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Giordano, Bondi e la solitudine del ricercatore

Giustamente il ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi si è congratulato con Paolo Giordano, venticinquenne vincitore del premio Strega con La solitudine dei numeri primi (Mondadori). Un successo davvero eccezionale per un esordiente, per giunta estraneo alla casta dei letterati: Giordano è dottorando in Fisica all’Università di Torino. Il ministro esulta: «Egli rappresenta – scrive – quell’Italia giovane, fresca e creativa, che ci auguriamo emerga con sempre maggior chiarezza». E aggiunge: «Il Paese si aspetta molto da questi giovani». Anche i Giordano, signor ministro, si aspettano – se non molto – almeno qualcosa di tangibile da questa Italia e dal suo Governo. Se non altro, la speranza di un avvenire migliore, fuori dalla monnezza, reale e metaforica, nella quale siamo immersi. E la garanzia che per «emergere con chiarezza», figliole e giovanotti freschi e creativi non siano costretti a farsi raccomandare alla Rai.

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Intervistato ieri dal «Giornale», il trionfatore dello Strega ha detto di non essere sicuro di voler fare lo scrittore: «Odio il vuoto, gli spazi morti che sono propri di questo mestiere. Almeno per un po’ avrò bisogno di qualcosa di più regolare. Da questo punto di vista i due anni di dottorato che mi restano da fare sono perfetti». Bravo Giordano! Ci associamo agli auguri che gli ha rivolto Bondi per «un futuro di successi». Ma abbiamo ragione di dubitare che questi successi possano compiersi nel mondo universitario. Proprio il 3 luglio, poche ore prima della cerimonia dello Strega, la Conferenza dei rettori ha lanciato un allarme per lo stato degli atenei italiani, che rischiano di essere strangolati dalle misure della Finanziaria. Fino al 2012, solo il 20% delle cattedre lasciate libere dai professori che vanno in pensione potranno essere coperte da nuove assunzioni a tempo indeterminato. Alla faccia dell’Italia giovane. Non ci sono risorse neppure per i posti già banditi di docente e ricercatore. Del resto anche i Beni Culturali, come Bondi ben sa, sono stati messi a stecchetto (lo ha denunciato Salvatore Settis sul Sole di venerdì), tanto che molte soprintendenze dovranno chiudere bottega. Dopotutto, per abolire l’Ici, qualche sacrificio bisogna pur farlo.

Giordano potrebbe anche formulare la Grande Teoria Unificata, fondere meccanica quantistica e relatività e diventare il nuovo Einstein, ma la nostra Università non gli darà nemmeno un tavolino dell’Ikea. È più facile che Baricco trovi un impiego al Cern di Ginevra, o che Cristina Comencini scopra una nuova particella elementare. L’Italia è il solo Paese in cui, per fare carriera, un fisico deve scrivere romanzi. O emigrare, come fanno quasi tutti i più bravi. Se Giordano fosse nato, invece che a Torino, in qualche parte degli Stati Uniti, sarebbe già al Mit o al Caltech, con la prospettiva di un ben retribuito incarico da ricercatore. Nel tempo libero, potrebbe coltivare l’hobby della narrativa, e chissà, vincere il Pulitzer. Ma anche non accontentarsi di quello e puntare al Nobel per la Fisica. Perché in America i numeri primi, o meglio i numeri uno – che siano scienziati o direttori di museo – non vengono lasciati soli.

  • Carlo |

    Egregio dott. Chiaberge,
    non so se Giordano, oltre a essere un narratore di talento, sia un “numero uno” anche come fisico; probabilmente lo è. In ogni caso, il giovane premio Strega si consoli: in Italia, ormai da molto tempo, i numeri uno sono associati ai due e ai tre nel soffrire percorrendo il sentiero dell’università.
    Da dottore di ricerca ascolto ogni giorno, pieno di amarezza, storie di ordinaria delusione. Conosco gente che a trentotto o quarant’anni si è inventata, dopo una mezza carriera nella ricerca, una nuova vita perché qualcosa nel frigorifero deve pur entrare (figuriamoci nel mutuo).
    In Italia siamo fatti così, ci piace creare delusioni: tanti sono istruiti ad altissimo livello e poi mandati a spasso, spesso a fare lavori (dignitosissimi) che avrebbero potuto intraprendere a vent’anni anziché a trentacinque. Gente istruita, tra l’altro, con soldi investiti dallo Stato: quanto costa creare un dottore di ricerca e mantenerlo come assegnista per qualche anno per poi mandarlo a fare tutt’altro?
    Per dirla con le parole di Huxley, “un uomo travasato in Alfa, condizionato in Alfa, diventerebbe pazzo se dovesse fare il lavoro di un Epsilon semiabortito; diventerebbe pazzo o si metterebbe a demolire ogni cosa”.
    Auguro davvero a Giordano di continuare a scrivere libri.

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