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Suor Nirmala e il Dio di Sarah

Poiché, a differenza dell’amico Piergiorgio Odifreddi, non riteniamo che i credenti rendano «il mondo peggiore con la loro presenza» (certi atei, nel secolo passato e anche in questo, non risulta abbiano contribuito a migliorarlo), venerdì scorso ci siamo idealmente uniti alla veglia di digiuno e preghiera organizzata dalla Cei in segno di solidarietà coi cristiani dell’India minacciati di morte dagli estremisti indù. Le preghiere saranno forse inutili oltre che contrarie alla logica di Odifreddi, non serviranno a fermare i fanatici, ma non sono una manifestazione di stupidità o ignoranza superstiziosa. Né tanto meno di intolleranza. Anche un laico può riconoscersi nelle cose che ha detto suor Nirmala Joshi, l’erede di Madre Teresa di Calcutta, in un’intervista all’Avvenire: «L’amore è l’essenza di ogni religione, l’amore di Dio e l’amore l’uno per l’altro. La violenza in nome della religione è un abuso della religione stessa».

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Sante parole, è proprio il caso di dirlo. Ci piacerebbe che arrivassero all’orecchio della governatrice dell’Alaska e candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti, Sarah Palin, che parlando a una platea di studenti di teologia, ha dichiarato testualmente, con il suo candore da barracuda dell’Artico: «I nostri leader hanno mandato le truppe in Iraq per volere di Dio». La guerra a Saddam, ordinata da Dio? Forse abbiamo capito male, ma ci pare di ricordare che fosse su mandato del Congresso di Washington. Un’altra che avrebbe probabilmente qualcosa da imparare dalla suora di Calcutta è l’assessore veneto all’istruzione, Elena Donazzan, di Alleanza Nazionale, balzata agli onori della cronaca per la geniale idea di imporre l’ora di religione cattolica obbligatoria a tutti gli studenti della regione, ebrei e islamici inclusi, «all’interno dei corsi di educazione civica». L’assessora cita a sproposito Croce «filosofo idealista, laico, che diceva: non possiamo essere italiani senza dirci cristiani». Povero Don Benedetto, arruolato a sua insaputa tra i teocòn al Tocai. Peccato che Luigi Meneghello ci abbia lasciato così presto: avrebbe materia per un nuovo capitolo di Libera nos a Malo.L’indiana, l’alaskan e la talebana del Nord Est: dovendo scegliere tra queste tre pie donne, da chi preferireste essere governati? Personalmente non ho dubbi: Nirmala for president (e perché no? anche «for assessor»)!

  • Mario |

    E’ naturale che un non credente pensi che pregare sia una perdita di tempo. E di conseguenza neghi l’efficacia della preghiera. Tuttavia, per un credente, le cose stanno diversamente. Pregare significa consegnare al mistero di Dio la propria vita e la propria sorte, nella fiducia che la nostra preghiera venga ascoltata. All’uomo non è dato verificare empiricamente se, dove e quando la preghiera sia accolta nei termini in cui egli desidera, perché il modo con cui Dio ascolta la preghiera è incluso nel mistero di Dio. Il quale, per un credente, scrive dritto su righe storte, e lasciando libero corso ai disegni degli uomini, alla loro malvagità e limitatezza, e quindi anche attraverso il dolore e l’ingiustizia, continua a impedire che l’uomo venga perduto.
    Questa è la logica del credente, a cui è illogico contrapporre i calcoli e il criterio empirico della logica sperimentale. Certo che esistono ragioni per credere, ma tutte queste non tolgono il fatto che si tratterà, comunque, di un credere.
    Ironie sulla preghiera se ne fanno da secoli, e vanno da uomini della statura di Platone a quella di intellettuali ancora più grandi, come Odifreddi, Arbasino e Paolo Villaggio (il quale ha detto spesso, con rara intelligenza e finezza, ‘ma come mai i vescovi vanno in clinica a farsi curare, invece di pregare per un miracolo?’). Essere credente non significa puntare sui miracoli, ma credere che la vita è nel suo complesso un miracolo.
    Davanti al male nel mondo, Cristo stesso non s’è salvato, ed è morto chiedendo al Padre “perché mi hai abbandonato?”
    Questa è la fede dei cristiani; fede, appunto, stoltezza per il mondo. La si giudichi per quello che è

  • Angelo Paratico |

    In risposta a Federica:
    Argomenti parzialmente condivisibili senonche’ l’Italia e’ un Paese a maggioranza cattolica. Quindi l’ora di religione dovrebbe essere permessa, permettendo altresi’ a quei bambini che non vogliono attendervi di uscire dalla classe e di seguire un’altro corso. Il fatto che lei e’ atea non deve impedire a mio figlio, che e’ italiano e cattolico, di poter seguire un’ora di religione. Non e’ democratico, non le pare?
    In quanto al post della signora Abbate scorgo delle contraddizioni: da un lato dice che la preghiera non serve a nulla, come sa chiunque abbia perso una persona cara e dall’altro definisce la religione una becera superstizione. Ovvero, se chiedo a Dio di salvare una persona che mi e’ cara, eppoi questa muore comunque, la preghiera e’ inutile. Ma, secondo me, e’ proprio il credere che un miracolo sia sempre possibile che e’ una becera superstizione. Sarebbe magia nera, abracadabra e il malato si alza dal letto.
    Poi fa seguito con una tirata contro gli orrendi crimini della Chiesa e dell’Inquisizione. La signora, sia detto senza astio, farebbe meglio a documentarsi prima di fare tali gravi affermazioni, inquadrando la Chiesa cattolica e gli uomini e le donne che la componevano, nel periodo storico che vuol prendere in esame.

  • Federica |

    Salve, volevo commentare il post precedente. Io sono italiana ma non cattolica (sono atea), nel nostro paese ci sono tanti italiani che come me non sono cattolici (ebrei, cristiani di altre denominazioni) e nel futuro ce ne saranno sempre di piu’. Io per la mia legge morale e di coscienza non rispondo al Papa ma ad una morale umanistica ispirata al rispetto di tutte le persone; e vi posso assicurare che questa guida morale mi e’ piu’ che sufficiente per vivere una vita rispettosa degli altri e di me stessa. Imporre un’ora di religione cattolica non farebbe nulla per restituire al paese quella moralita’ che alcuni credono perduta a causa del laicismo (e secondo me invece perduta a causa dell’eccessivo individualismo e consumismo della nostra societa’, che del modello anglosassone ha importato solo i lati negativi) e farebbe invece tanto per alienare ancora di piu’ chi cattolico non e’. Un’ora di storia delle religioni potrebbe essere una buona idea, ma allora dovrebbe poter essere insegnata da qualunque insegnante (di qualsiasi religione) che abbia sufficienti titoli e competenze in materia.

  • antonio |

    Ci risiamo!
    Prendo spunto dalle polemiche nate dopo la proposta “dell’ora di religione”per tutti nelle “nostre scuole”.
    perchè a qualunque straniero che vivee nel nostro paese viene permesso che con le buone o con le cattive ci frantumi i timpani con le “sue”culture,mentre noi non possiamo ribadire a chiccessia che siamo una civiltà cattolica cristiana,che rispondiamo per le legggi civili ai nostri governi,ma per le leggi della morale e delle coscienza rispondiamo al Papa che non è nè italiano nè europeo ma il sovrano universale di questa religione ovunque sia praticata .e a proposito questi popoli che tanto ci tengono alle loro relgioni e che vengano rispettati ovunque “impropriamente “si trovano,si ricordino ri rispettare nche la nostra religione .
    NB:la famosa ora di religione,non è un’ora di catechismo,ma è una lezione di storia della religione e di tutte le religioni.
    e poichè dopo tanti anni di sbandierato laicismo non mi sembra che le nuove generazioni abbiano saputo sostituire la religione con altri valori altrettanto buoni da riempire il vuoto lasciato.
    saluti Antonio.

  • Claudia Abbate |

    Gentile Signor Chiaberge,
    Leggo solo oggi il “Contrappunto” sul Domenicale di ieri, con le solite invettive contro il povero Odifreddi
    (via, è come sparare alla Croce Rossa! ).
    Pregare non serve a nulla (lo sa bene chiunque abbia perso una persona cara), e naturalmente ognuno è libero di farlo,
    ma è giusto sottolineare quanto spesso la religione venga vissuta e praticata, non come ricerca e crescita interiore interiore, bensì come becera superstizione.
    Anche un laico può riconoscersi nelle parole di suor Nirmala, giustissimo, però anche un religioso può riconoscersi nelle parole di molti laici che cercano verità e buon senso.
    La Chiesa cattolica si è macchiata di orrendi crimini in un passato neppure molto remoto (Inquisizione) e, se dal 1700 ha dismesso la pratica dei roghi, continua però a obbligare e influenzare i fedeli in moltissimi modi e in tutti i campi
    (es. procreazione assistita).
    Proibito criticare ? invece di etichettare frettolosamente come “atei” o “laici” quelli che lo fanno, si dovrebbe accogliere positivamente quel po’ di senso critico – quando c’è – e cercare di migliorare la scuola in questo senso.
    Scusi il piccolo sfogo, ma apprezzo molto il Suo giornale e il “Domenicale”.
    Cordiali Saluti,
    Claudia Abbate

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