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Il vittimismo degli intellettuali, da Moravia a Tamaro e Muti

 Cambiano le stagioni e le maggioranze, il vittimismo degli intellettuali resta. Negli anni Settanta Alberto Moravia accusava gli italiani di avere ucciso Pasolini con la loro mancanza di rispetto per la cultura, salvo poi volare a Mosca al congresso degli scrittori sovietici – come notò perfidamente Montanelli – dimenticandosi di chiedere se allo stesso motivo fosse dovuta l’assenza in quella sede del grande Solzhenicyn. Allora non c’era letterato o regista nostrano che non si autoproclamasse «scomodo», pur occupando comodamente varie poltrone nelle giurie, nelle case editrici, nei giornali o nei comitati centrali dei partiti. Adesso, più che scomodo, un intellettuale che si rispetti ha da essere intercettato, processato, messo alla gogna.

Susanna-tamaro

In un lungo e confuso articolo sul «Corriere», Susanna Tamaro prende le mosse dal caso Bertolaso (che accomuna, con una certa disinvoltura, a quello dell’ex direttore di «Avvenire» Dino Boffo, travolto da un’operazione di autentico killeraggio mediatico) per denunciare il brutale giustizialismo di giornali e tivù. E stila un elenco delle vittime più illustri: Lelio Luttazzi, Walter Chiari, Enzo Tortora, Lucio Battisti e last but not least, ovviamente, lei stessa. Dopo la pubblicazione di Anima Mundi, la scrittrice ricorda di essere stata bersaglio di una «campagna di odio bipartisan… che ha creato intorno a me un alone di disprezzo con il quale ancora mi trovo a combattere». Martire a tutti gli effetti, insomma, Susanna, anche se non ci risulta che ciclostili samizdat in Siberia. Ignoriamo chi sia quel giornalista che a suo tempo le affibbiò l’epiteto di «fascista». Un imbecille, probabilmente. Ma se ogni stroncatura fosse sinonimo di gogna, questo giornale sarebbe un covo di carnefici e forcaioli.

Riccardomuti

Altro vittimista eccellente, Riccardo Muti, che ha debuttato martedì 23 al Metropolitan di New York con l’Attila di Verdi (applausi per lui, fischi per i costumi di Prada). Alla vigilia, un inviato spagnolo di «El Cultural» (http://www.elcultural.es/version_papel/ESCENARIOS/26661/Muti_hace_las_Americas) gli ha chiesto: «Perché è andato a dirigere l’Opera di Roma?». E Muti: «Sono disposto a fare un sacrificio, perché ho un amore patologico per il mio paese». Italia, amore mio: proprio come Emanuele Filiberto. Sacrificio, maestro? Forse bisogna avvertire gli operai di Termini Imerese, chissà che non facciano una colletta.
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  • valentinadugo |

    Vittimismo. Di chi arrivato nel pantheon della cultura diffusa vede disattese aspettative di consenso e di inviti alle cene giuste. Una nenia che copre lamenti ben più urgenti da ascoltare: dagli scantinati dell’oblio o, peggio, dell’accanita negazione, dove giace il forziere di una grande ricchezza culturale, snobbata, censurata, perchè o fuori dalla logica di mode o scuole, o perchè vittima di una realtà che la mette in pasto ai superbi, agli avidi di gloria, ai gattopardi. Un esempio: http://www.lorenzocalogero.it, e l’invito a festeggiare il centenario e la rinascita di una grande poesia.

  • leone |

    Che brutto editoriale! Può essere accusato di tutto il Maestro, ma certo non di vittimismo! Leone

  • riccardo chiaberge |

    NON PIU’ DIRETTORE, GENTILE LETTRICE, DAL 1° DICEMBRE 2009. ORA INVIATO ED EDITORIALISTA

  • Anna Ferrero |

    Povero M° Muti: si sacrifica e per giunta Il direttore del supplemento domenicale non afferra la sua finissima ironia.

  • Lucio LUX Peres |

    Francamente mi fa specie che un maestro del sarcasmo come Chiaberge non abbia colto il sottofondo sarcastico della dichiarazione sul “sacrifico” del M° Muti: chi segue le vicende dei teatri d’ opera nazionali sa cosa vuol dire impegolarsi in un incarico stabile nel teatro della Capitale dove dalla sera alla mattina il Sindaco rimuove Sovrintendenti e Direttori (ad es del Corpo di Ballo) competenti e capaci perchè non consoni agli ultimi risultati elettorali…
    Resto convinto che alla fine Muti rinuncerà all’ incarico.
    LUX

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