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Carandini, Settis e i talebani dell’arte

Caro professor Carandini, la sua fulminea nomina alla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, dopo le dimissioni di Salvatore Settis, è stata accolta con sollievo da alcuni, da altri con apprensione e sgomento. Poiché Settis è un amico e collaboratore di questo giornale, in redazione non possiamo gioire di questo avvicendamento. Ma neppure gridare all’usurpatore. Di lei tutto si può dire, tranne che sia un incompetente: exit un grande archeologo di fama internazionale, ne subentra un altro con le carte ugualmente in regola. Qualche riserva sembra invece lecito avanzare sulla scelta dei nuovi consiglieri, tra cui la pur brava sorella di un noto avvocato-onorevole.
Non sappiamo cos’abbia in mente di fare, professor Carandini, ma ricordiamo che in alcune sue esternazioni recenti se l’era presa coi «talebani della tutela», cioè i soprintendenti italiani, colpevoli di boicottare la modernizzazione del paese con le loro ubbie passatiste. A parte il fatto che molti di questi talebani sono stati fino a ieri suoi colleghi, hanno frequentato le stesse «madrasse» in cui lei si è formato, l’uso del termine «talebano» non ci pare appropriato: i talebani, quelli col turbante e il barbone, non sono particolarmente sensibili ai problemi della tutela. Anzi: sono stati loro a tirare giù i Buddha giganti di Bamiyan, rammenta? Se l’Afghanistan avesse avuto una legge Bottai e prefetti dell’arte come Paolucci o Guzzo, forse li avrebbero fermati. E cosa rimarrebbe delle nostre coste, quali e quanti scempi avrebbero compiuto i talebani italiani – speculatori, palazzinari o miti geometri – se non avessero trovato sulla loro strada i vituperati soprintendenti?

Carandi

Intendiamoci, il ministero pullula di burocrati statalisti che applicano i regolamenti con sadica pignoleria. In compenso ci sono tanti bravi funzionari che fanno marciare i musei in modo efficiente. Pensiamo alla Capodimonte di Spinosa o alla Brera di Sandrina Bandera. Gente che potrebbe tenere dei corsi di management culturale alla Harvard Business School. E forse insegnare qualcosa perfino a un abile uomo d’impresa come Mario Resca.
E poi, a bastonare i talebani della tutela ci pensano gli Hezbollah della valorizzazione: fanatici pure loro, ma del dio mercato. Dalla guerra tra due ideologie l’unico a uscire sconfitto sarebbe proprio il nostro patrimonio culturale. Filippo Tommaso Marinetti, cent'anni fa, incitava l’Italia a liberarsi da una «fetida cancrena di archeologi». Da un archeologo del suo prestigio ci aspettiamo che non civetti con le mode tardo-futuriste e combatta piuttosto le vere cancrene che minacciano quanto resta del Bel Paese. Buon lavoro, presidente.

  • irnerius |

    ma perché carandini sarebbe un archeologo con le carte in regola? in realtá, ne ride tutta la comunitá scientifica, é un maniaco delle date precise, traveste le sue scoperte in maniera grottesca per farle ben suonare sulla stampa, scredita il lavoro di tutti gli archeologi italiani, perché dovremmo prenderlo sul serio?

  • Helpius |

    Tra i tanti disastri italiani, quello dei “beni culturali” è forse il più trascurato e ignorato. Chi, dai grandi padroni dell’Italia ai piccoli venditori di stracci, non preferisce trasgredire e profittare? Dalle “residenze” sarde ai banchetti abusivi sulle strade cittadine, è un tripudio di illegalità: chi non abusa è perduto.
    Se entri in una biblioteca o in un archivio respiri l’aria della disfatta, senti di essere tra i paria della società, piccoli scarafaggi che prima o poi dovranno essere schiacciati dal “progresso”, come Gregorio Samsa. E quando mai è stato scelto a reggere quel dicastero un ministro di cui a distanza di tempo si ricordasse il nome per qualche suo merito?
    La sostituzione di Settis alla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali è meno che niente, perchè meno che niente è il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, un organo di pura amministrazione nel quale, a quanto sembra, non è dato manco fiatare pena la defenestrazione.

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