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Gli italiani? Religiosi ma non bigotti

Ha ragione Pietro Citati a scrivere (sulla Repubblica di lunedì scorso) che la Chiesa non è «una cittadella assediata». Almeno non in Italia. Lo era, certamente, nella Russia Sovietica. Lo è tuttora in Cina o in certe regioni dell’India dove i cristiani sono perseguitati. E forse ha qualche motivo di sentirsi tale anche in un paese libero e democratico, ma risolutamente laicista, come la Spagna di Zapatero. Qui da noi, ha ben poco di cui preoccuparsi. Un’indagine della Fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung (www.bertelsmann-stiftung.de) su 21mila cittadini europei colloca gli italiani ai primi posti quanto a religiosità: l’85% degli intervistati dichiara di credere in Dio, il 67% è convinto che ci sia una vita dopo la morte, il 55% va a messa almeno una domenica al mese e il 47% prega una volta al giorno. Un senso del sacro così diffuso e radicato si riscontra soltanto in Polonia, Spagna e Stati Uniti. In Francia e Gran Bretagna, per esempio, le persone religiose arrivano a stento al 60-70% del totale. Non saremo un popolo di santi, insomma, ma nemmeno una terra di atei o di statolatri. Ladri di stato, tutt’al più, assenteisti ed evasori fiscali: però timorati di Dio.

Papabenedettoxvi

Certo, dall’indagine tedesca emerge con chiarezza che la via italiana alla fede non è sempre in linea coi dettami del Papa: solo una minoranza (42%) pensa che l’essere cattolico influisca sui comportamenti sessuali, e ancora meno (26%) sulle scelte politiche. Si rassegnino bigotti e fondamentalisti, da queste parti hanno poco seguito: appena il 29% dei credenti si sente impegnato a convertire quanta più gente possibile, mentre la stragrande maggioranza (81%) ritiene importante dialogare con le altre confessioni, che per molti contengono anch’esse elementi di verità. Tra chi giudica inammissibile dirsi cristiano e chi ce lo vorrebbe imporre per decreto, come una divisa identitaria o una corazza ideologica in funzione di nuove crociate, si estende un vasto territorio di libera spiritualità. La patria di tutti coloro che non hanno difficoltà a dirsi cristiani (e anche cattolici) ma proprio per questo rifiutano di farsi irreggimentare.

  • Domenico Paolo Galeota |

    Scritto dopo la perentoria affermazione di Giovanni Paolo II di essere stato salvato, nell’attentato di piazza S. Pietro, dal miracoloso intervento della madonna di Fatima.
    Miracolo a Roma
    La mano ferma del killer si alza sopra l’ammasso di corpi vocianti, particelle elettrizzate dal passaggio ravvicinato del magnete.
    Un lupo grigio, grigio per meglio mimetizzarsi, si disinteressa completamente del gregge e punta sul pastore.
    L’istante dilata i suoi confini: da una parte un rituale superstizioso che si ripete, un’eccitazione di corpi rapiti da un sabba satanico che mal si concilia con la realtà immateriale dello spirito, dall’altra la fredda determinazione di una mente che segue i movimenti del bersaglio e lo vede ripiegarsi, accasciarsi, mentre il nitore del bianco cede il passo all’energica e inarrestabile espansione del rosso.
    Soltanto dopo diciannove lunghi anni si viene a sapere, per esplicita ammissione del Pontefice, che la sua vita terrena fu risparmiata da un intervento miracoloso della Madonna di Fatima, che riuscì a deviare all’ultimo momento il proiettile, con un tuffo degno del miglior Dino Zoff.
    Trovo naturale la ritrosia del Papa, un uomo forte, rude, con il volto segnato dagli orrori della guerra, a parlare dei suoi rapporti privilegiati con le alte sfere. Un po’ meno naturale, anzi un po’ meno divino, trovo l’intervento della Madonna di Fatima, mossasi con netto ritardo, come potrebbe provare anche la moviola della Domenica Sportiva, e, in ogni caso, non in grado di tutelare a pieno l’integrità fisica del Papa. Un miracolo a metà che comunque rivaluta la credibilità di Alì Agca come killer e la sua professionalità appannata.
    Perché un miracolo a metà? Come si sa, il Papa parla poco dei problemi (in questo caso dei proiettili) che investono la sua persona. La Madonna di Fatima non concede interviste e preferisce il passa parola affidato a solerti pastorelli, efficace a tal punto che dopo nemmeno cento anni l’umanità viene a sapere della predizione dell’avvento del nazismo e del conseguente olocausto.
    In attesa dei rituali cento anni, provo a formulare un’ipotesi. Probabilmente la Madonna del Divino Amore, la Madonna di Loreto e la Madonna di Pompei, sotto la cui giurisdizione ricade l’Italia centrale, distratte dalle suppliche dei numerosi devoti convinti e degli ancora più numerosi devoti opportunisti, non si sono rese conto che il Pontefice stava per abbandonare la sua veste terrena: di qui l’intervento parzialmente tardivo della Madonna di Fatima.
    Il rispetto scrupoloso delle competenze territoriali è alla base di una serena convivenza tra le Madonne, come testimoniano le amare lacrime della Madonna di Civitavecchia per il mancato affidamento di un territorio (ovviamente i poteri forti non mollano l’osso e da Civitavecchia, forse, la Madonna dovrà emigrare nel lontano Québec, considerato che l’Europa cattolica e l’America Latina sono ampiamente coperte).
    Stante la rigogliosa e incontenibile fioritura di Madonne, il Pontefice, forte della saggezza degli anni, ha segretamente modificato il motto che illumina il suo stemma: da Totus Tuus a Totus Vester.
    Un osservatore non romano

  • ugo varnai |

    Citare un sondaggio Bertelsmann, a io avviso, è come farsi fare i tarocchi da Emilio Fede. Dei 21mila europei intervistati, mille sono italiani. Secondo i dati proposti quasi uno su due pregherebbe tutti i giorni! Sarebbe interessante conoscere i criteri con i quali è stato scelto il campione intervistato, probabilmente interpellando conventi e case di riposo. Che significato dare, poi, a quel 55% che afferma di frequentare la messa almeno una volta al mese? Può significare che di questo 55%, l’1% è un fedele assiduo che a messa ci va tutte le domeniche e le feste comandate, mentre il 99% è un fedele sporadico che alle liturgie partecipa una sola volta al mese. Resta il fatto che ben il 45% dei cattolici non frequenta nemmeno una volta.
    Se poi un paese libero e democratico decide di essere costituzionalmente laicista, nel senso di non farsi mettere più di tanto i piedi in testa dai preti, allora la Chiesa che titolo avrebbe di sentirsi ristretta in qualche misura in una “cittadella assediata”? Vogliono tornare al certificato di buona condotta vincolato al parere del parroco per ottenere il passaporto, come in Italia fino al 1968?
    La Rivoluzione francese, per la prima volta nella storia, dichiarava l’agibilità di nuovi e universali diritti, e con essi un nuovo rapporto, libero e volontario, tra coscienza individuale e fede religiosa. Tale rapporto non implica semplicemente il rispetto da parte cattolica del “vasto territorio di libera spiritualità”, ma soprattutto il rispetto delle prerogative di chi con il vasto territorio della libera religione non vuol avere nessuna parte. Se rispetto è esatto, la reciprocità è d’obbligo.
    È vero che dal lato sostanziale il processo di attuazione dei diritti sanciti dalla Rivoluzione ha richiesto molto tempo, non potendo prescindere dal progressivo e complessivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle plebi. Ora, che tali diritti sono un fatto irrinunciabile e diffuso (almeno in occidente), le gerarchie cattoliche hanno ben chiaro che la loro volontà non può più essere imposta dogmaticamente o ex cathedra come un tempo, perciò hanno adottato una strategia molto netta e conseguente, quella del chiagne e fotti, come direbbe Montanelli.
    Fermo restando che la Chiesa continua a godere di non frugalissimi privilegi e della più sacrosanta libertà di culto e di apostolato, quindi delle più ampia (e onerosa per lo Stato) possibilità di operare sul piano dell’istruzione come in quello, non meno importante, dell’informazione mediatica, istituendo una cultura del controllo che esige anzitutto obbedienza sui fondamentali. E infatti esercita ogni possibile pressione politica e psicologica sulle persone e sulle istituzioni, definendo, quando va bene, statolatri coloro che non intendono cedere alle sue non intemerate pretese.
    Diceva il card. Antonelli, segretario di stato di Pio XII: «Noi siamo finiti! Siamo finiti! Se per la speranza di salvarci incominciamo a cedere questo e poi quello, ci sarà chiesto sempre di più: oggi consegneremo il pastorale, domani ci spoglieremo del piviale, finalmente ci toglieremo e doneremo il triregno, e con tutto questo non ci salveremo».

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