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I cosacchi di Kiev a Ponticelli

«Vicino al fiume, viveva la marmaglia – ebrei infrequentabili, piccoli artigiani e commercianti in squallide botteghe a pigione, vagabondi, frotte di bambini che si rotolavano nel fango… vestiti di stracci». Non è un campo nomadi, ma la città bassa di Kiev agli inizi del Novecento così come la racconta Irène Némirovsky nel romanzo I cani e i lupi (appena uscito da Adelphi). Lontano, nelle ville in cima alla collina, stavano i ricchi israeliti. E quando i cosacchi facevano le loro scorribande nel quartiere povero, saccheggiando e incendiando le catapecchie, i chioschi, le macellerie kosher, le botteghe anguste dal tetto malandato, i privilegiati della città alta assistevano impassibili a quell’inferno. Niente: era il solito pogrom, che periodicamente toccava a quei disgraziati laggiù. Pogrom, in russo, significa per l’appunto distruzione: sommosse popolari antisemite, spesso fiancheggiate o sobillate dagli sgherri zaristi. In questi giorni la parola «pogrom» è riapparsa nei titoli dei giornali a proposito della cacciata dei Rom da Ponticelli. Un paragone storico azzardato. I pogrom che descrive la Némirovsky non si limitavano ai roghi e alle devastazioni, erano veri e propri massacri, e comunque l’odio verso gli ebrei aveva matrici ben diverse, l’invidia sociale pesava almeno quanto il pregiudizio. Poiché però in Italia l’unica persecuzione di cui abbiamo memoria è quella antisemita, le analogie col Ventennio scattano come un riflesso condizionato, e se prima c’era chi definiva «lager» i Centri di prima accoglienza, oggi qualcuno agita perfino lo spauracchio delle leggi razziali del ’38. Ma quelle leggi vergognose miravano a colpire una comunità ebraica benestante e perfettamente integrata, che aveva negozi, aziende e cattedre universitarie.

Robertosaviano
Le misure all’esame del Governo, invece, dovrebbero servire a garantire la sicurezza dei cittadini contro la criminalità legata all’immigrazione irregolare. Non contro un’etnia in particolare, ma contro chi, di qualunque etnia o nazionalità, delinque, ruba, stupra e uccide. Così, almeno, ci promettono. Ma se è esagerato paragonarla a un pogrom, di certo la rivolta di Ponticelli è stata un atto di barbarie collettiva. L’inizio di un piano inclinato al fondo del quale, se non fermato in tempo, c’è davvero la folla inferocita, la caccia all’uomo come nella Kiev della Némirovsky. Le mafie in Italia, ricordava Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, in un’intervista al Magazine del Corriere, hanno ucciso, negli ultimi trent’anni, qualcosa come diecimila persone. Più morti che nella Striscia di Gaza. Una minaccia permanente alla vita e alla sicurezza della gente per bene. Ma contro i «quartieri alti» della camorra, a Ponticelli e dintorni, nessuno pare disposto a marciare.

  • Carlo |

    Egregio dott. Chiaberge,
    apprezzo ancora una volta il coraggio di esprimere concetti non a tutti graditi: l’ansia – tipicamente italiana – di paragonare qualsiasi evento alle tragedie della prima metà del Novecento porta spesso a sbandate retoriche.
    Oggi è opportuno chiedersi da dove nasca quella «slippery slope» cui Lei accenna e, soprattutto, come si possa fermare il disastro prima che accada; ma per fare questo bisogna partire dalla realtà dei fatti e non da immagini distorte dal filtro dell’ideologia (di un segno o dell’altro).

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