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Il cielo (e il ricatto) in una stanza

Quando ti atterra sul tavolo mezzo chilo di carta rilegata dallo stuzzicante titolo 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita, come fai a non spulciarlo in cerca dei dischi più cari? Io, per esempio, mi sarei aspettato di trovarci l’indimenticabile A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum (1967), struggente colonna sonora delle prime occupazioni studentesche, che nella versione italiana dei Dik Dik (Senza luce: «Il bicchiere però è mio / cameriere lascia stare…») accompagnava gli innocenti «sballi» di una generazione ancora ferma a whisky e nazionali col filtro. E invece non c’è, questa venerata reliquia degli anni Sessanta, nell’inventario curato dal pur bravo Ezio Guaitamacchi e pubblicato da Rizzoli, e di una lacuna così grave non si è accorto nemmeno Renzo Arbore che firma la nota introduttiva. Per contro, nei Mille vengono arruolati brani assai dimenticabili come Felicità (1982), che sicuramente ha cambiato la vita di Al Bano e Romina, un po’ meno le nostre.Ma il libro riserva anche sorprese positive. Non sapevo, per esempio, che Dio è morto  dei Nomadi (altro inno sessantottino), col suo scandaloso ritornello nietzschiano, fosse stato censurato dalla Rai di Bernabei e trasmesso invece integralmente dalla più illuminata Radio Vaticana di Papa Montini.

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E ancor più mi ha stupito apprendere (lacuna mia, in questo caso) che Il cielo in una stanza (1960) era in realtà ispirato a una casa d’appuntamenti, che Gino Paoli aveva frequentato in gioventù. Chi l’avrebbe mai detto. Quelle strofe così romantiche, Mina che cinguettava con gli occhioni languidi «Quando tu sei vicino a me / Questo soffitto viola no / Non esiste più / Io vedo il cielo sopra noi / Che restiamo qui…» tutto questo ambientato in un bordello, tra ciprie e giarrettiere? Avremmo dovuto immaginarlo: a chi poteva venire in mente di dipingere di viola il soffitto? Forse a qualcuna delle «graziose» di Via del Campo, che nella canzone di Fabrizio De André (siamo sempre nel fatidico 1967), stavano sulla soglia e vendevano «a tutti la stessa rosa».
Le graziose di oggi (in ogni variante bio-antropologica) e le loro «casitas» non ispirano più canzoni, ma intercettazioni, video e ricatti. Che a volte cambiano la vita (in meglio) a chi li fa, procurando mazzette e posti in lista. Ma più sovente la cambiano (in peggio) ai clienti famosi, costringendoli a cantare. «Spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno…» (Bocca di rosa, parole e musica di De André).
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  • carlo alberto |

    Bei tempi quando la Rai censurava solo ( si fa per dire) la canone dei Nomadi ! Anche perchè a quei tempi, mi scuso per il passaggio al tema dell’ignoranza, la Rai non si occupa più di rendere gli italiani meno analfabeti. E che le cose stiano peggio di allora a livello culturale, e non solo, lo dimostra il tuo contrappunto ” Se cade il muro dell’ignoranza”, beata forse, ma utile sopratutto a chi governa oggi.

  • massimo |

    gentile Chiaberge, se non sbaglio Dio è Morto non è stata scritta dai Nomadi, ma da Francesco Guccini.
    Mi sembra che il suo articolo ripeta un canovaccio consueto quando si parla di canzoni italiane: santificazione di De Andrè che ha già scritto e previsto tutto, mentre Guccini, che non gli è certo inferiore, viene trascurato.

  • ugo varnai |

    Perdoni la pedanteria filologica, ma è d’obbligo quando si parla di canzoni. Bocca di rosa nel mio vinile fa così: “arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi / il cuore tenero non è una dote di cui siano colmi i carabinieri/ ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri”. Archeologia. Oggi irrompono i filmakers, e se sei presidente di qualcosa ti puoi ritirare in convento. Se invece sei uno sfigato qualsiasi ti sbattono in carcere, dove «nei primi dieci mesi del 2009 i detenuti che si sono tolti la vita sono stati 59», cioè uno ogni cinque dì. Ma ti può capitare anche di morire per omicidio preterintenzionale: non volevano ammazzarti, ma solo spezzarti il rachide in più punti.
    Torniamo alle canzonette. Avevo letto della faccenda di Radio vaticana a proposito della canzone dei Nomadi. Non deve stupire (sempre se è vero) poiché la canzone parte bene, prosegue meglio e alla fine si sfalda in un must oratoriale: “in ciò che noi crediamo, dio è risorto; in ciò che noi vogliamo, dio è risorto; dio è risorto, dio è risorto …”. Bisogna perdonare molto a quello spirito libertario piccolo borghese che scoprì in pochi mesi argomenti per un secolo, che dichiarava il rifiuto all’obbedienza e ci permetteva di essere in guerra con il mondo intero a cuor leggero.

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