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E il laureato devasta il chiostro

Una delle prime, vere conquiste del Sessantotto fu la soppressione della goliardia. Nel 1966, quando mi iscrissi a Giurisprudenza a Torino, dovetti subire le forche caudine di ogni matricola, con relativo papiro infarcito di oscenità, processo e assoluzione «in nomine Bacci, Tabacci Venerisque». L’autunno successivo, un gruppo di feluche decise a replicare il cerimoniale fu malmenato e disperso dalle matricole in eskimo. I goliardi erano mummie di un passato mefitico e autoritario, proprio come i baroni accademici.
Quarant’anni dopo, mentre i Sessantottini in carriera si autocelebrano – non si capisce per quali meriti visto lo stato del Paese –, il fantasma con la feluca torna ad aggirarsi negli atenei. Ma è una goliardia da reality, da karaoke, da pub di periferia, che ha dimenticato il latino maccheronico e le rime di Cecco Angiolieri e delle nobili tradizioni conserva soltanto gli aspetti più trucidi e volgari. Per giunta, con la benedizione di mamma e papà. Soprattutto nel civile Nord Est, le sessioni di laurea si trasformano in gazzarre da stadio, con le aule magne gremite di parenti fino al terzo grado, nonne, zie, nipotini in passeggino, torme di fidanzate e di amici che fanno la «ola» .

Goliardi

Il candidato o candidata che al termine di uno stentato triennio espone balbettando la sua tesina «googlata» con un frettoloso copia-incolla, viene interrotta dalle ovazioni dei fan davanti ai volti rassegnati dei professori. E all’annuncio del punteggio, anche un miserabile 79 è travolto da boati di giubilo e raffiche di flash che pare la notte degli Oscar. Ma il bello viene dopo: il laureato viene inseguito nei corridoi da leggiadri coretti del tipo «Dottore del buco del c…./ vaffan…vaffan…», trascinato in cortile, denudato, legato a un albero o un’inferriata, ricoperto di uova e farina, mentre i partecipanti al festino, ormai visibilmente alticci, si tirano bottiglie addosso e contro le pareti. Poiché molti atenei italiani hanno sede in palazzi storici, quattro volte all’anno i chiostri del Seicento sono tappezzati di fotocopie di neodottori in mutande e gli addetti alle pulizie devono spazzare cocci e bicchieri rotti e ripulire gli affreschi dagli schizzi di uova e di vino. E se qualche professore fa tanto di protestare, i genitori lo zittiscono prontamente: «Devono ben festeggiare, poveri ragazzi!»
Come no? Festeggino pure, ma fuori dall’università, che è o dovrebbe essere un luogo di studio, di rispetto e di formazione dei cittadini. Sarebbe il modo migliore per celebrare il quarantennale del ’68: «La buona educazione al potere!».

  • bostongeorge |

    Perchè non proporre di:
    -1° inserire nel regolamento accademico che i festeggiamenti si facciano fuori dall’ateneo.
    -2° divieto assoluto di introdurre alcolici nell’edificio.
    -3° concedere l’ingresso con invito a partecipare alla laurea con invito solo ad un numero limitato di parenti amici per laureando.
    -5° accordo università-comune con la richiesta della presenza di anche un singolo vigile urbano (si potrebbe richiedere dove si sono registrati i disordini piu’ gravi) nella sessione di laurea che mantenga l’ordine.
    -6° obbligo di svolgere solo tesi -SPERIMENTALI- e non descrittive…
    è logico che con il solo buonsenso se non vi è educazione non si possono ottenere risultati,,, cmq dove non ci arriva la gente ignorante mi sembra doveroso che dovrebbero arrivarci rettore, ricercatori e professori, per cui è colpa loro alla fine,,,
    Si chiede di DEFINIRE DETTAGLIATAMENTE ogni luogo, ogni tempistica, ogni ruolo all’interno di un luogo come l’università,,,,

  • katherina |

    gentile dott.chiaberge,
    sono una laureanda, ho apprezzato molto il suo articolo quanto mai pungente su La Laurea, giorno che oramai somiglia sempre di più a un trailer di commedia italiana di bassa lega…
    mi trovo daccordo soprattutto sull’ allegra canzoncina del neo-laureato.è oscena.devo dire che quando ero matricola la prima volta che l’ho sentita ero anche divertita (anche se mi vergogno un po’ ad ammetterlo), ma solo la prima volta.
    oramai la buonaeducazione e diventata demodè,
    ma chissà potrei iniziare una nuova rivoluzione pro-sobrietà, non si sa mai…io un po’ ci spero.
    saluti

  • i.gianni |

    Ho varcato la soglia della mia facoltà come matricola nel ’70 e nessuno studente si è permesso di venirmi a fare quegli interrogatori imbecilli con successivi gavettoni, insulti vari e quant’altro, come invece si usava negli anni precedenti. Ciò anche grazie al passaggio del ’68 , quello buono – e perché non adottare un distinguo ? – lo stesso che ha sostenuto l’obiezione di coscienza e il servizio civile.
    -Scrive A.Fracas “…il neo dottore viene bersagliato da molteplici scherzi, ma fa parte del gioco come insegna la psicologia del lavoro, rientra nei riti di iniziazione che rafforzano la coesione del gruppo…” !!?? mi permetto di dissentire: la coesione della TRIBU’ vorrà dire. Non si stava parlando di neolaureati? e allora hanno bisogno di lanciare borotalco e uova per rafforzare il senso di un’identità comune?
    -Scrive F.Ressa: ” gli “eskimi” erano talmente cupi e senza ironia…” concordo con il “cupi”, lo erano, ma esattamente come tutte le divise, e ce n’era anche qualcuno colmo di ironia, come quello che alcuni docenti universitari indossavano su formalissimi doppio petto blu. Non ho mai capito se il loro eskimo fosse l’espressione di un’anima doppia o un semplice mezzo per attraversare il cortile inosservati.
    E tra schiere di eskimi verdi e orde di jeans stracciati non saprei chi abbia effetto meno… urticante.
    Però bisogna ammettere che il laureato che devasta il chiostro ha avuto un effetto dirompente sul blog più serio e tranquillo del web. Niente niente alla fine dovremmo pure ringraziarlo per la vivacità dello scambio. Saluti

  • riccardo chiaberge |

    Ma sì, certo, come no? Rabelais, Goldoni…Caro amico, non idealizzi un mondo scomparso. da quanto tempo non mette più piede in una facoltà universitaria? Di sregolatezza (anzi di cafoneria) ce n’è ad abundantiam, ma il genio ahimè scarseggia.

  • Franco Ressa |

    Signor Chiaberge, in novecento anni di esistenza la cultura studentesca (solo dal 1888 si parla di Goliardia moderna) ha prodotto musica, poesia, letteratura, grafica, spettacolo (non le dicono nulla i nomi di Enzo Tortora, Paolo Villaggio e persino Norberto Bobbio ?) Ha spesso e volentieri combinato burle, sfottuto i pedissequi (ricoda Rabelais e Goldoni ?), fatto anche atti di teppismo, di ubriachezza (ricorda un letterato chiamato Teofilo Folengo ?), lanciato torte, borotalco e maneggiato escrementi. Sarebbe giusto ignorare il genio perché c’è sregolatezza ?
    Ovidio Borgondo il famoso goliardo “Cavur” che lei torinese avrà certamente sentito nominare, descriveva le stesse cagnare che lei ritiene “scandalose”, viste all’università di Padova nel 1934. Precise identiche con tanto di parenti.
    Se quindi lei ha conosciuto solo una “smatricolata” non può giudicare di tutto il resto, mentre gli “eskimi” erano talmente cupi e senza ironia da ricordare da vicino gli attuali Talebani ( gli “eskimi” ahimé li ho sopportati io come padroni negli anni ’70 durante i miei studi).
    Di fatto, solo in Italia il folclore studentesco viene disprezzato a priori, negli altri paesi europei è tenuto in gran conto, basti pensare alla “Tuna” spagnola, alla “estudiantina” di Coimbra in Portogallo, alla “burschenschaft” dei paesi di lingua tedesca. Sono a sua disposizione per chiarimenti, poiché mi sono assunto il compito di storico della goliardia.

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