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La guerra è scritta nei nostri geni. O forse no

Tre giorni fa Hiroshima, oggi Nagasaki. 64 anni dopo, Obama e gli altri grandi della Terra tornano a giurare solennemente: mai più attacchi nucleari. Ieri, i Georgiani hanno celebrato l’anniversario del conflitto per l’Ossezia del Sud. E domenica scorsa, alla stazione di Bologna, nobili parole, fischi e lacrime hanno condito l’ennesima commemorazione di un’insensata guerra tutta italiana, di cui tuttora si ignorano strateghi e comandanti (ne scrive Miguel Gotor a pagina 28). Marte, come la morte, non va mai in vacanza. Il nostro calendario è scandito dalle armi, la toponomastica e i monumenti delle città sono un catalogo di condottieri, battaglie e stragi. Da migliaia di anni, il cammino evolutivo dell’Homo Sapiens è intriso di sangue. Tanto da avvalorare il luogo comune per cui l’istinto della guerra sarebbe scritto nel nostro genoma. Ma è proprio vero? Sul settimanale britannico New Scientist, John Horgan prova a chiederlo ad alcuni tra i maggiori antropologi del mondo. E le risposte non sono affatto scontate: Brian Ferguson della Rutgers University, per esempio, ricorda che la prima evidenza fossile di violenze collettive (fosse comuni, crani fracassati, segni di asce e di proiettili) risale a 14mila anni fa, quando gli uomini passarono da una forma di vita nomade a una stanziale, legata all’agricoltura. Prima, per decine, centinaia di millenni, le tribù dei cacciatori-raccoglitori erano convissute in pace, come del resto avviene ancora in molte culture, dagli aborigeni austrialiani agli Inuit.

George-orwell

Che la guerra sia un vizietto inestirpabile dell’uomo moderno era assolutamente convinto George Orwell: «La civiltà meccanica prospera sulle bombe – scriveva con qualche buona ragione nel 1944 – Lo scenario che H.G. Wells ha delineato nel suo La guerra nell’aria – un futuro in cui il mondo viene ricacciato all’età della pietra da poche tonnellate di bombe – si è rivelato completamente falso». Inutile illudersi di tornare ai miti costumi degli indiani hopi o dei cacciatori-raccoglitori. «Il pericolo a cui andiamo incontro – ammonisce l’autore di 1984 – non è quello dell’estinzione: è quello di una civiltà schiava che, lungi dall’essere caotica, potrebbe essere orribilmente ordinata». Per fortuna, nemmeno lui ci ha azzeccato del tutto: nell’ultimo mezzo secolo le democrazie nel mondo sono quintuplicate (da venti a quasi un centinaio).
Nel Dna dei primati – dicono gli studiosi – i geni della cooperazione pesano almeno quanto quelli del conflitto. Richard Wrangham, etologo di Harvard, sostiene che i nostri cugini scimpanzè attaccano solo quando pensano di poter avere la meglio: dovremmo imparare da loro, dice, e ridurre gli squilibri di potere tra  nazioni. Costruire la pace scimmiottando le scimmie? Perché no. Del resto, ormai anche il Papa è convinto che Darwin avesse ragione. Ma quando vediamo il ghigno di un Ahmadinejad, o ascoltiamo i suoi deliri, ci viene il sospetto che l’evoluzione si sia fermata, e che gli scimpanzè siano, forse, più saggi di noi.

  • ugo varnai |

    Per Andrea Bartelloni.
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    […] nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi.
    […] Qual è l’importanza di una simile teoria? Affrontare questa questione, significa entrare nel campo dell’epistemologia. Una teoria è un’elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell’osservazione, ma ad essi affine.
    […] A dire il vero, più che della teoria dell’evoluzione, conviene parlare delle teorie dell’evoluzione. Questa pluralità deriva da un lato dalla diversità delle spiegazione che sono state proposte sul meccanismo dell’evoluzione e dall’altro dalle diverse filosofie alle quali si fa riferimento. Esistono pertanto letture materialiste e riduttive e letture spiritualistiche. Il giudizio è qui di competenza propria della filosofia e, ancora oltre, della teologia.
    Messaggio di Karol Wojtyla ai Membri della Pontificia Accademia delle Scienze, 22 Ottobre 1996.
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    La Chiesa crede nei miracoli, ma è molto più prudente quanto si tratta di teorie scientifiche. Dopo qualche secolo di conferme e sperimentazioni, in qualche modo (a suo modo) prende atto. Per esempio, gli esperimenti di John Cairns, pubblicati sul numero 335 del 1988 di Nature, sono da licenziare come “elaborazione metascientifica”?
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    Ma anche coloro che divulgano la teoria dell’evoluzione darwiniana come una inevitabile “gara” per la sopravvivenza, intesa semplicisticamente come selezione indotta dal “caso” e dalla “necessità” (e non da processi dinamici tra ambiente e organismi) e favorevole alla sopravvivenza degli individui più adatti, offrono una valutazione unilaterale sia di ciò che avviene in natura ma soprattutto di ciò che è dato in rapporto all’evoluzione e alla condizione umana. Infatti, per quanto riguarda lo strano animale chiamato uomo, esso è dotato di un cervello capace di sviluppare funzioni psichiche superiori, cioè un linguaggio sintetico-simbolico e una conoscenza sintetica, e con esso ha avuto inizio un’evoluzione di tipo nuovo, che procede a velocità enormemente maggiore dell’evoluzione biologica: l’evoluzione culturale, cioè la storia dell’umanità.
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    E invece abbiamo di nuovo a che fare con un materialismo largamente esposto al naturalismo ripiegato sul più frusto biologismo (e che perciò offre più di un fianco alle critiche pretesche), il quale giudica il materialismo storico e la dialettica come sofismi intellettuali dei nostri nonni.
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    saluti.

  • Andrea Bartelloni |

    Caso, necessità, evoluzione nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI
    “Ormai anche il Papa è convinto che Darwin avesse ragione”?
    Mah, leggendo la sua ultima enciclica non si direbbe.
    L’uomo non è un atomo sperduto in un universo casuale (La Ragione creatrice, lo Spirito Creatore che opera tutto e suscita lo sviluppo, o l’Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l’uomo, la sua ragione. Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell’evoluzione e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole. Omelia alla Santa Messa, Regensburg, 12/9/2006), ma è una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e che ha da sempre amato. Se l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessità, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l’uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo (n. 29).
    Se la natura e per primo l’essere umano vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. (…) La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. (n. 48)
    Per i credenti il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. (n. 57)
    Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza. (n. 74)

  • ugo varnai |

    Quando un ministro dell’economia (a fronte di un meno 6% di Pil e di un calo della produzione industriale del 19,7) trova il motivo e ancorché il tempo di scrivere ad un quotidiano nazionale per suggerire compiaciute modifiche ad una vignetta satirica, allora anche la chiacchiera disillusa che sproloquia in un blog, oppure sotto l’ombrellone, assume un qualche titolo di pregio.
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    La guerra è scritta nei geni? Nell’aggressività umana prevale l’aspetto biologico oppure quello sociale e, soprattutto, quando non ci si raccapezza più da soli sarà l’esperto a rassicurarci nei rispettivi pregiudizi più vieti? Quest’ultimo interrogativo meriterebbe qualcosa di più di una coraggiosa omissione.
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    Le tribù dei cacciatori-raccoglitori forse sono mansuete come le dipingono, ma quando l’apporto di proteine si fa carente aggiustano la dieta come possono, nella Nuova Guinea con il cannibalismo e in altri contesti con la razzia e il furto. Insomma, la gastronomia è la maschera, l’arte della raffinatezza, ma la fame si mostra sempre nuda e a vote nella più disgustosa semplicità.
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    Quanto alla società moderna che “prospera sulle bombe” di cui Orwell paventa l’orribile ordinamento, chiedo: le società precedenti non prosperavano sulla spada? E il frutto legale (e illegale) delle antiche rapine non era forse prezzato e trattato principalmente sui mercati come quello dell’isola di Delo, senza alcun riguardo per il sesso e l’età? La società attuale ha sostituito l’antico gergo mercantile con i codici del NYSE Program Trading e anche le guerre vengono gestite secondo il buon gusto delle nuove censure. In questo senso, l’intellighenzia borghese dimostra tutta la propria refrattarietà ad una critica piena del potere.

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