Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Aron, il ’68 e l’oppio del potere

Un buon modo di festeggiare i quarant’anni del Maggio parigino – a proposito, tra poco maggio è finito, vogliamo smetterla con celebrazioni e controcelebrazioni? – è quello scelto dall’editore Lindau, che ha ristampato un libro ormai introvabile di Raymond Aron: una delle menti più lucide del pensiero laico e liberale del Novecento, e uno dei pochi intellettuali francesi a essersi coraggiosamente schierato contro i rivoltosi del Quartiere Latino. In realtà L’oppio degli intellettuali, questo il titolo del pamphlet, non è legato agli avvenimenti del ’68: uscì molto prima, nel 1955, scatenando un pandemonio alla Sorbona, dove Aron insegnava, e negli ambienti della Rive Gauche, a cominciare da Sartre e Merleau-Ponty, presi di mira per la loro infatuazione filosovietica. In Italia il libro, tradotto nel 1958 e poi riproposto dal Giornale di Montanelli negli anni Settanta, cadde invece nel silenzio più assoluto.

1968

L’oppio cui allude il titolo (parafrasando la celebre battuta di Marx sulla religione) sono i miti della rivoluzione e del proletariato e quella peculiare idolatria della storia che permetteva all’intellighenzia comunista di giustificare il totalitarismo di Mosca. Un ottundimento delle capacità intellettive simile a quello indotto dai fumi del Papaver somniferum, e che non risparmiava cervelli di prim’ordine.
Ma tempi e climi cambiano. L’oppio che stordiva le meningi negli anni Cinquanta e nel Sessantotto si coltiva ormai in sparute piantagioni, e solo pochi nostalgici ne fanno ancora uso, mentre altre sostanze stupefacenti si stanno imponendo sul mercato. L’ebbrezza del nuovo, che quarant’anni fa trascinava i Sartre sulle barricate, oggi spira semmai nelle praterie della Padania. Ma il rischio resta lo stesso: che uomini intelligenti si lascino sedurre da idee stupide.
Del resto, la vera droga degli intellettuali, almeno in Italia, è sempre stata una sola: il potere. Che venga esercitato dai professori, dai cardinali o dalle soubrette, poco importa: in un paese dove le istituzioni culturali sono fragili e delegittimate, l’unica leva di promozione sociale è la politica. Meglio ancora, la politica sposata alla tv. Lo vediamo in questi giorni, con la gara che già si è aperta su ogni fronte a correre in soccorso del vincitore. «L’intellettuale potrà disinteressarsi alla politica il giorno in cui ne scoprirà i limiti – ammoniva Aron mezzo secolo fa. – Se la tolleranza nasce dal dubbio, si insegni a dubitare dei modelli e delle utopie, a rifiutare i profeti di salvezza…Invochiamo l’avvento degli scettici, se devono spegnere il fanatismo». Stiamo ancora aspettando che quell’auspicio si compia.

  • riccardo chiaberge |

    gentile signora,
    lungi da me l’intenzione di radere al suolo questo blog! Liberissimi di commemorare il ’68, purché non se ne faccia l’agiografia o non si pretenda di santificarlo. Le idee stupide, per me, sono quelle che pensano di rivoltare il mondo come un calzino, o di tirare su muri tra gli uomini e i popoli. La partecipazione non è certo un’idea stupida, ma lo diventa se pretende di soppiantare il parlamento e le altre istituzioni rappresentative con i soviet e le assemblee. Quanto alla ricerca, le ricordo che a proibire ogni sperimentazione sulle staminali embrionali è stata la politica, in America come in Italia. un cordiale saluto

  • i.gianni |

    “a proposito, tra poco maggio è finito, vogliamo smetterla con celebrazioni e controcelebrazioni…”
    Lei ha ragione, ma ciò che muore va commemorato. Appunto.
    Oggi è l’11 maggio e la mia impressione – certo personale – è che il suo Contrappunto abbia voluto radere al suolo questo blog.
    1) La teoria marxiana dello stato e l’ideologia di Borghezio, sul medesimo piano, quali due “idee stupide”;
    2) il sig.Marco le dà una mano:”un atteggiamento in linea con il mito della partecipazione e dell’impegno tipico, fra gli altri del ’68”
    la partecipazione un mito?
    e io che come ad altri milioni di persone credevo che fosse la base della democrazia!
    3) e ancora, a proposito della ricerca “l’erogazione dei fondi da parte di burocrazie condizionate dalla politica, costringa ad un collateralismo con i politici…”
    forse migliore il ‘collateralismo’ con finanziatori privati? qualcuno asserirà che garantirebbe la libertà della ricerca.
    saluti e …buon proseguimento

  • Nicola Iannello |

    L’oppio degli intellettuali fu pubblicato anche da Ideazione Editrice di Roma nel 1998.

  • marco |

    Discutevo con alcuni colleghi che i docenti italiani paiono assai più impegnati nella politica di quanto non accada, poniamo, ai loro colleghi americani o inglesi. Non è rado notare docenti ordinari, delle più varie discipline, che raggiunta una posizione accademica di prestigio decidono di candidarsi per diventare senatori o deputati. Perchè secondo lei questo accade? A mio parere in primis pesa l’idea che la politica sia intesa come l’attività più meritoria in cui gli uomini si possono impegnare (un atteggiamento in linea con il mito della partecipazione e dell’impegno tipico, fra gli altri del ’68); aggiungerei la consapevolezza dei docenti che al di là dei facili elogi, la cultura e l’accademia in Italia sono marginalizzate, da qui il desiderio di mostrarsi capaci di contribuire ad ambiti di lavoro extra-accademici. Inoltre trovo che la natura eminentemente pubblica della ricerca in Italia, con l’erogazione dei fondi da parte di burocrazie co ndizionate dalla politica, costringa ad un collateralismo con i politici, che è invece assente nei paesi dove esistono anche fondi privati per il sostegno della ricerca. Insomma direi che al fondo dell’atteggiamento dei docenti vi sia un riflesso dello statalismo sia dal punto di vista culturale (i.e. l’idea che il ruolo pubblico politico goda di una dignità speciale rispetto alle attività private) sia dal punto di vista economico (i.e. le università sono soprattutto statali).
    Infine due altri aspetti che mi colpiscono del rapporto politica cultura in Italia. Primo caso. Un’università pubblica organizza un convegno con il supporto, fra gli altri dei fondi dell’assessorato x o della regione y. Ebbene, l’assessore a capo della struttura che ha erogato i finanziamenti apre i lavori della conferenza. Ma è così anche negli altri paesi civili? Altro caso. L’esimio docente diventa senatore, ministro e così via. Si mette in aspettativa e non insegna più, senza però perdere il posto. Succede così anche negli altri paesi?

  Post Precedente
Post Successivo