apostolico, scrive a sua volta il 9 aprile 1997 alla diocesi Usa: You make this request because the Congregation has not yet responded to your letter of 17 july 1996 and in the meantime a civil action has been threatened by three persons who accuse the priest of solicitation. Illuminante. E c’è molto altro nelle lettere. Perché il Vaticano non le pubblica di sua sponte, magari traducendole, sull’Osservatore romano, in tal modo da chiarire quanto sostiene, ovvero che si tratta di un “ignobile intento per arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori”?
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    Inoltre, l’Osservatore romano sostiene che: “La richiesta [della diocesi americana] non era infatti riferita alle accuse di abusi sessuali, ma a quella di violazione del sacramento della penitenza, perpetrata attraverso l’adescamento nel confessionale, che si configura quando un sacerdote sollecita il penitente a commettere peccato contro il sesto comandamento (canone 1387)”. Ed infatti nella succitata lettera della Congregazione si cita l’accusa “of the crime of selicitation during confession”, che significa, se non si vuole giocare con il senso delle parole, che gli abusi sessuali venivano commessi nel confessionale. E del resto il sesto comandamento cattolico dice: “non commettere atti impuri”. Cos’è, un divieto a soffiarsi il naso in confessionale? Inoltre, in tal modo, si vuole deliberatamente ignorare e stravolgere quanto è contenuto nelle lettere della diocesi americana. E tuttavia c’è da chiedersi: il Vaticano ci vuol far credere che negli Usa sono in corso delle cause nei tribunali perché sarebbe stato violato semplicemente il sesto comandamento, con tanto di richiesta di risarcimento? Non si sentono quantomeno ridicoli al di là del Tevere?
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    Ma gli avvenimenti incalzano, è la volta del caso del sacerdote tedesco Peter Hullermann, riconosciuto colpevole di abusi ai danni di minori e poi reintegrato nel lavoro pastorale mentre era ancora in terapia psichiatrica negli anni in cui Joseph Ratzinger era arcivescovo di Monaco. Del fatto si era già parlato ma si era sostenuto che l’attuale papa, allora arcivescovo della diocesi, non ne sapeva nulla (doppiamente grave!), ma ora il Nyt sostiene l’esistenza di una informativa consegnata a Ratzinger in cui lo si metteva al corrente del reintegro di Hullermann. Il documento, “la cui esistenza è confermata da due fonti ecclesiastiche – scrive il Nyt – dimostra che non solo Ratzinger presiedette un incontro il 15 gennaio 1980 in cui fu approvato il trasferimento del prete, ma fu anche informato della ridislocazione del sacerdote”.
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    Come vede, caro Angelo, siamo in presenza di qualcosa di più di un semplice scandalo o di un mero regolamento di conti interno tra prelati di rango.

  • Roberto Fabrizi |

    Ma, dott. Chiaberge, vuol fare concorrenza a Odifreddi? Non sono certo un baciapile, tutt’altro, ma questa campagna contro Ratzinger, reo di essere stato eletto papa, anziché un Tettamanzi qualsiasi, appare quanto mai speciosa, ipocrita, di bassa lega . Lo si dica chiaramente: Ratzinger non piace perché viene percepito da certi circoli salottieri, cui spero vivamente lei non si sia iscritto, di destra (che cosa ridicola).
    RISPONDE RICCARDO CHIABERGE
    Ammesso che ci sia, come lei dice, una “campagna contro Ratzinger”, io non vi partecipo, perché trovo ridicolo pretendere, da laico, l’autocritica o le dimissioni del papa. Ma c’è anche una campagna a favore ancor più ipocrita, e credo che il Papa farebbe bene a guardarsi, oltre che dai presunti nemici, dai falsi amici.

  • Angelo Bottone |

    Per fortuna il Vaticano ha già chiarito.
    Comunque è bene ricordare che il segreto pontificio non vieta alle vittime di rivolgersi alla giustizia civile. Inoltre, le parti sono tenute al segreto non solo per salvaguardare il buon nome dell’imputato, che fino a prova contraria è innocente, ma proprio per permettere una più libera espressione alle vittime durante il processo canonico, assicurando che qualsiasi cosa dicano non verrà rivelata all’esterno.
    Che le gerarchie non abbiano mai denunciato all’autorità giudiziaria è falso. Io vivo in Irlanda e proprio a seguito degli scandali del passato la Chiesa Cattolica dal 2005 ha adottato delle direttive ben precise che obbligano a denunciare tutti i casi di abuso.
    Vedi: http://www.catholicbishops.ie/publications/62-safeguarding/960-our-children-our-churchourchildrenourchurch.pdf

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