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Il kebab proibito e i levrieri afghani

La legge «anti-kebab» della regione Lombardia non ci coglie impreparati, anche perché ha almeno un illustre precedente. Mesi fa i professori del Christ Church College di Oxford hanno dichiarato guerra a un rosticcere ambulante, tale Saeid Keshmiri, perché gli effluvi dei suoi spiedini turbavano il sonno agli studenti, danneggiando seriamente il loro rendimento scolastico. Alcuni «fellow», peraltro, hanno preso le difese dell’anziano immigrato, che da quindici anni sfama docenti e discenti del più aristocratico college britannico, e alla fine è stato raggiunto un compromesso: Saeid ha spostato il suo carrettino duecento metri più in là, lontano dai chiostri cinquecenteschi e dalle raffinate narici di chi li frequenta. L’orario di esercizio resta però invariato: dalle sette di sera alle tre del mattino, l’ideale per i tiratardi. A Milano, invece, e in tutta la Lombardia, nessuno potrà più vendere carni arrostite oltre l’una di notte, né tanto meno consumarle passeggiando all’aperto.

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Non ci risulta che i consiglieri lombardi abbiano studiato a Christ Church, ma quanto a ricercatezza e senso del decoro hanno ben poco da invidiare ai «dons» di Oxford. Che diamine, era tempo che qualcuno erigesse un argine all’invasione di cibi alieni, incompatibili con le nostre tradizioni gastronomiche legate alla cassoeula e all’ossobuco, e ripulisse le vie cittadine dal puzzo di fritto e dalle cartacce. Ma perché fermarsi al kebab? Molti Ristoranti libanesi, per esempio, servono da copertura a estremisti musulmani e militanti di al-Qaida. Sarebbe più prudente chiuderli, lasciando in vita soltanto quelli gestiti da chef cristiano-maroniti (seguaci di Marone, eremita siriano molto caro all’attuale ministro dell’interno). E comunque, il comparto alimentare è solo la punta dell’iceberg di un’islamizzazione strisciante che andrebbe combattuta con misure ben più drastiche.
Vi siete chiesti ad esempio perché, nelle strade di Milano, si vedono in giro tanti Levrieri Afghani senza guinzaglio né museruola, che scorrazzano e defecano dappertutto? Li allevano gli Imam fondamentalisti, rimpinzandoli di kebab al solo scopo di lordare i marciapiedi degli infedeli. E chi traccia quegli arabeschi sui muri, se non qualche oriundo dai Paesi della Mezzaluna? Come mai la Coop fa promozioni di caffé Arabica e i numeri civici sono scritti in cifre arabe? La verità è che ci stanno colonizzando. Vuoi mettere l’eleganza della numerazione romana? «Stasera ci vediamo all’Osteria di via Lorenteggio XCVIII. Basta kebab, più cassoeula per tutti!».

  • Giancarlo Vedana |

    Gentile Sig. Chiaberghe,
    la sua ironia colpisce l’ incapacità delle istituzioni di combattere i fenomeni di degrado delle nostre città che pur esiste e si aggrava.
    I personaggi che senza guinzaglio defecano e pisciano dappertutto non sono allevati dagli Imam, non sono allevati, sono incivili.
    Il problema si sposta, come evitare l’ imbarbarimento delle nostre città ? Con una analisi puntuale che sappia trovare i metodi adatti che consentano anche di favorire una veloce integrazione.
    L’ ironia sta bene ma il problema non si può negare e deve essere risolto.
    Sarebbe opportuno ci pensassimo tutti.
    Padova, 3 maggio 2009 Giancarlo Vedana

  • Roberto Fabrizi |

    No, caro Vernai: all’Enoteca ci vada lei e mandi il conto a Chiaberge, datosi che lei funge da suo avvocato difensore.

  • Anna Ferrero |

    Perché non dire, chiaramente, che Formigoni e la sua Giunta di centro-destra sono dei razzisti? Perché nascondersi dietro il kebab? Ma chi è veramente razzista? Non per caso i sedicenti figli di Allah che si credono la razza eletta e, per diritto divino, ritengono di non dover sottostare alle regole dello Stato che li ospita? Che una certa cultura salottiera nostrana vorrebbe fossero trattati da più uguali degli altri, come i maiali di Orwell.

  • ugo varnai |

    Caro Roberto, oggi Chiaberge pranzerà al Pescatore, per non deludere il suo stereotipo. Poi le manderà il conto….

  • Rodolfo Rossi |

    Pensavo propio ieri sera a come complimentarmi per l’ironia di questo pezzo, affilata, è il caso di dirlo, come una scimitarra.

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