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Garcìa Lorca alla corrida di Wall Street

«Ormai i cobra fischieranno sugli ultimi piani. / Ormai le ortiche faranno tremare cortili e terrazzi. / Ormai la Borsa sarà una piramide di muschio. / Ormai verranno le liane dopo i fucili / e molto presto, molto presto, molto presto. / Ahi, Wall Street!». Che choc dev’essere stato, per Federico García Lorca, lo spettacolo del Grande Crollo del ’29, se gli ispirò questi versi apocalittici. E l’Einaudi non poteva scegliere momento migliore per riproporli, in una nuova traduzione di Glauco Felici (Poeta a New York, pagg. 182, euro 14,00), nel bel mezzo di una tempesta finanziaria mondiale e proprio mentre in Spagna il giudice Garzon ordina l’apertura della fossa comune dove i boia franchisti gettarono il cadavere del poeta andaluso, fucilato il 19 agosto del 1936.

Lorca

In America, Lorca era approdato nel giugno di quell’anno fatale, per sfuggire al regime di Primo de Rivera. Aveva trentun anni e un’ansia indefinita di aria nuova. Restò impressionato dall’atmosfera della Borsa: «È qui dove ho avuto un’idea chiara di quel che è una folla che lotta per il denaro. Si tratta di una vera guerra internazionale con una lieve traccia di cortesia». Alla fine di ottobre la guerra precipita, e Federico rimane per ben sette ore a Wall Street, sbigottito, a osservare le scene di panico: «Gli uomini gridavano e discutevano come belve e le donne piangevano dappertutto; alcuni gruppi di ebrei lanciavano forti grida e lamenti sulle scalinate e agli angoli delle strade. Era questa la gente che entrava nella miseria dalla sera alla mattina…». Certo, se avesse cercato rifugio tra i «cobra» di Manhattan, Federico sarebbe probabilmente vissuto più a lungo. Ma la distruzione creatrice del capitalismo lo atterriva. Tornò in patria l’anno successivo, l’utopia socialista nel cuore, correndo incontro al proprio destino. Chissà cosa direbbe oggi, se vedesse i cobra col turbante o con gli occhi a mandorla fischiare sugli ultimi piani di banche e corporations. Chissà se ci conforterebbe col suo canto. In un mondo senza uscite di sicurezza e senza alternative se non peggiori dell’esistente, con i nostri risparmi desaparecidos nel gorgo di una guerra civile combattuta a colpi di «futures», viene l’istinto di ripiegarci su noi stessi, nel recinto rassicurante del nostro microcosmo identitario, proprio ora che più avremmo bisogno di un’etica globale – come sostiene Michael Walzer. Ma alle cinque della sera, al termine dell’ennesima corrida in Borsa dove l’animale da trafiggere è più spesso l’Orso che il Toro, ci assale la tentazione di dire, parafrasando il grande Federico: «Non voglio vedere il sangue del mio broker sopra il listino. Non voglio vederlo!».

  • ugo varnai |

    In questi giorni di debacle borsistica ci raccontano della distruzione creatrice del capitalismo, con l’avvertenza puntuale e preventiva che si tratta di un mondo senza uscite di sicurezza se non peggiori dell’esistente, lasciandoci cioè intendere che si parla di un processo ineluttabile che prosegue incessantemente attraversando sempre le identiche fasi (distruzione/creazione).
    Ne sono convinto e affascinato. Del resto lo dimostra la storia del Novecento: un tragico fallimento del ciclo politico del capitalismo di Stato a varia denominazione, cui è seguito finalmente il ciclo politico del liberismo, del quale non c’è valida e spendibile alternativa, anche se ci fa soffrire.
    Andrew Lahde, 37 anni, gestore dell’hedge fund di Santa Monica, dopo una performance di +870%, ha annunciato ai propri investitori la sua decisione di rimborsare il cash investito a ciascuno “perché il rischio di utilizzare derivati sul credito è diventato ormai troppo rischioso”, per via della debolezza delle banche con le quale faceva abitualmente trading.
    “Ho fatto parte di questo gioco solo per soldi” ha scritto Lahde in una lettera di 2 pagine, nella quale arriva alla conclusione di “odiare il mondo degli hedge fund”. “C’era un frutto molto facile da cogliere, cioè gli idioti con genitori ricchi che avevano pagato per le migliori scuole, come Yale e poi l’MBA ad Harvard; erano lì per essere tosati”. “Questa gente, che spesso non valeva affatto l’educazione ricevuta (o che avrebbero dovuto ricevere) è riuscita a salire al top di società come AIG, Bear Stearns e Lehman Brothers e in tutti i livelli del governo”, scrive Lahde.
    “Tutti questi comportamenti in supporto dell’Aristocrazia, alla fine non hanno fatto altro che rendermi più facile trovar gente abbastanza stupida che fosse dall’altra parte delle mie operazioni di trading. Che Dio benedica l’America”.
    Postulare un mondo diverso da quello descritto da Lahde, che non sia esclusivo appannaggio di idioti e di irresponsabili, dove lavoro abitazione sanità istruzione cultura dignità siano al primo posto, è irrealistico, “utopia socialista”. Come dire che si muore di fame per mancanza d’appetito. Dobbiamo dunque rassegnarci alla finanza creativa, alla guerra civile combattuta a colpi di «futures», cioè ad uno yo yo impazzito che scarica i suoi effetti su salari e pensioni; quindi alla distruzione immane e al saccheggio di risorse di ogni tipo, alle folli spese militari, agli sprechi sistematici e alle lussuose dissipazioni. Dobbiamo rassegnarci soprattutto alla suggestione formale dell’alternarsi di queste ideologie di cui è prodiga e inesausta come sempre la borghesia che invita a ripiegare su noi stessi, nel recinto rassicurante del nostro microcosmo identitario. Tutte cose già viste.
    ugo varnai

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