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Didimo, l’oppositore intelligente

Lo leggevamo quasi ogni giorno, sulle pagine della Stampa, negli atomici anni Cinquanta, negli spaziali Sessanta: ci raccontava, in una prosa limpida e precisa, le imprese degli astronauti, dei fisici o dei genetisti, quando la scienza era ancora capace di stupire senza farci paura. E quante volte ci siamo domandati chi si nascondesse dietro quel curioso pseudonimo, Didimo, preso a prestito dal Foscolo, e perché l’ignoto giornalista sentisse il bisogno di occultare il suo vero nome. Nella vita reale, Didimo era registrato all’anagrafe come Rinaldo De Benedetti Sagredo, cuneese di nascita, ed è morto novantatreenne nel 1996. Adesso, grazie a un libro appena uscito da Scheiwiller (Memorie di Didimo) sappiamo tutto o quasi tutto di lui, incluso il motivo che lo costrinse, nel periodo più oscuro della storia d’Italia, a indossare una maschera: le sue origini ebraiche. Scrive Didimo in una pagina delle memorie: «Di appartenere a una razza speciale – distinta da quella italiana, definita questa, per l’occasione, da un certo numero di professori universitari e promossa da quell’altro autorevole scienziato che fu Achille Starace – non m’ero accorto. E nemmeno ritenevo di avere una religione, considerandomi agnostico… Ma ciascuno di noi non è mai quello che crede di essere: noi siamo anche quel che l’opinione del mondo fa di noi; e ci troviamo là dove la perenne assurdità e criminalità della storia ci fa capitare».

Perduto il posto da ingegnere alla Compagnia Generale di Elettricità di Milano, De Benedetti trova lavoro prima alla Treccani con Giovanni Gentile, poi nel 1938 da Garzanti, dove di nascosto progetta le «Garzantine». L’esordio sul Corriere all’indomani di Hiroshima, con un articolo in cui spiega come funziona (e come uccide) l’atomica. Dal 1953 è alla Stampa, e lì inventa la prima pagina scientifica di un quotidiano.

Ma il bello di queste Memorie è che il maestro della divulgazione cede il posto allo scrittore elegante, dallo humour signorile, e a tratti, al polemista. Commentando l’uso strumentale della religione da parte di Mussolini, per esempio, annota: «Molto dilaga, per ogni dove, l’abuso del nome di Dio. Un miscredente che volesse portare prove in favore dell’ateismo, potrebbe aggiungere questa: che il Signore non dia segno di voler punire coloro che non ottemperano al primo comandamento». Non ha fatto in tempo, il compianto Didimo, a vedere le crociate degli atei devoti, né le terze nozze di un attempato playboy con una soubrette, celebrate in chiesa con benedizione papale.

Sempre controcorrente, il nostro Rinaldo: anche nel democratico dopoguerra. Mentre la stragrande maggioranza dei cittadini – scrive – si domanda «Dove va il Paese?», solo per accodarsi al gregge, lui vira istintivamente dalla parte opposta. Come il medico si trova sempre all’opposizione della malattia…così quel cittadino sarà sempre contro un eccesso, contro un qualche malandare». Impariamo da Didimo: la conoscenza e la cultura sono il miglior vaccino contro i Grandi Imbonitori e le loro false promesse.