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Tempi duri per le guide (non solo alpine)

Squilla il telefono alla Capanna Gnifetti, 3.647 metri di quota nel gruppo del Rosa, proprio sotto il ghiacciaio del Lys. All’altro capo del filo, una voce maschile dallo spiccato accento romano: «Pronto, rifuggio Gnifetti?». «Sì, dica». «Chiamo da Roma. Avèmo prenotato per 60 persone e arivàmo cor pullman. Volevo solo sapé se ce stà er parcheggio lì ar rifuggio». «Ma guardi…veramente siamo a 3.600 metri, c’è il ghiacciaio qua fuori». «Ah, mbe’…Allora me dica ’ndo sta er parcheggio più vicino che poi er resto lo fàmo a piedi».
Il mensile di montagna «Alp», che consacra l’ultimo numero all’alpinismo «pop», è una miniera di aneddoti gustosi, da far spanciare i professionisti della piccozza. Ma in un’estate come quella che sta per finire, c’è davvero ben poco da ridere. Perché ormai a rischiare la pelle e qualche volta a perderla, sulle Alpi, non sono soltanto i gitanti ferragostani, quelli in scarpe da trekking e k-way che cercano il parcheggio alla Gnifetti, che non sanno come si lega una corda o si mettono i ramponi al contrario, con le punte confitte nella suola. Sempre più spesso, a scivolare e precipitare sono arrampicatori consumati, gente del posto con anni di ascensioni alle spalle. Creste di ghiaccio che cedono, pareti che si sgretolano, massi di granito che si staccano.

Alemanno

Venerdì scorso il sindaco di Valtournenche, Domenico Chatillard, ha firmato un’ordinanza che vieta il Cervino agli alpinisti per il pericolo di frane, e il suo collega di Roma, Gianni Alemanno, già bardato per la salita, ha dovuto ripiegare su una vetta meno ambiziosa. Dal 20 agosto è chiusa la via italiana alle Grandes Jorasses, gruppo del Bianco: i giganteschi seracchi stanno per crollare.
E le guide, i «bergführer» come li chiamano (con termine un po’ inquietante) nelle valli di lingua tedesca? Purtroppo non c’è guida, non c’è esperienza che tenga, quando è la topografia, la struttura stessa della montagna che cambia sotto gli scarponi, si scioglie si sbriciola per il caldo, diventa instabile e traditrice, irriconoscibile perfino a chi ci è nato. E suona francamente un po’ beffardo l’articolo della Repubblica di ieri che invitava gli escursionisti a usare il Gps al posto della cartina. Sai che «figo» cadere in un crepaccio mentre si consulta il palmare… Di questi tempi, del resto, camminiamo alla cieca pure in pianura. Mancano i «segnavia», i punti di riferimento, le guide. Non «führer» o duci dei quali non sentiamo alcun bisogno, ma leader che ci aiutino a risalire senza mettere il piede in fallo. Nel mondo sconnesso e franoso del dopo-crisi, come sul Cervino o sul Bianco, le guide invecchiano presto, anche se si illudono di essere giovani per sempre.
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  • ugo varnai |

    per me va benissimo questo discorso, ma c’è un problemino che, tanto per esemplificare e prenderlo alla larga, è stato abbastanza ben delineato dal dott. Scarpinato sul corriere del 26 u.s., e va ben oltre le contingenze.
    http://cinema-tv.corriere.it/cinema/09_agosto_26/storia_rimozione_7da5b9b2-9244-11de-bb1e-00144f02aabc.shtml

  • riccardo chiaberge |

    Vogliamo dire una buona volta che non ci piace la spocchia di qualsiasi colore? Che sognamo un paese dove tutte le opinioni siano legittime, e si possano esprimere liberamente anche in prima serata, e dove le notizie scomode non vengano oscurate dai tg e dai giornali di famiglia? O siamo diventati ciechi di fronte alla spocchia degli amici, di quelli per i quali votiamo o facciamo il tifo allo stadio? Se così fosse, saremmo a un passo dalla barbarie e dalla guerra civile. Speriamo di non dover un giorno rimpiangere gli spocchiosi d’antan.

  • Roberto Fabrizi |

    Né inutile né spocchioso criticare il governo e la maggioranza che lo ha espresso, purché, chiaro, sia di colore avverso. Perché se si toccano, invece, i loro beniamini (ognuno ha i suoi), uh!, quanti strilli, quanti lai. Questi signori, con poche eccezioni come Ricolfi, Berselli, Chiaberge rimpiangono i tempi in cui la critica nei loro confronti era ghettizzata al Borghese, al Secolo d’Italia, alla Notte: di nessun conto visto che si trattava di fascisti. Sospirano ancora al ricordo del cipiglio di Giulio Einaudi – ora si devono accontentare di quello di Scalfari – che annichiliva i poveretti non ritenuti, a suo insindacabile giudizio, sufficientemente allineati. Lei non penserà , dott. Chiaberge, che solo i loro siano ragionamenti perfetti, vero? Né che gli altri s-ragionano. Mi raccomando il trattino tanto caro al ilosofo/psicologo Galimberti, recentemente incorso in una piccola disavventura.

  • ugo varnai |

    C’era molto da dire sull’abuso che è sempre stato l’insorgere contro le pretese totalizzanti del potere, e infatti all’inizio il tema è stato svolto con le apparenze della più fredda oggettività (Popper), ma alla fine è prevalsa la più semplice necessità e quindi la più calda “passione”.
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    Il risultato è che dapprima vi siete scontrati, poi avete convenuto, coltivando all’ingrosso le stesse idee, di bastonare uno dei soliti topoi: lo spocchioso di sinistra, ritrovando così una rapida solidarietà. E del resto nell’infinita varietà sociale e politica esiste senz’altro anche questo tipo sinistro e spocchioso, per quanto convenzionale ed empirico possa considerarsi tale metodo d’indagine, anche a causa delle non lievi e riposte difficoltà che presenta l’argomento.
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    Quanto al “popolo bue”, mi pare si tratti di una locuzione che può trovare motivi di patrocinio ben più forti nel pensiero reazionario che non in quello cosiddetto “di sinistra”. Tuttavia, mi sia spocchiosamente permesso sottolineare, che tale fatto, non va confuso con la valutazione oggettiva della condizione di chi, per vivere, è costretto a vendere la propria persona ad altri, sia pure sotto la finzione, odierna, di un contratto. Maffeo Pantaleoni (si apprezzi la qualità della citazione), scriveva: Allorché un individuo è costretto a pagare e a lavorare per altri, questo individuo è lo schiavo degli altri (La caduta della Società Generale di Credito mobiliare Italiano, UTET, 1988).
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    cordiali saluti.

  • riccardo chiaberge |

    Cara Anna, altro che! viva le voci dissonanti! Cerchiamo insieme di difenderle da chi non accetta il contraddittorio e vorrebbe circondarsi di camerieri (senza offesa per i camerieri). Nè io né lei lo siamo, per fortuna, e nemmeno la maggior parte di quelli che gli spocchiosi intellettuali chiamano “popolo bue”. un cordiale saluto, rc

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