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Bocca, Casalegno e i terroristi

,3,529,0,0,0,0,0,3,95,0,1>«Il giornalismo di idee e di informazioni, come lo intese il secolo borghese, è una specie in via di estinzione»: non lasciatevi scoraggiare dai cupi rintocchi di questo incipit. Il nuovo libro autobiografico di Giorgio Bocca, È la stampa, bellezza! (Feltrinelli) è tutt’altro che un’orazione funebre, semmai un’appassionata dichiarazione d’amore per la professione. Al pessimismo delle prime righe fa da contrappeso un epilogo di tono consolatorio: «Un giornalismo d’inchiesta, ma anche di etica, continuerà a esserci, indispensabile a una società civile». Tranquilli, insomma, gazzettieri e imbrattacarte : non farete la fine dei fiaccherai, dei brumisti o dei lampionai. Di voi ci sarà sempre bisogno. Ma quali sono le doti essenziali di un buon cronista? Risponde Bocca: «Il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare». E soprattutto la chiarezza: prendendo esempio da maestri come Mario Soldati, Elio Vittorini e Alberto Moravia, ma anche da Tommaso Besozzi, il leggendario autore dello scoop sul bandito Giuliano, uno che «scriveva cronache essenziali, pure e dure come un diamante».

Bocca

Non c’erano master di giornalismo, nell’Italia degli anni Quaranta e Cinquanta, né facoltà di Scienze della Comunicazione. La scuola di Bocca fu «GL», il quotidiano torinese del Partito d’Azione, diretto da Franco Venturi. Una scuola severa, dove si imparava a usare la penna come un fucile. E dove quel cuneese roccioso si forgiò il carattere ammirato e detestato da amici e nemici: quella tempra di zio burbero e perennemente ingrugnato, che nella sua breve esperienza televisiva a Canale 5 faceva crollare gli ascolti, con Mike Bongiorno che lo sfotteva e tutti continuavano a chiedergli: «Ma perché non sorridi?». Diciamo la verità: averne di zii malmostosi, in quest’Italia di beoti sorridenti, di soubrette e di camerieri del potere. Mentre crescono i motivi di malumore scarseggiano i cronisti grintosi, che tolgano al premier di turno l’imbarazzo di una popolarità a reti unificate e ricordino a tutti che – come insegna Tocqueville – non sempre la maggioranza ha ragione.

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Alla stessa scuola di «GL» si era formato Carlo Casalegno, il vicedirettore della Stampa ucciso dalle Brigate Rosse nel 1977. Ricorda Bocca: «Nel mio dolore per la sua scomparsa c’era anche un dissenso professionale… Carlo era un uomo di grandissimo coraggio… Ma io coglievo in lui qualcosa di eroico, di eccessivo, al di sopra del nostro lavoro. Il suo no alla sovversione sembrava legarsi alla megalomania dei giornalisti del potere senza potere». Se di megalomania si trattava, la pagò ben cara… Del resto, un po’ megalomane era anche Bocca – lo ammette egli stesso – convinto com’era «di aver trovato il modo di sopravvivere al terrore con la furbizia contadina, senza prenderlo di petto». Un atteggiamento che l’eccessivo Casalegno non apprezzava. E i fatti, spiace dirlo, hanno dato ragione a lui.

  • Maurizio Buoncristiani |

    Bocca, spiace dirlo ma è esperienza personale, è andato ben oltre a quello “di sopravvivere al terrore con la furbizia contadina, senza prenderlo di petto”. E’arrivato fino ad avallare la teoria che negli anni di piombo si stava prospettando uno stato fascista e golpista di tipo cileno che incarcerava intellettuali e militanti che avevano l’unica colpa di essere antagonisti (e tra questi c’erano militanti delle BR). La “furbizia contadina” forse stava piuttosto nel farsi passare come uno strenuo garantista dello stato di diritto”. Nulla di male se il suo garantismo sia sfiorito subito con la fine di quegli anni tragici.

  • Pino Granata |

    Al di là della sua ambigua posizione su Casalegno che non condivido in nessun modo, devo dire che Giorgio Bocca è il giornalista che mi ha accompagnato in quasi tutta la mia esistenza(sono nato ne 42). Bocca è molto amaro e nei suoi articoli non c’è spazio per umorismo od altro. E’ dai tempi de Il Giorno di Italo Pietra, il più bel quotidiano mai fatto fino ad oggi in Italia, che io lo seguo. Bocca è sempre stato il cane da guardia della democrazia in questo Paese e continua ad esserlo malgrado gli anni. Non so se lui è felice in questa vita, vorrei che lo fosse, perchè è sempre amaro e non è certo un piacere leggerlo perchè la lettura dei suoi articoli provoca rabbia. Però, forse, ha ragione lui non c’è nulla da stare allegri in questo paese, oggi più che ieri. Auguro lunga vita a Bocca e che continui a criticare il regime.

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