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Eros e potere secondo Hillman

Marte e Venere, eros e potere, volontà di dominio e sessualità, non sono due poli distinti e opposti, due divinità rivali. Da che mondo è mondo, ci spiega lo psicoanalista James Hillman nel bel libro Gli stili del potere (Rizzoli-Bur, a cura di Silvia Ronchey), sono due facce della stessa medaglia, archetipi ineliminabili della psiche umana. Difficile resistere a ira e cupiditas, come le chiamavano i padri della Chiesa, perché «è in queste esplosive pulsioni – scrive Hillman – che dimorano gli dèi. Anche se pensiamo che i miti sono ormai da lungo tempo dimenticati, e che gli dèi e le dee sono morti, in realtà essi risorgono nelle passioni dell’anima». Soprattutto nell’anima dei potenti.

Hillman

Una delle manifestazioni più tangibili dell’intreccio tra sesso e potere, secondo il grande junghiano, è l’esibizionismo tipico dei divi dello spettacolo e di molti leader politici. Non si tratta del disturbo che gli psichiatri definiscono «impropria e/o compulsiva esibizione dei genitali», ma di un meno patologico, esasperato bisogno di « richiamare l’attenzione su di sé». In un certo senso, sostiene Hillman, è la persona nel suo insieme che diventa «genitalizzata», come nel caso delle rockstar, da Elvis Presley a Mick Jagger fino a Madonna (o, all’opposto, «degenitalizzata» come Michael Jackson, che ha passato la vita a dissimulare la propria mascolinità). Mettersi in mostra, farsi notare, per affascinare la gente e arrivare al top. Lo stesso termine «fascino», ricorda Hillman, ha una radice etimologica di ambito sessuale: «fascinum», per gli antichi romani, era un talismano a forma di genitale maschile, usato per scacciare il malocchio. I gesti osceni delle star ai concerti pop, così come le battute goliardiche dei premier, sono espressioni diverse di una stessa «aura erotica» del potere.
Attenzione però – avverte lo psicoanalista – alla lunga, l’esasperata ricerca del fascino può incrinare un altro, essenziale pilastro del dominio: la reputazione. Se già gli eroi di Shakespeare legavano la potenza di un re o di un paese alla sua reputazione, oggi sono gli spin doctor e i sondaggi a costruire o distruggere l’immagine del Leader, del Governo, della Nazione. La reputazione – come dice il Cassio dell’Otello shakespeariano – è la parte immortale di un uomo. Quando la perdi, «ciò che resta è bestiale».
Lettrici e lettori, andate in vacanza con gli «stili» di Hillman. È una compagnia ideale per questa sguaiata estate italiana, dove il potere sembra avere perduto ogni stile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Anna Ferrero |

    Caro dott. Chiaberge,
    è evidente che a Lei piace parlare, o meglio scrivere, per parabole.
    Hillman, che leggo da anni e che ho avuto modo di incontrare ad un seminario, di sesso e potere ha un’ottima conoscenza e, direi anche, frequentazione. Intendiamoci, buon per lui.
    Buone vacanze.
    Anna Ferrero

  • ugo varnai |

    Ancora una volta, con la solennità dogmatica che li contraddistingue, gli specialisti della “psiche”, pur distinti in tutte le loro innumerevoli ibridazioni, ci raccontano degli “archetipi ineliminabili della psiche umana”. Non possono fare a meno di assegnare un ruolo esasperato ai canoni biologici della cultura, costituzionalmente incapaci di superare un volgare biologismo.
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    Anziché concepire la dinamica psichica come dinamica di motivazioni e non di forze, di comprendere cioè che la psiche riflette una dialettica oggettiva, cioè storica, di grado molto superiore a quello con cui riflette la dialettica della natura, la psicoanalisi resta nei limiti di una teoria soggettiva, di volta in volta adattata a questo o a quel fenomeno, laddove la sublimazione delle pulsioni e delle rappresentazioni culturali ad essa collegate sarebbero, ad un tempo, e l’effetto e la causa di questa sublimazione. In tal modo, il pensiero dominante può eludere i processi sociali che portano alla deformazione ideologica della sessualità (e del potere). Questo, essenzialmente, lo scopo.
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    Quanto alla reputazione, che dire? È vero che gli eroi di Shakespeare legavano la potenza di un re o di un paese alla sua reputazione, ma in epoche in cui la logica sociale si formava diversamente. Oggi abbiamo a che fare con ben altro tipo di tecniche di costruzione/distruzione dell’immagine e del discorso, dove qualunque cosa ci viene mostrata non lascia spazio ad alcuna risposta di logica autonoma, perciò non deve stupire se il riflesso individuale si piega all’autorità che ci parla dallo schermo al plasma, magari per proporci di diventare irreprensibili come Berlusconi giocando al superlotto. Anche se bisogna ammettere che qualcosa sta cambiando sotto la spinta delle contingenze: negli Usa non pagare i debiti contratti con le carte di credito o le rate di muto della casa svalutata sta diventando sempre più un comportamento stimabile.

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