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Il dispotismo morbido (secondo i neocon)

Sull’ultimo numero del «Weekly Standard», settimanale di destra americano, il filosofo neocon Harvey Mansfield mette in guardia dai rischi del «dispotismo morbido». Non si riferisce ovviamente ad Ahmadinejad e ai suoi sgherri, che di morbido hanno ben poco come purtroppo stiamo vedendo in questi giorni, ma a una «deriva» insidiosa, per quanto meno drammatica e nient’affatto cruenta, delle democrazie contemporanee. Il primo a parlare di «despotisme doux» è stato Alexis de Tocqueville: invece di far tremare la gente di paura, come le tirannie vere e proprie, questa forma di autoritarismo strisciante dispensa regalie ed elemosine ai cittadini-sudditi. In tal modo, spiega Tocqueville, «non spezza le volontà, ma le ammorbidisce, le piega e le dirige». Ti insegna perfino come migliorare la tua vita. Ma il prezzo delle elargizioni è di ostacolare e scoraggiare ogni attività politica e associativa, riducendo la democrazia a una massa di individui disgregati. Il dispotismo «dolce», sostiene Mansfield, è la minaccia più grave che oggi incombe sulle società libere: non gli stati canaglia o l’asse del Terrore,non qualche riedizione dei totalitarismi novecenteschi, ma un nemico subdolo, una sorta di Alien

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dall’apparenza benigna e accattivante, cresciuto nelle viscere stesse del sistema. In un libro appena uscito da Yale University Press (Soft Despotism. Democracy’s Drift), lo storico Paul Rahe ricostruisce la genesi del concetto nel pensiero di Tocqueville, risalendo a due padri della democrazia che gli erano cari, Montesquieu e Rousseau. Il primo aveva teorizzato la «repubblica moderna» degli interessi commerciali, il secondo l’aveva demolita per la sua incapacità di promuovere la cittadinanza tra individui dissociati. Ma a differenza dei due presunti «maestri», Tocqueville dà più importanza ai processi storici che alle idee astratte. Vede nella democrazia un «fatto provvidenziale» che rischia però di essere svuotato da un individualismo avido, senza regole e senza valori. «Chi non ha fede – sostiene – è fatto per servire, e chi è libero deve credere». Il professor Mansfield, autore dell’articolo, è una testa d’uovo della Hoover Institution, noto think tank repubblicano. Senza bisogno di fare nomi, è chiaro chi per lui rappresenta l’ultima incarnazione del despota «soft»: un tipo alto e abbronzato che abita da qualche mese alla Casa Bianca, e promette una sanità più egualitaria e perfino un ambiente meno inquinato. Possiamo stare tranquilli: il discorso non riguarda noi.

  • johnny brescic |

    Perfino gente come la decana degli inviati alla Casa Bianca Helen Thomas ha protestato per l’ambiguità e la suggestione mediatiche propalate dalla Casa Bianca obamiana. Il massiccio appoggio a Obama da parte dei massmedia e dei giornalisti ha fatto scrivere qualcuno di un “slobbering affair” e di biased media. Non a caso, Obama si è irritato con la più conservatrice FOX NEWS, in crescita esponenziale di spettatori grazie a commentatori aggressivi come O’Reilly e Krauthammer,critici della politica di gigantesche federali e di tasse in crescita(e disoccupati) . Niente a che fare con il controllo ossessivo e censorio dei media italiani di Silvio Berlusconi,d’accordo. Ma se fossi americano, additerei lo stile di vita italiano a modello per un disastro fiscale e Bancarotta morale e civile.

  • ugo varnai |

    Cara Farian, la sua precisazione è opportuna avendo io dato per troppo scontata la breve parentesi di Mossadeq. Sul resto siamo d’accordo e anzi lei aggiunge dati ulteriori molto utili. la ringrazio per l’attenzione. cordiali saluti. uv

  • Farian Sabahi |

    Gentile Ugo Varnai, l’Iran ha cercato, in passato, una via laica alla democrazia. Era il 1951 e l’Iran era diventato una monarchia costituzionale. Il premier era Mossadeq del Fronte nazionale. Osò nazionalizzare il petrolio ma l’Occidente – e in particolare la Gran Bretagna – non la presero bene: organizzarono un embargo ai danni di Teheran e portarono Mossadeq all’Aia e davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, peraltro senza grandi risultati. Due anni dopo, il 19 agosto 1953 fu vittima di un colpo di Stato ordito a Londra e messo in atto dagli americani. E questo non è l’unico episodio in cui l’Occidente mise lo zampino. Ma non dimentichiamo che la società iraniana è tradizionale e lo sciismo rappresenta un suo tratto distintivo.
    Venendo alla protesta di queste settimane, un collega iraniano che fa il sociologo e si trova in questi giorni a Teheran dalla famiglia mi ha spiegato che l’onda verde di Mousavi non è composta esclusivamente da borghesi ma è trasversale ai ceti, alle generazioni e ai generi. Per il resto lei ha ragione, le plebi non trarranno grandi vantaggi dal fermento politico e, paradossalmente, hanno maggiore convenienza dalla riconferma di Ahmadinejad, visto che ha elargito contanti ai contadini in crisi per la siccità, ha aumentato le pensioni del 50% e gli stipendi degli insegnanti del 30%, e ha allargato l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani. Infine, di fronte alle pressioni della comunità internazionale la leadership della Repubblica islamica è già tornata compatta. Rafsanjani incluso.

  • ugo varnai |

    Bella la chiusa. Meno male che noi non c’entriamo con la faccenda del soft despotism. Per un momento ho avuto il timore che qualcuno potesse suonare alla porta per propormi un ampliamento edilizio, l’acquisto di un bene demaniale a prezzi di scippo, un condono fiscale, la direzione di un telegiornale o di una maison, un bonus d’ottimismo, metodo Moet & Chandon ..…
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    Una parte non trascurabile dell’oligarchia americana (la stessa che nel giugno 1940 organizzò un banchetto al Waldorf Astoria di NY in onore delle vittorie europee della Wehrmacht), quando si tratta di riforme, si comporta compulsivamente, seguendo l’istinto di classe. Costoro sanno che quando si allarga la spesa per assistenza e redditi improduttivi, ad essere colpiti non sono solo i salari, ma anche i profitti. Per fortuna altri proprietari di Wall Street, con una visione più ampia del gioco e delle necessità contraddittorie che s’impongono, hanno volto la macchina mediatica verso due obiettivi prioritari: disperdere il discorso sulla natura e le cause del disastro (e l’ideologia estremista del neoliberismo che l’ha facilitato), e portare alla Casa Bianca un uomo intelligente e duttile che ha permesso, senza tanti strilli, di tamponare falle enormi con i soldi pubblici, di taroccare i bilanci delle banche e alla Goldman Sachs di pagare i bonus più alti della sua storia, quindi di regalare ai bisognosi e ai sindacati l’industria obsoleta, poi di promettere la sanità pubblica, insomma di tirare avanti con la vita a credito.
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    Ci sono molti modi di mentire ai secoli futuri, e quindi vale la pena ricordare, agli occhi di un mondo sempre condannabile, che tutto cominciò con i pellegrini integralisti del Mayflower e proseguì con i legislatori grandi proprietari di schiavi (non solo neri), l’annientamento dei nativi, la dottrina Monroe, l’uccisione di 16.000 indipendentisti filippini e 200.000 civili nel 1899, eccetera. Se invece la Persia non ha mai avuto una via laica alla democrazia, le cause e le colpe non sono solo recenti. Effettivamente vedendo Ahmadinejad viene spontaneo chiedersi quando passano a prendere l’umido, ma il punto non è questo. Nella situazione attuale, bisogna tener conto che le frange della borghesia iraniana che dirigono la protesta, non lo fanno “a gratis”. È uno scontro per interposte persone e tra interessi contrapposti. Da un lato gli ortodossi che, almeno nominalmente, avevano fatto la rivoluzione in nome dei poveri; dall’altro, coloro che si sono arricchiti principalmente grazie alle liberalizzazioni attuate sotto Rafsanjani (leader religioso e uomo più ricco del paese: tra l’altro il più importante grossista di pistacchi). Costoro vogliono ampliare e controllare in proprio lo sfruttamento economico del paese, santificando lo scopo in nome della democrazia (i media occidentali lo stanno presentando come fatto glorioso). Le plebi iraniane sono schiacciate tra queste due opzioni e ad ogni modo non trarranno reali benefici da alcuno dei contendenti sulla scena e continueranno a vivere secondo le istruzioni di chi comanda.

  • Alessandro Mercuri |

    Dopo che il circo giornalistico sulle ‘ragazze immagine’ mi ha quasi fatto diventare Berlusconi simpatico (sempre pero’ con il dubbio di una manovra diversiva architettata dallo stesso ‘grande intrattenitore’) e dopo aver dovuto riconoscere come opposizione piu’ dura ed efficace quella di Veronica Lario, ecco che stamani trovo magistralmente articolata quella che era solo una larvale intuizione con cui molti o pochi di noi si titillavano nel cervello. La conclusione sarcastica dell’articolo e’ raggelante.

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