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Urge respingimento. Del barbaro che è in noi

A dispetto del titolo non è un pamphlet pro o contro i «respingimenti» dei clandestini, il nuovo libro di Luca Canali Fermare Attila (Bompiani). L’Attila che il famoso latinista ci esorta a fermare non ha la pelle scura, non parla un’altra lingua, non solca il Mediterraneo con le navi dei disperati. Attila è qui da sempre, nostro vicino di casa, collega di scuola e di lavoro con regolare permesso di soggiorno. Attila siamo noi italiani, europei e occidentali che stiamo buttando a mare la tradizione classica, unico antidoto all’avanzata della barbarie. C’è ovviamente, in questo appello, molta della passione di chi ha fatto delle lettere antiche la propria ragione di vita. Ma i mali che denuncia Canali fin dalle prime righe sono difficili da negare: «il mercato cinico e selvaggio; la pubblicità urlata; la televisione frenetica, violenta e gesticolante; la dismisura dei consumi; le menzogne propagandistiche e i luoghi comuni della politica». Insomma, «una generalizzata e massiccia caduta di stile che sta coinvolgendo l’intera nazione». Contro questa barbarie dilagante l’idea di «mettere in salvo e divulgare testi classici e sfondi storico-culturali che rischiano di essere accantonati nelle scuole e nelle università» non sarà un’arma risolutiva, ma va presa sul serio. Frequentare il mondo classico è una palestra di intelligenza e di vita, un modo per allargare la mente e accogliere la diversità. Roma «dominatrice delle genti», potenza imperialistica e aggressiva – ricorda Canali – «ebbe anche la vocazione, o la saggezza, di aprirsi agli influssi culturali dei popoli assoggettati». Una Roma che non si vergognava di essere multietnica.

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A parte Appio Claudio, Pomponio Attico e Giulio Cesare, nessuno dei grandi intellettuali e politici latini era nato a Roma. Livio era di Taranto, Virgilio mantovano, Catullo veronese e Cicerone di Arpino, i due Plinio vecchio e giovane entrambi di Como. Per non parlare del gallo Cecilio Stazio, del cartaginese Terenzio, degli spagnoli Quintiliano e Marziale, dell’algerino Apuleio. Forse qualcuno di loro era immigrato clandestinamente e neppure registrato all’anagrafe. L’imperatore Claudio liberò alcuni dei suoi schiavi e li fece entrare nel governo, e più tardi l’Urbe fu retta da sovrani di sangue spagnolo e africano. Nell’Italia di oggi, che considera un’offesa l’aggettivo multietnico, servirebbe un decreto d’urgenza che preveda il «respingimento culturale». Ma al contrario delle barche degli scafisti, per fermare i velieri dei nostri pregiudizi non ci sono motovedette, né possiamo chiedere aiuto al colonnello Gheddafi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

  • maddalena piacentini |

    Gentile Chiaberge, ho letto il libro, comprato dopo aver letto la sua segnalazione. L’intento di Canali è diffondere la cultura classica antica (latina e greca, soprattutto latina) che oggi si cerca di considerare poco “utile”. Lei non fa cenno alla bellezza del testo che segue la prefazione, cioè i brani riportati e lo scritto che lo precede. Altra nota: perché mai non si fa mai cenno da parte dei recensori ai collaboratori dei libri pubblicati? Per esperienza di persone conosciute, so che costoro contribuiscono moltissimo alla composizione del libro, ma mai si dà ad essi un piccolo segnale di gratitudine (o di demerito). maddalena piacentini

  • Anna Ferrero |

    Egr. dott. Chiaberge,
    ho apprezzato la sua garbata (senza punto interrogativo) risposta al mio messaggio. L’affermazione che la cultura non è né di destra né di sinistra è pienamente condivisibile. Forse qualcuno, tra quei lettori del supplemento che si vedono come “aristoi”, avrà provato una fitta di dispiacere. Sulla verità, o falsità, che in questi ultimi anni abbia prevalso l’incultura preferisco applicare la sospensione del giudizio, in quanto non conosco l’esatto significato che lei attribuisce al termine “incultura”. Anche se, a dirla tutta, mi fa pensare al sei politico.
    Cordiali saluti.
    Anna Ferrero

  • ugo varnai |

    ”Sono un ex professore universitario di discipline umanistiche …”, dunque:
    ”Roma è il caput mundi” !!
    “Roma dunque sceglie e si educa i suoi immigrati.” SIC!
    i suoi docenti erano schiavi di cultura greca ed ellenistica. e la loro “selezione” era un tantino più rigorosa di quella odierna.

  • Roberto Fabrizi |

    I russi coltivati come in una serra? Sì, un po’ allo stretto, forse. Se non fosse stato per il giardiniere, che quei fiori che a suo insindacabile giudizio non venivano su bene, li poneva in ghiacciaia o direttammente nell’immondezzaio, sarebbe stato un paradiso.
    Roberto Fabrizi

  • Giulio Sforza |

    Post 137
    Invio questo post anche al Sole 24 Ore all’attenzione di Riccardo Chiaberge che tiene su quel giornale, nell’impareggiabile allegato culturale della domenica, la rubrica Contrappunto dedicata, questa settimana, ad un libro del noto latinista Luca Canali dal titolo molto provocatorio, Fermate Attila, ove per il capo degli Unni sarebbe da intendere il selvaggio che è in noi occidentali, italiani in particolare, incapaci di accogliere il diverso, nel caso specifico l’immigrato. Non ho letto ancora il libro del quale Chiaberge discorre, per cui quanto dirò va preso con le dovute cautele.
    Sono un ex professore universitario di discipline umanistiche ed anch’io da sempre deploro la decadenza degli studi classici nella scuola di ogni ordine e grado, segnale di barbarie già in atto o di imminente imbarbarimento. Ma non riesco proprio a vedere cosa questo abbia a che fare col grave problema della incontrollata immigrazione alla quale oggi, soprattutto da noi, si assiste e che da molti, con assai diverse motivazioni, non sempre culturali, è difesa. Per quel poco che so di storia romana mi è difficile paragonare la omni o poli o multi etnia della Roma classica a quella dell’Italia moderna. Toto coelo esse differunt, toto coelo differerendo le rispettive situazioni storiche e politiche Roma è il caput mundi che regit orbis frena rotundi, un mondo territorialmente, ma non demograficamente, vastissimo, al quale impone il suo potere politico e giuridico, pur amministrandolo con sagacia ed intelligenza, e perciò abbastanza sicura di sé da poter scegliere il meglio delle culture dei popoli conquistati ed assimilarle. Il meglio, appunto, dal quale si lascia capere ben guardandosi dal lasciarsi prevaricare. Quando non sarà più in grado di farlo sarà la sua “fine” (virgoletto perché ritengo, hegelianamente, non fine ma inizio ogni trapasso dello Spirito da una sua fase superata ad una nuova). I non “romani” che entrano in Roma sono o schiavi o romani cives, cioè assimilati, dopo severa cernita, alla romanità. E se i grandi scrittori citati da Canali non sono etnicamente romani essi lo sono tutti culturalmente perché cittadini di un mondo dalla romana humanitas unificato. Ed i liberti che Claudio, ma non solo lui, chiama al potere non sono dei “ barbari” ma dei romani in tutto e per tutto ormai guadagnati allo spirito ed alla lettera della latinità. Roma dunque sceglie e si educa i suoi immigrati. L’immigrazione “selvaggia” in Roma non è pensabile. In Roma nessuno immigra perché da Roma nessuno è fuori. Roma è il mondo, non è una città ma una categoria dello Spirito, ed in questo senso, solo in questo senso, ogni cittadino del mondo è romano.
    Oggi le cose sono completamente diverse. La maggior parte degli immigrati “selvaggi”, come già avviene nell’urbanesimo “selvaggio”, porta il peggio delle “culture” d’origine e prende il peggio di quelle acquisite. E’ rarissimo oggi l’immigrato che rechi con sé il meglio ed il meglio assimili.Egli così nuoce a sé stesso prima che agli altri. Culturalmente, spesso anche economicamente, invece di progredire regredisce. Se il fenomeno della immigrazione incontrollata e indiscriminata ha una sua “umanitaria” giustificazione, soprattutto da parte di una filosofia, sempre piu rara per la verità, monistico-immanentistico-panteistica, politicamente, e tanto più, nel suo significato tecnico, antropologicamente, sembrerebbe non averne alcuna. Una immigrazione siffatta sarebbe una vera e propria, seppur pacifica, invasione barbarica dalla quale un popolo ha il diritto-dovere di difendersi come, finché poté e ne ebbe le forze, fece Roma. Che poi l’invasione possa servire, tacitianamente, ad una trasfusione di sangue giovane nelle vene del gigante morente, questo è un altro discorso. Ma non è detto che l’Occidente sia un gigante morente e che la sua crisi sia irreversibile. Lo diventerebbe se le sue forze centrifughe prevalessero su quelle centripete, se per un malinteso e populistico universalismo, quello che dico dalla erre moscia, rinunciasse ad una politica fattuale che gli impone di difendere la propria identità ed i propri retaggi salvaguardando nel contempo le identità e i retaggi degli altri. Non è questione di xenofobia. E’questione di pura e semplice Realpolitik.
    GIULIO SFORZA
    PS
    Son queste le riflessioni di un anarchico non solo mentale che potrebbero apparire un pecoresco ossequio alle politiche dell’attuale maggioranza di governo. Nulla di più falso. Sono le considerazioni di un che ha sempre pensato pensa e penserà con la sua testa incurante delle eventuali interpretazioni strumentali che di esse possono farsi a destra al centro o a sinistra da parte di chi non è in grado nemmen di immaginare cosa sia un pensare libero, inappigionato e inappigionabile.
    C

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