Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Gli under 26 alla Scala, ma non in chiesa

Martini
Non si è vista l’ombra di un paparazzo, la sera di giovedì 4 dicembre alla Scala, all’anteprima riservata ai minori di 26 anni. Peccato, perché tra quel pubblico in jeans che si agitava un po’ spaesato tra i velluti rossi e andava in visibilio per gli assoli di Furlanetto c’era ben di meglio delle Marini, dei La Russa o degli altri onnipresenti che stasera si pigeranno nel foyer.
È stato, a suo modo, un piccolo Big Bang milanese, un miracolo laico del sovrintendente Stéphane Lissner: per la prima volta, il rito mummificato della serata di Sant’Ambrogio veniva profanato da una torma di ragazze e ragazzi che, nella stragrande maggioranza, non aveva mai messo piede in un teatro lirico. Come spesso accade, i giornali non hanno dato peso all’evento, troppo impegnati com’erano a discutere della vittoria di Luxuria al Grande Fratello o delle beghe per la commissione di Vigilanza.
E allora vale la pena di dirlo, chiaro e forte: dobbiamo riportare i giovani nei luoghi sacri – sacri alla cultura, all’arte o, perché no, alla religione. Un popolo che diserta le sale da concerto, i musei, i templi, non è un popolo moderno o laico, è solo un popolo senz’anima, che si sta imbarbarendo. Se ad applaudire il Don Carlo sono per lo più mani avvizzite, se nei banchi delle chiese si piegano solo ginocchia artrosiche, nessuno dovrebbe rallegrarsi. Neppure gli atei bigotti o i dissacratori di professione. Perché come la musica e l’arte, anche la religione (quando non degenera in fanatismo) è un fattore insostituibile di aggregazione e di crescita civile. O vogliamo accontentarci degli stadi e delle discoteche?

A proposito di giovani, leggete cosa dice il cardinale Carlo Maria Martini a Georg Sporschill nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme (Mondadori): «Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore. Suonano strane, ma sono parole di Sant’Agostino… Il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno, caso mai lo si opprime…».
Ma una Chiesa che nega i funerali religiosi a Welby e la comunione ai divorziati, e dove lo stesso cardinale che ha riabilitato Galileo celebra le nozze di Briatore con la Gregoraci, una Chiesa che protesta per i tagli alla scuola confessionale e tace su quelli all’istruzione pubblica: come stupirsi che da una Chiesa così, i giovani si tengano alla larga? Date un Lissner al Vaticano.

  • Giovanni Francesco Randone |

    Caro Chiaberge, Lei stesso osserva che “la torma di ragazzi e ragazze” che Lissner ha fatto sedere l’altra sera sui velluti del Piermarini “nella stragrande maggioranza non aveva mai messo piede in un teatro lirico”. Mi permetta di sospettare che nella stragrande maggioranza non ce lo metterà mai più. La Cultura, prima di essere “ringiovanita”, deve essere curata, sviluppata, educata. Uno degli ingredienti che fanno grande un teatro, che lo fanno luogo di creazione di cose belle, è certamente il suo pubblico, che non dev’essere necessariamente giovane, ma attento, preparato, severo se necessario, appassionato. I ragazzi di Lissner, temo, erano studenti liceali che avevano comprato il biglietto dietro le insistenze di qualche insegnante premurosa, e che lo spettacolo se lo sono goduto poco proprio perché se lo sono sudato poco. Io, che di anni ne ho ventidue, e frequento regolarmente i teatri (e le Chiese), vorrei dirLe che in un certo senso i giovani si devono salvare da soli. Certo, bisogna offrir loro le opportunità culturali – e lo deve fare soprattutto la Scuola, quella sì, da riformare – ma se poi la loro vita è arida e “senz’anima”, se poi essi sono i primi a disertare i luoghi “sacri alla cultura, all’arte e perché no alla religione”, ciò forse non avviene per colpa di sovrintendenti retrivi o di Cardinali che celebrano nozze glamour, ma si tratta di un problema assai più ampio e complesso, per risolvere il quale, credo, ciascuno di loro deve porsi docilmente e spontaneamente all’ascolto non già di generosi vati che intendano riportarli nei luoghi dell’anima, ma di quel maestro interiore che sappia davvero porre fra loro e la loro esistenza un punto interrogativo che ne perscruti il senso. Forse Lei e Lissner, caro Chiaberge, “ai giovani non potete insegnare nulla”.

  • Riccardo Chiaberge |

    Suicida Welby? Andiamo, signora, un po’ di pietà cristiana! Le auguro di non passare mai attraverso un calvario come quello. E sa quanti cattolici divorziano e abortiscono? Sa quanti di quei giovani che lei vede nelle parrocchie usano i contraccettivi e praticano il sesso prima del matrimonio, contravvenendo ai “saldi principi” cui lei tiene tanto?

  • Chiara Rovida |

    Anche se con ritardo, vorrei dissentire sull’ultima parte del contrappunto di domenica 7 dicembre.
    Prima di tutto chi ha detto che i giovani disertano le chiese, ma Lei ci va in chiesa? Forse nei paesini, forse alle messe del mattino presto, ma in quelle della giornata di domenica ce ne sono tantissimi, spesso sono la maggioranza. Quelli che mancano sono quelli di mezza età. Segno che forse la Chiesa, più di altre istituzioni, accortasi di una certa disaffezione in qualche modo ci ha lavorato e sta ripartendo, in silenzio e senza pubblicità.
    Una chiesa che nega i funerali ad un suicida e la comunione ai divorziati, così come l’aborto, è solo una chiesa che tiene saldi i suoi principi e queste sono cose che ai giovani piacciono, danno loro sicurezza in un mondo dove tutto è incerto.
    Qualche luogo comune in meno, che ne dice?
    Cordialmente Chiara Rovida
    PS ho giusto 50 anni

  • Giovanni Giuranna |

    Ho letto anch’io con interesse il suo editoriale e il libro del card. Martini. Mi piace l’idea di riportare i giovani nei luoghi sacri “alla cultura, all’arte o, perché no, alla religione”. Ce n’è un gran bisogno per evitare il degrado dell’essere umano. GG, insegnante di religione, Milano

  • Enrico Mauri |

    Il velenoso contrappunto di domenica 7 dimentica tra l’altro le folle di giovani delle Giornate Mondiali della Gioventù, provenienti dai cinque continenti. “I giovani si tengono alla larga dalla Chiesa”? Non si direbbe proprio: non è che è l’autore a voler spingere i giovani a tenersi “alla larga dalla Chiesa”? Puntando a dividere i cristiani, con la strumentalizzazione di Martini. Concentrando una sequenza mozzafiato di luoghi comuni, nelle ultime righe del testo. Fino alla conclusione sul Vaticano, la parafraso: date un (centesimo di) papa Ratzinger all’inserto del Sole 24 Ore!

  Post Precedente
Post Successivo