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John Wayne non cavalca a Baghdad

Tradita dalla passione femminista, Susan Faludi (Il sesso del terrore, Isbn edizioni) vede nell’11 settembre la riscossa delle «virtù maschili» americane, dei cow boy e dei Rambo. Si sbaglia. Il fantasma baldanzoso di John Wayne, sugli schermi Usa, è risorto per pochi giorni dopo l’attentato, poi è subito tornato a riposare nelle videoteche dei nostalgici. Come scrive Ross Douthat sull’ultimo numero di «Atlantic Monthly», Hollywood e l’industria dei media hanno imboccato un altro sentiero: sotto lo shock della guerra in Iraq, la retorica patriottica ha ceduto il passo a una vena paranoide, cospiratoria, da anni Settanta. Chi sognava un John Wayne redivivo pronto a sterminare i selvaggi di al-Qaeda si è beccato il Bourne di Matt Damon, uno 007 con le idee di Chomsky, in lotta contro una Cia subdola e tentacolare che scheda innocenti cittadini ed elimina giornalisti scomodi e perfino i propri agenti in nome di pretestuosi disegni anti-terrorismo. O lo Stephen Gaghan di Syriana (2005), che addebita tutte le tragedie della Mesopotamia a una nefasta macchinazione di petrolieri texani, neocon e mestatori della Cia, che culmina col lancio di un missile sulla testa di un leader arabo troppo liberale per servire gli interessi delle grandi compagnie Usa.
Ad appena due settimane dall’attacco a Baghdad, nel marzo del 2003, la Sony Pictures aveva lanciato un film di guerra, Tears of the Sun (versione italiana L’ultima alba): protagonista Bruce Willis, nei panni di un tenente dei marines incaricato di liberare un ostaggio americano in Nigeria dalle grinfie di una banda di ribelli – ovviamente – musulmani. Il plot era imbevuto di tutti i luoghi comuni del moralismo interventista, con i soldati yankee nella parte dei buoni, disposti a tutto pur di cavare dagli impicci quei disgraziati di africani.

John_wayne

Alcuni commentatori neocon applaudirono il film come il preludio a un revival dell’epopea western, dello spirito di Pearl Harbour, di un’era di solidarietà e orgoglio nazionale. E invece, per i successivi cinque anni, dagli studios di Hollywood non è uscita una sola pellicola che mitizzasse le truppe a Falluja o a Kabul. In compenso ha prosperato, sulla scia di Michael Moore, il filone complottistico, popolato di generali felloni, soldati torturatori e politici corrotti.
Al cinema, il Male assoluto non abita in qualche grotta dell’Afghanistan, ma nei palazzi di Washington. E poi ci lamentiamo dell’antiamericanismo: anche quello è made in Usa, americanissimo come l’hamburger. Almeno, in questo sgangherato Paese, a presidiare le istituzioni c’è il commissario Montalbano. Così integerrimo che nessun Serpico potrà mai prenderlo in castagna.

  • Marina |

    A corollario, un passaggio del monologo di John Stewart all’ultima cerimonia degli Oscar 2008(al sesto minuto circa).

    Dice qualcosa del genere: “I film sulla guerra in Iraq non hanno avuto successo, ma noi li terremo nelle sale finché non avremo ragione sul pubblico, ci volessero anche 100 anni…”
    Saluti,
    Marina Magnani

  • Carlo |

    Caro dott. Chiaberge,
    nella nostra epoca l’eterogenesi dei fini colpisce duro e gli Stati Uniti hanno modo di scoprirlo ogni giorno: continuano a produrre (e a nutrire abbondantemente) elementi ostili. Ma fino a che punto questi elementi avranno il coraggio di essere sinceramente ostili? Un parassita saggio arriverebbe davvero a uccidere l’organismo che lo nutre?
    Un cordiale saluto,
    Carlo

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