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Mehta: caro Bondi, cambi musica!

Una quindicina di anni fa, la casta della Roma andreottiana si accalcava ingioiellata e impellicciata alle sfarzose prime dell’Opera apparecchiate con generosità dal sovrintendente Giampaolo Cresci (ex dirigente Rai in quota Dc): quattordici milioni di vecchie lire per sei cavalli e una biga dell’Aida, trentacinque per noleggiare scimmia, cammello e dromedario, diciotto per l’aerotaxi del tenore da Londra a Roma. E poi ancora: ex pompieri promossi segretari, valletti e consulenti superpagati. Se qualcuno gli faceva notare che il teatro era in rosso di svariati miliardi, Cresci allargava le braccia: «È cambiato l’assetto politico». Come se la salute di un ente lirico dipendesse dai rapporti di forza tra partiti e non dalla capacità dei manager. E infatti, nella prima Repubblica, la musica era più o meno quella: i teatri sottostavano ai capricci dei politici, e peggio erano gestiti, più denaro succhiavano dalle tasche dei contribuenti. Una meritocrazia alla rovescia. Se fossimo ancora nell’era Cresci, Stéphane Lissner si arrenderebbe senza colpo ferire ai sindacati dei dipendenti della Scala che minacciano di guastare la festa di Sant’Ambrogio, e verrebbe pure premiato. Per fortuna non è più così, merito e rigore sono entrati anche nei templi della lirica. Perciò non si commuova, caro Lissner. Ascolti le ragioni degli orchestrali, ma non ceda ai ricatti. Lasci che a commuoversi, piuttosto, sia il ministro Bondi, di fronte al coro di lamenti che si leva da ogni parte del mondo della cultura per i tagli inflitti dalla Finanziaria. Purché alla commozione faccia seguito una bella scenata al collega Tremonti. Un ministro dei Beni culturali non dev’essere troppo educato e di buon carattere. Meglio se dispone di artigli e canini sporgenti, altrimenti lo spianano come un gatto sotto un autotreno.

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Il maestro indiano Zubin Mehta, che dirige l’orchestra del Maggio fiorentino, ha dichiarato a Radio 24: «Sono pronto ad accompagnare Bondi dal ministro dell’Economia, per scongiurarlo di non tagliare i quattrini ai teatri lirici. L’Italia è la culla del melodramma, mi rifiuto di pensare che non trovi 500 milioni di euro per salvare il suo patrimonio musicale». Mehta fa la spola tra Firenze e Valencia, quasi un viaggio interplanetario tra due realtà distanti anni luce. Là lo Stato investe milioni di euro in grandi strutture culturali e i partiti si autoriducono i fondi. È la via spagnola al rigore: i primi a dover fare sacrifici sono i rappresentanti del popolo e quelli che abitano nei palazzi del potere. Da noi, una classe politica avida e spendacciona non pensa neppure lontanamente a ridursi appannaggi, scorte e auto blu: in compenso diserta l’Opera e non fa distinzione tra Michelangelo e i Cheeseburger. «La cultura non è una spesa, è un investimento», ha proclamato Bondi. Ben detto signor Ministro! Ma stia attento a non essere investito lei, dal Tir della Finanziaria.

  • Matteo Bottacini |

    Sono d’accordo con quanto dice Chiaberge e con i due commenti precedenti; non vorrei che le parole del Ministro Bondi rimanessero solo parole; infatti il Governo fa tagli dappertutto ma non taglia le spese dei palazzi e i parlamentari italiani e gli europarlamentari del nostro paese percepiscono soldi in misura molto più alta rispetto ai loro colleghi dei paesi UE: perché non cominciano a dare per primi il buon esempio? Il mio sospetto oggi è che chi non ha voglia di lavorare fa a fare il politico. Nelle aziende private dove molti italiani lavorano spesso i redditi sono proporzionati alla produttività. Se fosse così anche per i politici molti andrebbero a mangiare alle mense della Caritas! Anche il ministro Bondi perciò si riempie la bocca di belle parole, vedremo i fatti. Se non sono male informato la Spagna ha ridotto l’Iva sui libri, cd e dvd; anni fa la Fnac in Italia aveva lanciato una raccolta di firme per proporre la stessa cosa in Italia, poi sinceramente non ho più seguito gli sviluppi. Nello stesso tempo rimango perplesso di fronte ad allestimenti teatrali che comportano un gran dispendio di risorse ma la cui qualità lascia molto a desiderare o perché vuole dimostrare una trasgressione fine a se stessa o perché molti di questi signori di teatro e della lirica si credono chissà chi…

  • Nanni Zedda |

    Se i bilanci da Teatro a Teatro differiscono in modo abissale per le stesse prestazioni, e i loro sovraintendenti sono di nomina politica e non artistica, c’è qualcosa di grave che non va e che bisogna sistemare. Quindi ben vengano i tagli per i carrozzoni politici improduttivi. Ma tagliare sulla cultura, in un Paese che è famoso per la sua arte e la creatività, e che vive di questa immagine all’estero, è follia. Oltretutto un popolo senza cultura, va in decadenza in tutto il resto e l’Italia ha già preso questa strada, con l’imbarbarimento civile e culturale, la fuga di cervelli all’estero, l’impoverimento generale. Ha ragione da vendere il Maestro Metha, la cultura è un investimento. E per l’Italia un investimento più importante di altri, perchè è legato al turismo, al terziario, all’esistenza stessa del popolo italiano come anima del proprio Paese. Un cordiale augurio al Ministro Biondi affinchè impari ad alzare la voce con chi capisce solo i numeri, e forse neanche tanto quelli.

  • Pino Granata |

    Prima di dare altri soldi agli enti lirici bisogna capire dove vanno a finire questi soldi. La maggior parte di questi vanno servono per pagare stipendi e non per le produzioni. A Messina per esempio, chiedete a Zurletti che è il direttore musicale del locale teatro, il 60 dei fondi serve per pagare gli stipendi a oltre 70 dipendenti quando 20 a detta dei responsabili locali sarebbero più che sufficienti. Io amo moltissimo la Musica, credo come pochi, ma credo che i teatri dovrebbero essere autosufficienti. I soldi andrebbero spesi per una buona educazione musicale ed iniziative meno costose. A me di finanziare costose produzioni per persone che vanno all’opera solo per farsi notare(vedi La Scala) non va proprio. Io vivo a Milano e quando vado al Conservatorio vedo che è sempre pieno, quindi la domanda non è solo per l’opera ma generale.

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