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Processo breve, anzi Twitter

Vent'anni fa imperversava il pensiero debole. Adesso è il momento del pensiero breve. 140 battute, 140 caratteri (spazi inclusi) sul computer o sul cellulare, bastano per esprimere un’emozione, raccontare un sogno, un’avventura, una storia d’amore o di crimine. È la sintassi lillipuziana di Twitter, con cui si stanno misurando centinaia di lettori del Domenicale e di visitatori del nostro sito online: e chissà che il meglio di questi microracconti non finisca nelle nanobiblioteche e miniantologie letterarie del prossimo secolo. Le vie della creatività sono infinite, possono ben passare per le forche caudine di una comunicazione ridotta in pillole.
Eppure, sugli effetti di queste nuove tecnologie si leggono ogni giorno le profezie più nefaste. Siamo una generazione disattenta, superficiale, bombardata da un eccesso di stimoli, intronata dalla giostra turbinosa dei media, e perciò incapace di concentrarsi su alcunché di solido e duraturo. E il problema si acuisce tra i teenager. Marc Stewart, chitarrista del gruppo rock americano «Forever the Sickest Kids» ha annunciato che la sua band d’ora in poi sfornerà tre mini-album ogni sei mesi, ognuno con poche canzoni, per catturare il pubblico dei giovanissimi, che a suo dire hanno «brevi intervalli di attenzione». Non solo a scuola, perfino in discoteca.
Queste paure sono probabilmente esagerate. Dopotutto, soltanto un italiano su due usa Internet, e a cinguettare su Twitter è ancora una minoranza. E poi ogni innovazione tecnologica ha almeno due facce: angeli e demoni si rincorrono sulle autostrade digitali, e nessuno è in grado di dire chi avrà la meglio. La rivolta di giugno a Teheran è divampata in gran parte nel sottobosco di Twitter e dei blog, con un fulmineo passaparola tra studenti e militanti dell’opposizione. Formidabili nelle emergenze, i social networks non sono però altrettanto efficaci nell’ordinaria amministrazione. Funzionano benissimo per propagare gli incendi, meno per ricostruire quando le fiamme sono spente.
E comunque, il nostro deficit di attenzione può anche far piacere a qualcuno. Secondo il giornalista inglese Alastair Campbell, a un politico colpito da uno scandalo basta tenere duro undici giorni, non uno di più: è questo il tempo massimo che una storia può reggere le prime pagine, prima che i lettori si distraggano. Undici giorni! Altro che «processo breve», qui siamo allo «scandalo Twitter». Ma si tratta, ovviamente, dell’Inghilterra.
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  • Roberto Fabrizi |

    Evviva il processo lungo, anzi lunghissimo che piace tanto ad avvocati furbacchioni e a magistrati neghittosi!

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