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Dio è tornato. E fa la colletta

Che «God is back», che Dio sia tornato in auge anche nell’Europa atea e illuminista, come annunciano John Micklethwait e Adrian Wooldridge nel loro ultimo libro, ne avevamo sentore da un pezzo, ma oggi ce ne fornisce una prova in più la colletta che si fa in tutte le parrocchie italiane per aiutare le famiglie impoverite dalla crisi. Il Prestito della speranza promosso dalla Cei sull’esempio del «fondo» milanese del cardinale Tettamanzi sembra confermare quella ripresa di iniziativa sociale della Chiesa in stile «americano» prevista dai due giornalisti dell’«Economist». Lungi dall’essere dei relitti medievali come vorrebbero i New Atheists alla Dawkins, le organizzazioni religiose svolgono un compito insostituibile nelle società contemporanee. E per questo stanno conoscendo un revival sorprendente in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, smentendo le profezie che vedevano nella diserzione di massa dai luoghi di culto e nel ripudio di ogni credo trascendente una conseguenza ineluttabile della modernizzazione. Per Micklethwait e Wooldridge il successo di predicatori e di imam si spiega con l’adozione di tecniche manageriali simili a quelle delle grandi corporation. Come in America, anche in Europa la religione sta diventando un business competitivo con «imprenditori della fede» che si mettono al servizio dei propri clienti e consumatori.

Tettamanzi.Card.

Se la prima parte del ragionamento convince, la seconda un po’ meno. Come obietta il sociologo John Gray, direttore della London School of Economics, non è affatto detto che il revival di Dio nel vecchio continente ricalchi l’American Way: così come la globalizzazione ha prodotto vari modelli di capitalismo, anche la convivenza tra modernità e religione può seguire percorsi diversi. E comunque, il libero mercato delle fedi è difficilmente proponibile in un Paese come l’Italia dove vige un concordato tra Stato e Chiesa cattolica. Nella sua rubrica su Panorama, il «crociato» Magdi Cristiano Allam racconta di essere rimasto sconcertato, durante una messa nel Duomo di Milano, «dalla presenza di circa un centinaio di fedeli in uno spazio che ne può accogliere migliaia. Ho compreso che, se la chiesa fosse stata piena di cristiani, lo scorso 3 gennaio piazza del Duomo non sarebbe stata occupata da migliaia di islamici». Come se tutto si riducesse a un problema di muscoli e di rapporti di forza sul campo di battaglia, a una sorta di Lepanto globale. Sarà anche vero, come sostiene il Cardinale Camillo Ruini in un libro-dialogo con Ernesto Galli della Loggia (Confini, Mondadori), che una parte dei cattolici rifiuta per principio e in ogni caso l’uso della forza, rifugiandosi in una fede buonista e «disincarnata». Ma cosa c’è di più incarnato della carità e di più disincarnato di una dottrina punitiva e astratta, avulsa dai problemi quotidiani dei mortali? Con buona pace di Magdi Cristiano, forse anche le chiese tornerebbero a riempirsi se i porporati mostrassero più cuore che muscoli. © RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Diego Marcello Capezzuto |

    La fede ci unisce, la fede in questo caso ci separa, è una brutta affermazione che ritengo sconfortante, purtroppo però avvolte sembra proprio che sia così, non è stato mai detto che i numeri portino all’eccellenza, è la crescita di spiritualità che ci solleva e ci da forza di continuare a credere, forse gli islamici che hanno occupato il Duomo avevano qualcosa in più da chiedere al nostro signore, perciò non credo che si possa definire una perdita di fede, bisogna perciò far si che si possa realmente credere in qualcosa e non solamente nei dati o nei conti della santa sede, il signore veglia e vigila dall’alto e ci fornisce sempre i mezzi per arrivare a lui bisogna solamente saperli acquisire, ciao.

  • marco spotorno |

    Grazie signor Chiaberge per questo articolo: non capita spesso, sulla stampa tradizionale, di leggere pezzi che parlino di American Way (AmWay) o di religione come business.

    Se Magdi Allam rimane sconcertato dalla scarsa presenza di fedeli nel duomo di Milano, io rimango sconcertato dalla presenza di persone come lui che necessitano di “numeri” per dare un fondamento alla propria fede.

    Nella chiesa genovese stiamo assistendo da alcuni mesi ad una vera e propria “chiamata alle armi” per la processione del Corpus Domini, che si svolgerà nelle vie del centro solo due settimane prima del Gay Pride … aspettiamo il consueto balletto delle cifre.

    Nel momento in cui la Chiesa prenderà coscienza del proprio essere minoranza (con un po’ di umiltà), forse potrà davvero evangelizzare a fatti e a parole.

  • ugo varnai |

    Se ho capito bene, lei vorrebbe che i preti si togliessero dai piedi del letto quando i comuni mortali fanno sesso o decidono tempi e modi di tirare le cuoia. Farli diventare un’arciconfraternita dell’assistenza in “un libero mercato” della carità & compassione (parallelo a quello dei futures). Sarà ben dura convincere i più grandi esperti di pastorizia del mondo a cambiare registro.

    Non è forse in nome di dio che la Chiesa catttolica, in primis, si fa assistere dallo Stato? Unicuique suum, purché a loro spetti la fetta più grossa della santa torta. Ma non si era parlato di “due poteri indipendenti e sovrani”? Non era Wojtyla a dire “la Chiesa non chiede privilegi”?

    Più che le chiese vuote a preoccupare le gerarchie è l’apertura di nuovi santuari dove schedare scrupolosamente i malanni dei pellegrini in entrata ed in uscita, a tutela del prodotto. È la fede che guarisce. La vera concorrenza sono stati gli antibiotici e i progressi della tecnica e tecnologia medica. Ora è il turno della genetica.

    I pastori sanno che la scienza può promettere la verità ma non la felicità. E infatti, a leggere la celebre frase “la religione è l’oppio dei popoli” nel suo contesto (ma figuriamoci, leggere quella roba!), si comprende come si alluda non ad una droga che ottunde (c’è un’infinità di generi) ma di creare una condizione di consolazione. Del resto, lo schiavo pragmatico non cerca l’abolizione delle cause della sua condizione, ma padroni compassionevoli e “giusti”. Se non hic et nunc, almeno nell’aldilà.

  • Roberto Fabrizi |

    Ho letto l’articolo di Magdi Allam da lei citato e non mi pare affatto né che ci sia traccia di “muscolarità”, né che fosse pervaso da uno spirito da battaglia di Lepanto. Capisco, caro Chiaberge, che per lei il termine “crociato” è quasi un epiteto. Non le viene il dubbio, però, che il suo voler essere “islamicamente corretto” finisca per essere fuorviante?

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