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La cultura da Einaudi ad Alemanno

Se si dovesse dare un volto e un nome alla sinistra «antipatica» tratteggiata dal sociologo Luca Ricolfi in un fortunato pamphlet, il candidato migliore sarebbe forse proprio lui: Giulio Einaudi, il compianto fondatore del marchio editoriale più blasonato d’Italia morto il 5 aprile di dieci anni fa. Nella sua icona altezzosa da Principe delle lettere si condensa quel sentimento di superiorità morale e antropologica che spingeva gli intellettuali di sinistra a disprezzare beghine e cumènda dell’Italia democristiana, i benpensanti piccolo-borghesi che con le loro braccia e i loro spiriti animali avevano ricostruito il Paese dalle rovine del fascismo e della guerra, ma che avevano il torto di non sapere nemmeno chi fossero Lukács e Adorno. La «cultura del fare» lodata da Einaudi Senior non era ugualmente apprezzata dal figlio, per il quale contava ben di più la «cultura del pensare» e dello scrivere: tanto da snobbare i libri contabili coi risultati che tutti ben ricordano.

Einaudi

Diciamo la verità: simpatico non era, il Principe di via Biancamano. Ma oggi, a soli dieci anni di distanza dalla sua scomparsa, la nemesi storica ha premiato i suoi detrattori. Il ministro Carfagna strappa l’applauso quando annuncia che la cultura marxiana e gramsciana (sottinteso: ed einaudiana) è stata sbaragliata. Hanno vinto i profeti e i militanti della «cultura del fare». Siamo sicuri però che Einaudi (padre) li riconoscerebbe come legittimi eredi? Per lui le due culture non erano in conflitto. Mentre certi politici di maggioranza, per parafrasare Goebbels, quando sentono parlare di cultura mettono mano al telecomando. Sembra che ai loro occhi la cultura sia sinonimo di smarronamento e di noia, un baule zeppo di vecchie parrucche, oltre che un ricettacolo di fannulloni e trinariciuti.
Dopo essere stata venerata per più di mezzo secolo come una vacca sacra, la cultura è diventata il capro espiatorio della crisi. Una fastidiosa voce del bilancio pubblico che va tagliata, magari espunta e scaricata sulle spalle dei privati. O tutt’al più un gadget da vendere ai turisti. E all’occorrenza, un territorio da occupare. È di due giorni fa la notizia che il sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato nominato commissario del teatro dell’Opera di Roma, defenestrando il soprintendente Ernani, forse in attesa di sostituirlo con qualche fedelissimo. Che male c’è? Dopotutto gli amici rossi di Giulio Einaudi facevano le stesse cose quando l’egemonia era nelle loro mani. Appunto. La cultura ha bisogno di professionisti capaci, non di commissari politici, di sinistra o di destra. Non sarebbe ora di cambiare musica?
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  • Pietro del Bono |

    Ugo Varnai e D Verso Parere (ma è un nome o che? Per inciso, ricordo che a diciott’anni quando mi presentai alla madre di un’amica con nome e cognome, questa ad altissima voce, di fronte agli altri che al massimo si erano presentati con il nome proprio o nemmeno quello, prima si congratulò con me dell’educazione e del fatto che non mi vergognavo del mio cognome, e con voce ancora più alta condivise con noi il suo pensiero, piuttosto semplice, per il quale chi non si presentava con nome e cognome probabilmente lo faceva essendo figlio di p…)sono assolutamente fantastici: dall’alto della loro “cultura”(?!) criticano prima il mio typo e poi il mio commento con affermazioni che, molto semplicemente, confermano quanto ho scritto. Pertanto li ringrazio veramente di cuore e confermo che ognuno dovrebbe potersi godere sia la corazzata P. che C’era una volta in America senza dover pensare quale è cultura e quale no, per il solo gusto di vederlo. Da parte mia, senza alcun dubbio scelgo il secondo perchè preferisco dormire nel mio letto…
    Pietro del Bono
    P.S. Ho riletto con maggiore attenzione, ma può darsi che mi sia sfuggito comunque qualcosa e ringrazio pertanto il correttore di bozze!! Che, però, dovrebbe guardare nel suo orticello: cosa mai sarà questo “realty” show?!!

  • Anna Ferrero |

    Egregio dott. Chiaberge,
    il sig. Ugo Varnai affida la sua vis polemica allo scrivere “lasiato” visto che un messaggio precedente, evidentemente non gradito, conteneva il refuso in questione. Con argomentazioni del genere si sbaraglia ogni avversario. Il sig. Ugo Varnai non aveva alcun bisogno di affannarsi ulteriormente: aveva già stravinto!!! Un’unica piccola osservazione: il sig. Ugo Varnai pare non essersi accorto che Eastwood da bieco fascista (l’ispettore Callaghan aveva il viziaccio di mandare, con metodi alquanto spicci, in galera i delinquenti della peggior risma; qualcuno anche, ahimè, all’obitorio) è diventato un’icona dei critici di sinistra. Avrà pur letto Lietta Tornabuoni o Roberto Nepoti? Cordialmente.
    Anna Ferrero

  • Malcolm Einaudi Humes |

    gentile signor Chiaberge, credo, con cognizone di causa, di poterLa indurre a riflettere su alcune delle sue considerazioni.
    La mia, ovviamente è una difesa d’ufficio, di Giulio Einaudi,
    nonno e padre adottivo, come persona, non della sua icona di cui poco mi importa, ancor meno della cultura di sinistra che si è seppellita da sola, e da tempo.
    La prima delle considerazioni che credo – francamente – non si possa condividere è quella che Giulio Einaudi non avesse una cultura del fare: le sembra davvero possibile ripensare a cosa è stata l’Einaudi dal 1933 al 1983 e non vedere con che abilità pratica sia stata condotta quell’impresa? Tanto per dirne una, se si rileggerà i “frammenti di memoria” a breve in libreria, troverà notizia
    di tre ragazzi, Cesare Pavese, Leone Ginzburg e Giulio Einaudi, che nel
    1938 si gestivano una casa editrice per corrispondenza, mentre uno
    traduceva da Roma (Pavese), l’altro (Ginzburg) rivedeva bozze dal
    confino di Pizzoli, e il terzo curava i rapporti con tipografie e librerie da Bassano del Grappa, richiamato sotto le armi.
    La seconda, e conseguente, affermazione non condivisibile è che questa
    cultura del fare non fosse esattamente quella a lui pervenuta da suo padre, di cui fu erede fattivo e riconosciuto. Tutta la nascita della casa editrice è la storia,documentata, e documentabile, di un figlio 17enne che aiuta il padre,partendo dalla distribuzione delle sue riviste nelle librerie del nord italia, investendo poi in alcune di queste come editore principiante. E in tutte le prime collane dell’Einaudi si trova evidente la consulenza editoriale di “Einaudi senior”, significativa quantomeno del profondo rispetto reciproco, mai venuto meno da parte di nessuno dei due, anche quando la casa editrice si emanciperà. Anzi, esistono tarde corrispondenze di Luigi in cui riconosce all’opera del figlio un beneficio superiore a quello che tutto il suo stesso operato aveva portato al paese. Cuore di padre? O anche intelletto ? Per rispetto a Luigi opterei almeno per entrambi.
    Insomma, al di là dell’icona, Giulio Einaudi è una pianta che ha radici antiche, profonde, tanto solide quanto troppo facilmente dimenticate quando ci si serve di lui per sparlare della sinistra. Ma è troppo facile ricordarsi solo della sua immagine di capitano
    gallonato sulla tolda, omettendo che della sua nave per trent’anni è
    stato anche il solitario armatore e l’oscuro macchinista.
    Anzi, non sarà forse in questa superficialità di valutazione che si evidenzia la miopia anche di tanta (invidiosa?) “incultura” di sinistra ? Quella che ha voluto emulare un icona egemonica dimenticandosi di imparare dalla persona? Ma siamo poi sicuri che
    questa incultura sia di sinistra ? Giulio Einaudi, per dirne un altra,
    in tutta la sua vita non ha mai preso un centesimo di finanziamento
    pubblico e se la casa editrice ha avuto infortuni economici non lo ha
    mai fatto nè per fini di lucro eccessivo, nè a danno della collettività. E il prezzo personale è stato pagato ben al di là di quanto fosse giusto. La cultura delle icone, al cui fascino, nel bene e nel male, tanto la sinistra, quanto lei stesso nel suo articolo, parete inconsapevolmente orientati, è quella che porta semmai ( e
    bipartisan !) alla proliferazione tumorale dei Grinzane Cavour et similia. Dimenticandosi, appunto, che dietro all’immagine sui giornali, ci sarebbe da guardare in faccia la persona da cui proviene e il suo percorso.
    Perdoni il rimbrotto, ma Giulio Einaudi non merita più, almeno oggi, che se ne facciano monumenti (non richiesti) per poi distinguersi nel tirargli pomodori.
    Cordialmente,
    Malcolm Einaudi Humes.

  • Paolo Merci |

    Giulio Einaudi era un sodale del PCI; uomo di cultura, certo, che non avrebbe mai edito un libro veramente sgradito al partito. Non avrebbe mai pubblicato, a differenza di Feltrinelli, il romanzo di Pasternak; ma Feltrinelli, si sa, era uno spirito un po’ mattacchione.
    Nei suoi scritti domenicali, caro Chiaberge, quando deve “parlar male” di uno di sinistra, sente subito la necessità di equilibrare con qualcuno di destra: l’accostamento a Goebbels, sia pure per parafrasi, è un bel colpo di cannone. Quanto ad Alemanno, che vogliamo farci? I romani, di così cattivo gusto e di sì parva cultura, lo hanno eletto alla carica di sindaco, carica che la sinistra riteneva sua per diritto divino; e anche un po’ grazie alle notti bianche, rare occasioni culturali dove la coda alla vaccinara trascendeva il suo significato mangereccio per divenire una raffinata allusione a Feuerbach: siamo o non siamo quello che mangiamo?
    Cordiali saluti.
    Paolo Merci
    Post Scriptum: Horkheimer al posto di Adorno sarebbe andato bene lo stesso? Credo di sì Heidegger? Ho dei dubbi. Evola? Ma vogliamo pazziare?

  • D. Verso Parere |

    Non faccio commenti su Giulio Einaudi, perchè non l’ho mai conosciuto personalmente. E’ probabile che -come tutte le persone “fuori dal comune”- avesse aspetti contraddittori. Per quanto invece riguarda il discorso sulla cultura, mi sembra vada chiarito una volta per tutte che non si è sostituita una cultura di (e/o egemonizzata dalla) sinistra con una di destra: si è cancellata l’idea di cultura tout-court. La corazzata Potemkin non è un capolavoro perchè è di sinistra, ma perchè è un capolavoro. Ciò che nessun film di Sergio Leone sarà mai.
    Come diceva argutamente Marcello Veneziani, fare l’intellettuale di destra in Italia è difficile: perchè quelli di sinistra non ti leggono, e quelli di destra… non leggono proprio!

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