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Il professor Botto e i maharajah Low cost

Il maharajah di Torino è morto martedì scorso a 86 anni, ma non avrà un mausoleo sul Gange. Riposerà sulle rive del Po, che non ha mai abbandonato dal 10 luglio 1922, quando fu iscritto all’anagrafe della sua città. Il professor Oscar Botto conosceva il sanscrito meglio del piemontese e recitava a memoria i versi del Mahabharata, aveva curato l’edizione di testi giuridici indiani, aveva fondato l’Istituto di Studi asiatici avanzati. «Affondare gli occhi e la fantasia su questi testi – diceva – fu il mio desiderio di tanti anni fa. Credo tuttavia che finché mi sarà possibile cercherò pagine nuove, testi ancor più significativi». Pagine, testi: non luoghi, monumenti, templi o persone. La sua sete di avventura si placava tra archivi e scaffali.

Salgari7

Esploratore del cuore antico dell’India, sulle orme di Rudyard Kipling e di Hermann Hesse, senza essersi mai spinto molto più lontano di Venaria Reale, Botto sembra incarnare la quintessenza della torinesità, di quello spleen aristocratico e sedentario tipico di tanti intellettuali sabaudi. Come l’americanista Bonetto della Donna della Domenica di Fruttero e Lucentini, che di fronte al mercato coperto spiegava ai turisti: «This is the Balùn». Se Torino è l’ombelico del mondo, che bisogno c’è di sbattersi tanto sulle rotte esotiche?
Torinese, quanto meno di adozione (essendo nato a Verona), era anche l’aspirante capitano di lungo corso Emilio Salgari che scrisse un’intera epopea dei pirati della Malesia, le avventure di Sandokan e del Corsaro Nero avendo al suo attivo una crociera di tre mesi nell’Adriatico. Anche se poi, in omaggio ai suoi eroi, si tolse la vita con il più classico dei karakiri. Neppure l’agente di cambio parigino Jules Verne salì mai su un pallone o su un sommergibile, e solo le incursioni alla Biblioteca Nazionale fecero di lui il più visionario degli scrittori di fantascienza.
Per lungo tempo si è ritenuto che viaggiare nei libri, con l’immaginazione, fosse più appagante e formativo che non viaggiare nella realtà. Poi arrivò Domenico Modugno con il suo Pasqualino Marajà, e vennero le fregole a tutti: «Un bel dì giunse a Sorrento / una principessa indiana / sopra un grosso bastimento: /la bellissima Kalì. / Pasqualino la guardò / e Kalì s’innamorò / ed in India lo portò… / Pasqualino marajà, / a cavallo all’ elefante, / con in testa un gran turbante, / per la jungla se ne va».
Col turismo di massa, i Pasqualini sono diventati milioni, ci affumicano con le scie dei voli low cost e infestano la giungla coi trilli dei cellulari. Quando tornano, ti mostrano le foto digitali dei bambini sull’elefante, e se gli chiedi com’era l’India si lamentano che in albergo non sapevano cucinare gli spaghetti. Ridateci i Botto e i Salgari, che scaldavano i nostri cuori senza surriscaldare il pianeta.

  • Angelo Paratico |

    Rileggevo la scorsa settimana “Dalla Terra alla Luna” di Verne e mi stupivo della sua preveggenza: tre uomini nella navicella, come Apollo 11, precisi calcoli di velocita’ di fuga, gli scienziati dell’accademia che sbagliano e stanno provocando la loro ricaduta, se Barbicane non vi avesse ovviato, non fidandosi pienamente. E una biografia di Robert Oppenheimer: la sua passione era di leggere la Bhagavat Gita in Sanscrito, da li’ la sua celebre frase quanto scoppio’ la prima bomba atomica a Los Alamos: “Now I am become death, destroyer of worlds.” Mi spiace per Botto, veronese come Salgari.
    Altri uomini, altri tempi.

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