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Quando il nome Tobagi era un insulto

Leggendo l’intenso libro di Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre (Einaudi) mi è tornato a galla un vecchio fotogramma rimasto impigliato in qualche remota sinapsi. Giugno 1978, poco dopo l’uccisione di Aldo Moro, sono appena sbarcato in un settimanale del gruppo Rizzoli. Mi abborda un tizio allampanato che si presenta come esponente del Comitato di redazione. Porta un berretto da bolscevico, con tanto di stella rossa sulla visiera. «Walter Tobagi dice che sei suo amico – insinua, con un sorrisino. – Non ti vergogni?». Io rimango di sasso. Farfuglio: «Beh, proprio amico no, è solo un conoscente». Era vero, Walter lo avevo incontrato di sfuggita, forse a un congresso della Cgil (all’epoca scrivevo anche io di sindacati). Eravamo coetanei, ci stimavamo a vicenda, tutto qui. Ma di averlo rinnegato in quel frangente, di questo sì mi vergogno ancora adesso. Tobagi era un grande professionista della penna, più intellettuale che cronista, impegnato sui fronti caldi del terrorismo. La sua amicizia avrebbe dovuto essere motivo di vanto, non certo di vergogna. Aveva però un difetto: era un cristiano di idee socialiste, e questo non garbava ai colleghi con l’eskimo e la stella rossa. Come scrive Benedetta: «A quel tempo la politica era una cosa terribilmente seria, le etichette e le logiche di appartenenza prevalevano spesso sulla sostanza delle persone».

Tobagi2m

Mesi dopo squilla il telefono al giornale, nel mezzo di una riunione di redazione. «Pronto?» È Tobagi che mi vuole parlare. «Scusa, sono in assemblea, ti richiamo». Non lo feci, per sciatteria o per distrazione, né seppi mai le ragioni di quella telefonata. Quando sentii gridare il nome di Walter, in una piovosa mattina di maggio del 1980, e corsi con altri colleghi fino a quel tragico marciapiede, era troppo tardi per fargli domande. Alcuni enfants gâtés della buona borghesia milanese, travestiti da guerriglieri, gli avevano chiuso la bocca per sempre.
Il libro di Benedetta Tobagi non ci deve consolare. Non è il ritratto di un’Italia che fu, e che ci siamo felicemente lasciati alle spalle. È l’autobiografia di una nazione invertebrata, dove non ci si vergogna di frequentare i terroristi (o i camorristi) ma si bollano come «vergognose» le idee degli avversari politici. A ben vedere, la sola cosa che davvero è cambiata è la divisa del conformismo, il colore della stella sulla visiera.

  • egribor |

    Visti certi commenti (!) desidero portare la mia testimonianza di minimo valore ma sempre, credo, rivelatrice di quei tempi, che troppi vorrebbero etichettare a proprio uso e consumo.
    Prima vorrei confermare il mio perfetto accordo su quanto scrive a proposito, ahinoi, della nazione.
    Nel 1976 lavoravo in una primaria azienda di Sesto S.G. e leggevo il Corriere.
    Qualche collega mi tacciava di sinistrismo per questo.
    Nel 1978, già passato ad altra azienda a Milano,leggevo ancora il Corrire.
    Qualche collega mi tacciava di essere ben di destra.
    Ora rimango in attesa che qualcuno mi dica : devi fare i nomi!

  • Beppe G. Monighini |

    buongiorno,
    la leggo sempre (e spero proprio di continuare a farlo), ma non ho mai lasciato qui un commento (anche, con un po’ di snobismo, per non entrare nel circolo vizioso dei commentatori seriali dei blog).
    Oggi però mi sento di dirle che le sue ultime righe “È l’autobiografia di una nazione invertebrata…” oltre che, come sempre, scritte molto bene, ci fotografano (nudi) con un’accuratezza che, lo capisco, non può che dare fastidio a molti. Ripeto, spero proprio di continuare a leggerla.
    Accetti i miei complimenti,
    buone cose
    Beppe G. Monighini
    Rivalta B.da (AL)

  • Antonio Augusto Rizzoli |

    Caro Chiaberge !
    Non ci siamo! Lei può imitare Günter Grass nelle sue (tardive) confessioni, ma dovrebbe, se vuole dimostrarci in qualche modo di essere ora uscito dal vilissimo conformismo che, per sua ammissione, ha praticato, dirci e scrivere il nome del tizio allampanato del Comitato di Redazione, che è ancora vivente. Altrimenti questa Sua confessione diviene un pretesto per sentirsi la coscienza pulita ed un esempio di ciò che ogni uomo onesto, sensato ed intelligente non dovrebbe fare. Meglio allora tenere per sé i rimorsi ed i sensi di colpa. Grazie e comunque complimenti per il domenicale (talora, ahimé,a anch’esso conformista e conformista di quelli che strizzano l’occhio! Come il suo direttore ).
    Antonio Augusto Rizzoli (venezia)

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