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Gli ipocriti censori di Olympia

Una bella bambina di sei anni accovacciata su una finta roccia, in posa pudica da sirenetta, davanti a un fondale dipinto di bianche scogliere: cosa c’è di tanto scandaloso nella copertina di Art Monthly, la rivista di arte più diffusa in Australia? C’è il fatto che la bimba non ha niente addosso. Secondo il direttore del mensile, la cover baby è un tentativo di «restituire dignità» al dibattito sui ritratti artistici di bambini. Per il primo ministro australiano, Kevin Rudd, invece, quell’immagine è semplicemente «disgusting», disgustosa: «Non posso tollerare una roba del genere. A sei anni uno non è in grado di decidere da solo se accetta o meno di essere ritratto in questo modo». Ma Olympia, questo il nome della piccola modella di Art Monthly, che ora ha undici anni, non è d’accordo col premier: «Sono molto offesa per quello che ha detto Kevin Rudd. È una delle mie foto preferite, tra le tante che mi ha scattato la mamma». Questo incidente non ha fatto che rinfocolare la polemica già in corso da mesi intorno alla differenza tra arte e pornografia. In maggio la polizia ha fatto irruzione in una galleria di Sydney e ha sequestrato una serie di nudi di ragazzine del fotografo Bill Henson. Salvo poi rimetterle al loro posto dopo aver verificato che non sussistevano gli estremi del reato.

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Come avrebbe reagito Mister Rudd davanti a certi Gesù bambini di Raffaello o all’Eros di Caravaggio? Mettendogli i mutandoni, come fece nel Cinquecento Paolo IV per i nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina? In confronto ai bacchettoni del politically correct, papa Carafa era un uomo di aperte vedute.
L’Australia non è il solo paese dove la lotta a un crimine spregevole come la pedofilia – su Internet, a scuola e spesso anche in sagrestia o all’oratorio – sta alimentando una psicosi di massa. Nell’Occidente della crescita zero il bambino è diventato una specie di totem intoccabile. Non puoi più accarezzare un pargoletto (men che mai dargli un bacio o abbracciarlo) senza che la madre chiami la forza pubblica. Siamo affetti da un puerocentrismo che è lo specchio delle nostre fobie, se non di malcelate perversioni. Mentre a Sydney si criminalizza la mamma di Olympia per averla esposta in copertina, a Treviso una dodicenne si scatta foto da coniglietta e le vende ai compagni per comprarsi abiti griffati. E una bambina di Manchester è diventata una star dei media inglesi perché a undici anni si trucca e veste come una pin up. È quella che Anna Oliverio Ferraris, nel suo ultimo libro, chiama La sindrome Lolita (Rizzoli). Di abusi contro i minori se ne consumano quotidianamente nelle migliori famiglie, davanti a una tivù e a una macchina pubblicitaria che seducono e divorano l’infanzia.

  • Maurizio Morabito |

    Ritengo che per vedere un messaggio sessuale in quella foto della bambina di sei anni, e’ probabile che bisogna essere un po’ predisposti alla pedofilia

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