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Noi sudditi di Sua Maestà l’Opinione

Pascal la chiamava «regina del mondo» e da lei faceva dipendere la legittimità del sovrano. Perché seguiamo l’opinione della maggioranza? – si chiedeva l’autore dei Pensieri. «Forse perché i più hanno maggior ragione? No, perché hanno maggior forza». Con la fine dell’assolutismo, l’opinione pubblica è diventata, insieme al suffragio universale, il secondo pilastro della sovranità popolare. Da qualche tempo, però, gli equilibri dell’edificio democratico si sono alterati a tutto vantaggio della regina di Pascal, e la democrazia tende a trasformarsi in «doxocrazia», in dittatura della «doxa» dell’opinione. Ne sa qualcosa Jacques Julliard, giornalista e politologo francese. Quando, nel maggio del 2005, scrisse sul «Nouvel Observateur» un editoriale a favore del sì al referendum sulla costituzione europea, fu inondato da migliaia di mail contrarie, molte delle quali grondanti odio e disprezzo. Era la Bastiglia di una nuova classe, i «figli di internet e del mondo dei blog», in rivolta contro l’élite politica e giornalistica. Scrive Julliard in un pamphlet pubblicato in Italia da Marsilio, con prefazione di Ferruccio de Bortoli (La regina del mondo. Il potere dell’opinione pubblica) che la rivoluzione dell’informazione ha sovvertito la divisione tradizionale del lavoro tra parla e chi ascolta: «I nuovi crociati del Net sono dei livellatori (levellers), come quelli dell’Inghilterra del XVII secolo». Siamo preda di una forma di «bigottismo egualitario». Si governa coi sondaggi, e il tribunale dell’opinione ha sostituito quello della coscienza. «I grandi educatori politici dell’età contemporanea – scrive Julliard – un Churchill, un de Gaulle, un Gandhi (e noi aggiungeremmo volentieri un De Gasperi), sono uomini che hanno saputo resistere agli impulsi del momento, affrontando l’incomprensione, attraversando il deserto. Un leader democratico non può avere come unico programma quello di essere compreso, e ancor meno quello di essere amato. Ma conduce il popolo a volere ciò che è nel suo superiore interesse». Certo, chi dal popolo e dai media si aspetta soltanto lodi (sostantivo femminile plurale) sarà sempre schiavo della doxa, regina capricciosa e traditrice.

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  • ugo varnai |

    Le nuove tecnologie hanno assunto un ruolo di sovranità irresponsabile dando luogo alla formazione di una dittatura della pubblica opinione (altrimenti “regina”). Peccato aver dovuto attendere il XXI secolo per sapere queste cose dall’ex sindacalista cattolico Jaques Julliard, il quale si duole segnatamente di “internet e del mondo dei blog”, i nuovi “livellatori”. Questa critica tardiva proviene dalla stessa “élite politica e giornalistica” che fino a qualche tempo fa giurava solennemente sull’imparziale professionismo della comunicazione e guai a dire che le condizioni non permettevano un’effettiva e seria autonomia. Prende atto, l’élite, del mutamento con un candore lunare e un capovolgimento totale della realtà, scambiando le cause per gli effetti, fino a sostenere che quanto sta succedendo dipende dall’eccitabile psicologia delle masse, dalle troppe “opinioni” in libertà. Non importa nulla che la negazione sia stata perfettamente privata del suo pensiero e dispersa definitivamente dalle stesse forze che controllano ogni stormire di foglie; non dà alcun problema che siano le camarille politiche e intese monopolistiche a decidere su tutto; quello che invece le élites lamentano, è che le nobili “opinioni” a favore dei padroni d’Europa vengano contestate da opinioni plebee.
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    Insomma, da noi la “coscienza” per bene non vuole prendere atto pubblicamente di un fatto risaputo, cioè che il trasformismo delle classi dirigenti è mobile quanto un’escort sul lettone, che l’eccezionalità del berlusconismo è un prodotto tipico e a denominazione controllata di chi vorrebbe che tutto cambiasse tranne che nel suo orto concluso e ben innaffiato con denaro pubblico.
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    Quali sarebbero i grandi educatori politici dell’età contemporanea secondo il vangelo di Julliard? L’imperialista razzista Churchill e il povero Gandhi. Lupo e agnello nello stesso recinto. E il De Gasperi, citato da lei, caro direttore? Nell’unico caso in cui osò marcare un diverso avviso rispetto alle deliberazioni papali (la mancata alleanza con monarchici e fascisti alle elezioni comunali di Roma), si affrettò poi a fare atto di contrizione e sottomissione, mandando a dire a Pacelli che per il futuro, in simili casi, la sua azione avrebbe mantenuto questa linea: « Esporrei al Papa con tutta franchezza la mia tesi: 1) Se il Santo Padre mostra di tenerla in considerazione, niente di meglio; 2) Se il Santo Padre – per ragioni sue proprie – non la ritiene convincente, ma lascia libertà di scelta, essendo io profondamente convinto della aderenza della mia tesi alla contingenza storica, agirei di conseguenza, nella certezza di fare il bene dell’Italia e della Chiesa; 3) Se il Santo Padre decide diversamente, in tal caso mi ritirerei dalla vita politica. Sono cristiano, sono sul finire dei miei giorni e non sarà mai che agisca contro la volontà espressa del Santo Padre » (Promoria di mons. Pavan, in: Andrea Riccardi, Pio XII e Alcide De Gasperi, Laterza 2003, citato da Sergio Romano, Corriere della Sera, 7 gennaio 2008).
    Come propedeutica politica non mi sembra il massimo. Che poi De Gasperi avesse uno spessore culturale e politico “di gran lunga” superiore a quello degli attuali saltimbanchi, è un altro paio di maniche.

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