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L’Iraq, l’Antrace e il virus del dubbio

Sapete quanti cittadini americani sono stati infettati dall’Antrace negli ultimi cinque anni, da quando è scoppiata la guerra in Iraq? Uno. Trattasi di un musicista di New York, specializzato in ritmi africani, che ha avuto un collasso dopo un concerto a Mansfield, Pennsylvania. A trasmettergli il famigerato bacillo non è stato Alì il chimico o qualche terrorista di al-Qaeda, ma le pelli di animali selvatici che si era procurato nel continente nero, per fabbricarsi dei tamburi. In compenso, sono aumentati in tutti gli States i casi di legionella, di morbillo e di orecchioni. E neppure questi sembrano di matrice islamica.
Ve la ricordate, la psicosi dell’Antrace? Nell’autunno del 2001, i cervelloni della Cia e dell’Fbi, che avevano permesso a Mohammed Atta e soci di frequentare tranquillamente una scuola di volo bigiando le lezioni di atterraggio, dopo l’11 settembre sguinzagliarono i loro segugi in una furiosa caccia all’untore: trovavano polverine sospette in ogni ufficio postale, e non passava giorno senza che qualcuno venisse ricoverato in preda a sintomi da film dell’orrore. Pareva un’epidemia inarrestabile, come la Spagnola. Le farmacie erano prese d’assalto da folle di invasati a caccia di un misterioso antibiotico, chiamato «Cipro», che protegge le vie respiratorie dalla contaminazione.

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Adesso la rivista «Microbiologist» rivela che il più efficace antidoto all’Antrace (detto anche carbonchio) è il tè nero. Una bella tazza di Earl Grey e ti passa la paura. In barba a Osama e all’Asse del Male.
Ma per un Bacillus Anthracis che riesce a intossicare qualche sprovveduto, c’è un virus che sembra votato all’insuccesso, segnatamente tra gli intellettuali italiani: quello del dubbio. Mentre negli Stati Uniti perfino i falchi del Pentagono cominciano a interrogarsi su una possibile «exit strategy», da noi nessuno pare scalfito dall’ombra di un ripensamento. Men che meno i filoamericani a oltranza, giornalisti e politologi «embedded» nella Coalizione dei Volonterosi: tutti restano arroccati sulle loro posizioni, come se nulla fosse accaduto. Più tenaci dell’antrace. L’importante, per loro, non è la sorte del popolo iracheno, ma la propria reputazione di opinionisti. Altro che «Amicus Plato, sed magis amica Veritas». Qui conta solo Plato, o meglio l’Ego, e se la verità ha preso un’altra strada, tanto peggio per la verità. Certi interventisti impenitenti ci ricordano Caio Gregorio, il pretoriano di Carosello: «Fare ammenda nun me piace / c’ho du’ metri de torace. / Sono er fusto der Pretorio! / Che mme frega de l’Antrace? / Mo’ te faccio er moratorio / che è assai mejo de la pace» .

  • Paolo Lombardi |

    Gent.mo dott. Chiaberge,
    mi scuso innanzitutto per il ritardo, ma le scrivo questa nota per un altro virus al quale anche lei, che stimo per altri e meritori versi. Ormai, quando si vuole fare uso del volgare, si scrive “c’ho” o “c’ha”, come se la /c/ non avesse bisogno, nella grafia dell’italiano, di una /i/ o di una /e/ per addolcire il suono (uso termini fonetici semplici, comprensibili da tutti). Allora il Boccaccio, tanto per dire, nel Decamerone scrive: “Padre mio, io non vorrei che voi guardaste perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla” e il Belli, che al volgare ha eretto un vero e proprio monumento distingue: “Ciavéte una piluccia mezzanella? / Ciò cquella de la marva” da “C’avete, Padron Peppe, che strillate?”. Ma i virus son virus e quando si attaccano è difficile liberarsene. Pensi al plurale /le fila/ del singolare /la fila/ e non del singolare /il filo/, per cui si legge: “Nelle fila del Milan, della Juventus, o quel che si vuole” nei giornali sportivi, e va bene, ma addirittura nellecronache politiche: “Le fila di questo o di quel partito”. So che altri inquinamenti son ben più gravi per la salute, ma come dissentire da Fernando Pessoa quando afferma: “Il destino di un popolo dipende dalle condizioni della sua grammatica. Non esiste un grande paese senza proprietà di linguaggio”? O forse ci avviamo a non essere più un grande paese?
    Grazie e scusi per l’ardire,
    suo
    Paolo Lombardi.

  • Domenico Paolo Galeota |

    Scritto mentre il mondo occidentale era in preda al panico per il bio-terrosismo.
    L’eterno ritorno di Antrace
    A distanza di molti anni esce dal letargo e torna a far parlare di sé un dio dimenticato, Antrace, il più sfigato tra gli immortali, del tutto sconosciuto alle nuove generazioni. Gli antiestetici foruncoli che tappezzano il suo viso e il color carbone della pelle hanno indotto Zeus, notoriamente sensibile al fascino femminile e all’aspetto gradevole dei candidati ai ministeri, ad assegnargli l’incarico meno gratificante: dio della polvere, quella stessa polvere che suonò a condanna per il serpente biblico, capro espiatorio di colpe non sue.
    Sullo sfondo di un Olimpo litigioso in cui vengono esasperati a scala divina tutti i conflitti, le discordie, le meschinità e le insensatezze degli uomini, l’umile figura di Antrace, per nulla invidioso di colleghi più fortunati – i responsabili della guerra, dell’amore, della sapienza ecc. -, svolge con abnegazione i suoi modesti compiti, conscio che nell’eternità non conta quello che si fa, ma come si fa.
    Stretta una salda alleanza con Eolo, il dio dei venti, corre in aiuto di chi lo supplica.
    Invocato adesso da alcuni disperati per combattere lo strapotere americano, Antrace, al di fuori del bene e del male come tutti gli immortali – a differenza degli uomini che sono al di fuori soltanto del bene – affina le sue strategie e, non potendo affrontare gli Stati Uniti a viso aperto, si affida in questa occasione non al collaudato Eolo ma allo scaltro Mercurio, dio della posta. Come già detto un dio non si pone problemi di etica, ma in questo caso Antrace non riesce a mascherare la propria soddisfazione nell’arrecare danni ad un paese che già con il nome, lo stare uniti, rimanda ad un’idea di coesione, di compattezza, di solidità, di staticità per nulla conciliabile con il concetto di polvere, minuta e incoerente, leggera, quasi impalpabile, mobile e sfuggente come un’emozione. Come se non bastasse nel corso del XX secolo gli Stati Uniti si sono macchiati di una colpa molto grave agli occhi di Antrace: l’invenzione e la diffusione nel mercato mondiale di un macchinario diabolico, l’aspirapolvere.
    Fedele alla sua essenza, Antrace passa all’azione colpendo a sorpresa con interventi sporadici e imprevedibili e seminando il terrore. Un dio-terrorista. Le sue gesta occupano le prime pagine di tutti i giornali del mondo. Dalla polvere agli altari.
    Da vecchio conoscitore del mondo sa che il momento di gloria è destinato a passare: si metterà da parte in silenzio e con discrezione – a differenza dei nostri ministri quando sono giubilati – in attesa che gli eventi e le vicende umane gli offrano l’occasione della ribalta.
    Dagli altari di nuovo nella polvere in un ciclico ed eterno ripetersi di situazioni già vissute, anche se da generazioni diverse. La materia prima di cui è composto l’uomo, per quanto aspiri a volare alto, è sempre la stessa, l’egoismo, e nella costruzione tutta umana del mondo ci sarà sempre bisogno di un dio per offendere o per vendicare offese.
    Roma, 2001
    Domenico Paolo Galeota
    domega47@yahoo.com

  • SILVIA |

    si deve ricordare la bufala dell’antrace. Insieme, però, si deve ricordare l’atroce guerra.
    Il problema (degli Usa e degli Stati che hanno collaborato con loro nelle operazioni militari) è quello di aver vinto la guerra in Iraq, ufficialmente, ma di aver perso la pace.

  • i. gianni |

    Gentile dr. Chiaberge, ringrazio insieme a lei tutti quei giornalisti che si occupano di ricordarci le campagne thriller condotte da oscuri registi, tra i quali gli americani emergono, come sempre, per mole di mezzi impiegati e metodologie all’avanguardia. Il bio-terrorismo hollywoodiano, costantemente recitato negli anni, li ha resi particolarmente competenti ed efficaci nel diffondere le bio-psicosi anche nel reale.
    Cipro! l’avevo completamente dimenticato, ma fortunatamente c’è Google, anch’esso made in U.S.A.:
    http://www.altrogiornale.org/news.php?item.1751
    e si legge : “Incredibilmente, secondo il Physician’s Desk Reference e la American Medical Association….,dopo che più di 32.000 abitanti di Metropolis (cioè la zona da Washington a Boston) avevano preso il CIPRO in seguito alle lettere all’antrace, come risultato migliaia si erano seriamente ammalati, molti morirono.” La fonte sarà attendibile? Tra panico e contro-panico sapremo mai qual’è la verità? si amicus Plato, magis amicus George.
    Lei auspica il dubbio. Ad eccezione di quello finto e travisato dalle luci dei salotti televisivi, il dubbio, quello costruttivo, è superato, demodé. Definitivamente messo al bando dall’opera di un giornalista/politologo e neo-politico.
    Basta con il pensiero relativo. Oggi ‘fa trendy’ mostrarsi coerenti ad oltranza, monolitici. Si dice che ciò testimoni valori forti, soprattutto se sulla pelle degli altri. E poi tornare sui propri passi, interrogarsi, può essere costoso.
    Mi permetto infine – ma con suo probabile sollievo non dirò “mi consenta” – una nota di suscettibilità terrona. Nella sua simpatica versione di Carosello si avverte una leggera vena di anti-romanitudine, nel riferirsi alla pratica del disimpegno e del compromesso. La par condicio obbligherebbe ad una statistica sulla provenienza regionale nella composizione del gruppo interventista o moratorio. Ma mi concedo il dubbio – !! – che la sua scelta del personaggio derivi più dalla immediatezza della metrica e della rima, che dall’area geografica di appartenenza.O sbaglio?
    cordiali saluti

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