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Quando lo scienziato vuol fare il guru

Francis_collins
Forse non giocherà a dadi, come diceva Einstein per sfottere Bohr e le sue diavolerie quantistiche. Ma a rimpiattino, o alle tre carte, ci gioca eccome. E si diverte pure. È proprio nei labirinti e nelle apparenti incongruenze della fisica subatomica, su cui si spaccano le meningi gli scienziati, che si nasconderebbe la mano di Dio: il bizzarro e imprevedibile comportamento delle particelle prova che l’universo ha «un certo grado di libertà» e che il Creatore sarebbe in grado di influenzarne l’evoluzione «in modi estremamente sottili». Anche quelli che chiamiamo miracoli, gli eventi che ci sembrano violare le leggi di natura, rientrerebbero in un disegno trascendente. A sostenerlo non è un teologo dall’immaginazione troppo fervida ma uno dei nomi più prestigiosi della biologia contemporanea, quel Francis Collins che ha diretto per molti anni il Progetto Genoma. Da tempo, il professor Collins ha messo a rumore la comunità scientifica col «coming out» del suo ritorno al Cristianesimo: in un libro di successo, Il linguaggio di Dio (Sperling & Kupfer), racconta di aver ritrovato la fede nelle spire della doppia elica e dimostra che Darwin non è incompatibile con le sacre scritture. Una sfida agli atei bigotti e ai creazionisti, e insieme una netta presa di distanze dai teorici del Progetto Intelligente, da quell’idea di un «God of the Gaps» di un «Dio tappabuchi» che corre a colmare le lacune dell’evoluzione. Adesso Collins fa un passo ulteriore: anche nel settimo giorno e negli eoni successivi, il Padreterno non se ne sta in panciolle, ma continua a dare di tanto in tanto un aiutino, una spintarella al cosmo e all’umanità. Non un tappabuchi, ma una Beautiful Mind che gode a sorprenderci con le sue stranezze, come il Cappellaio di Alice.
Collins non è il primo né il solo scienziato che, giunto al culmine della carriera, si scopre una vocazione mistica e indossa la tonaca del santone. Anni fa, nei circoli intellettuali chic, andava forte il fisico Fritjof Capra, secondo il quale la visione quantistica del mondo sarebbe in perfetta sintonia con le cosmologie orientali, dal Buddhismo al Taoismo. E resiste sulla breccia il teorico di Gaia, l’ormai novantenne James Lovelock, che vede nella Terra un organismo vivente, una divinità che farebbe volentieri a meno di noi umani.
È vero che l’impresa scientifica è spesso frustrante, e che di questi tempi i libri di religione tirano più di quelli di scienza. La teologia deve essere aggiornata per scongiurare altri casi Galileo, ed è giusto disarmare i crociati delle due fazioni. Ma divinizzare la natura e confondere la scienza con la fede rischia solo di fare danni, all’una come all’altra.

  • paco |

    per Varnai,
    non ho capito se, data la densita’ di interventi che inserisce, deve per contratto dar commenti su ogni rubirca del Sole, se non ha platee migliori per far sfoggio della tua retorica o se semplicemente non ha di meglio da fare, ma sembra proprio che colla tirata su manager ed emolumenti si stia parlando addosso… o abbia sbagliato thread!

  • ugo varnai |

    dio vende di più nella nebbia della crisi e i pragmatici scribi ci inzuppano volentieri il pane. Sanno che aggiungendo sfumature tinta su tinta non si rischia nulla oggigiorno e si fa sempre una bella figura. E anche lo scienziato può scoprire dio quando un editore gli offre un buon contratto.

    Tra i primi a voler rendere potabile trascendenza e scienza c’è un italiano dalla loquela impareggiabile, del quale, per assecondare la sua innata modestia, si tace il nome.

    Quando cade la speranza storica del cambiamento, lo schiavo ritrova dio, cioè l’altra faccia della medaglia. Non è nelle condizioni di farla veramente finita con tutti questi pastrocchi sul sacro e dintorni, poiché la miseria religiosa è l’espressione della sua miseria reale, diventa il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, la rassegnazione in un inferno vero che le belle anime chiamano “squilibrio”.

    Non c’è modo di occuparsi di un’empireo più prosaico, quello dei cosiddetti manager, laddove l’ammontare degli emolumenti conta relativamente, tanto che qualcuno di costoro ha deciso di dimezzarsi lo stipendio, così come solo i veri gentlemen’s sanno fare e soprattutto possono permettersi. Naturalmente entro i parametri annui dai 3.418.600 agli 8.265.000 euro dichiarati (esclusi bonus, stock options, ecc.). In questo modo, con il loro esempio, questi illustri personaggi possono sentenziare sulla necessità della continenza, quella salariale.
    Ma le ideologie del declino hanno altri motivi di riflessione che non le mere somme algebriche. E mentre computano con il decimetro un cielo che ha le misure dei miliardi di anni, qui sulla terra, in cinquanta o cento giorni al massimo, compresi quelli di sagra, i notabili del mondo guadagnano il paradiso, percependo quanto un salariato in quarant’anni di lavoro regolarizzato (se lo trova).

  • riccardo chiaberge |

    Caro Paolo, so che non è elegante autocitarsi, ma il tono del suo intervento mi costringe a farlo. Se lei ha letto il mio “La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati?”(Longanesi) avrà notato che detesto quanto lei gli sciamani alla Dawkins che ci vorrebbero imporre il loro credo ateo. Se vuole che gliela dica tutta, io sono uno che prova meraviglia di fronte alla natura, e al quale spesso capita di riconoscere l’impronta divina in un ghiacciaio o in un panorama alpino. Ma non pretendo di dare un fondamento “scientifico” o razionale a queste mie emozioni. Non penso che sostituendo al Dio dei gap un “Dio dei quanti” si contribuisca a riavvicinare gli scettici alla religione, che – ripeto – è altra cosa dalla ricerca sperimentale. Come dice il gesuita-astronomo padre George Coyne, già direttore della specola vaticana e uno dei protagonisti del mio libro, “Dio non è il punto di arrivo di un processo razionale. Dio non spiega il mondo, ma lo ama”.

  • Paolo B |

    caro RIccardo,
    e’ senza dubbio fuoriluogo quanto improponibile tentare di prodursi in questa sede in speculazione sul dibattito scienza-fede, data la vastita’ della materia. Esistono agoni piu’ adatti, dove su tale materia, come da millenni, si cimentano i migliori pensatori di ogni disciplina: forum, gruppi di studo e financo cattedre universitarie. Tuttavia a fatica mi limito ad un paio di considerazioni strettamente inerenti le sue parole.
    Anzitutto noto con rammarico che soltanto meta’ del suo articolo illustra il punto di Collins, esponendolo pure con notevole superficialita’.
    D”altra parte pero’ lei dedica il resto a levare un monito che trovo inutile quanto fuorviante. E pure un po’ fazioso.
    Mi spiego: anzitutto, trovo innegabilmente positivo che in materia di fede si pronuncino persone di comprovata levatura, specie se di estrazione scientifica: cio’ dovrebbe garantire non certo attendibilita’ ma quantomeno analisi razionali e speculazioni logiche.
    Poi, vorrei sapere: leggere tra le pieghe del creato l’impronta divina e’ secondo lei divinizzare la natura? Se parla degli altri da lei citati capisco, ma non mi pare che raccontare il proprio percorso razionale e spirituale che ha condotto alla fede equivalga ad erigersi a santone.
    Il ‘pericolo’ che lei ventila, d’uno “sciamanesimo” degli scienziati, mi appare esista si’, e davvero prepotente. Ma nella direzione esattamente opposta: viviamo in pieno scientismo, l’unica religione e’ quella della conoscenza, l’unica fede quella nella scienza. Chi parla di Dio, di trascendenza, aldila’ e fede in generale, viene visto come retrogrado, bigotto, medioevale. Anzi in genere direi ‘fondamentalista’, cieco alle evidenze scientifiche e razionali, e cosi’. via. Che uno scienziato tratti i temi di morale o fede certo non fa notizia: tutti i giorni lo studio di turno attacca e tenta di demolire questa o quella convinzione ‘sacra’. Niente di strano dunque quando gli scienziati parlano di fede.. se e’ per ridurla a bizzarra manifestazione di uomini ad uno stadio inferiore di consapevolezza e sviluppo, retaggio anacronistico di ignoranza e oscurantismo. Strano invece che uno scienziato affermato si schieri dalla parte opposta. Ma ecco allora che qualcuno dell’altra ‘bandiera’ si preoccupa di ristabilire i ruoli! Risibile, se non fosse ipocrita.
    Avrei poi voglia di imbarcarmi in discussioni sulla reale assenza di ‘fede’ nella scienza, sulla limitatezza ontologica del mondo fisico, sulle conseguenze metafisiche di eventuali gradi di liberta’ dell’Universo, della sua naturalezza e del suo ‘fine-tuning’, ma a malincuore la rimando a ambiti e testi piu’ consoni, da cui potra’ trar profitto. La lascio chiosando che a me pare i danni li faccia soltanto chi mette paletti al libero pensare e pronunciarsi.

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