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Caso Moro: e il terrore riabilitò lo Stato

Quando, la mattina di quel cupo 16 marzo di trent’anni fa, ascoltammo alla radio la notizia del rapimento di Aldo Moro, sulle prime molti di noi, anche i più miti, nonviolenti e rispettosi della legalità stentarono a reprimere un moto di fatalismo. L’assuefazione al terrore ci stava rendendo cinici e non erano passati due mesi da quando avevamo visto al cineforum lo spietato documentario di Roberto Faenza, dal titolo profetico Forza Italia!: spezzoni di film e telegiornali dal dopoguerra al 1976 che componevano come in un puzzle il ritratto grottesco di una classe dirigente in sfacelo. Facce impietrite di un regime democristiano ormai condannato, mummie ambulanti che celavano i loro traffici dietro una maschera di rispettabilità. Era ancora fresco il ricordo della requisitoria di Pasolini contro il «Palazzo» dalle colonne del Corriere della Sera. E il lapis appuntito di Giorgio Forattini (allora militante radicale e libertario) infilzava ogni giorno qualche pezzo grosso dello Scudo Crociato: Fanfani in forma di tappo, Andreotti incurvato ed enigmatico, e l’immancabile Aldo Moro, allampanato, malinconico, penna bianca sulla fronte. Che prima o poi le Brigate Rosse (che qualcuno si ostinava a chiamare "sedicenti"), dopo aver insanguinato l’Italia con un rosario di delitti quasi giornalieri, avrebbero alzato il tiro al Cuore dello Stato, erano in tanti ad aspettarselo.

Moro

Già, lo Stato: per la generazione del Sessantotto, lo Stato, questo minaccioso e ingombrante leviatano, era sinonimo di corruzione clientelare (le partecipazioni statali) nonché di repressione (le manganellate e i lacrimogeni dei questurini, le inchieste della magistratura «fascista»). Per i «duri e puri» era semplicemente lo Stato borghese, che «si abbatte e non si cambia». Nelle anticamere del partito armato si aggiravano personaggi ambigui come Franco Piperno, che lodò la «geometrica potenza» del commando di via Fani (e non si è pentito: giovedì, sul Magazine del Corriere, ha attribuito quella frase a «un po’ di dannunzianesimo»). E in molti circoli intellettuali era in voga lo slogan «Né con lo Stato, né con le Br». Col suo sacrificio, Moro ha scardinato questa ipocrita equidistanza. Da onnipotente Mazarino del regime si è trasformato in martire della democrazia. Il simbolo di una linea di equilibrio e di dialogo che avrebbe potuto modernizzare il Paese. Immolandolo alla ragion di partito, la Balena bianca avrà forse guadagnato dieci anni di vita. Ma intanto, nelle coscienze anche dei più arrabbiati, era passato il concetto che lo Stato è di tutti, che senza Stato «borghese», per quante pecche abbia, non si dà convivenza civile, e che quegli altri, l’Antistato coi passamontagna e il kalashnikov, rappresentano la barbarie. Il sogno (anzi l’incubo) di un mondo perfetto pavimentato di cadaveri.

  • i.gianni |

    sedicenti, lo ricordo, veniva ripetuto fino alla nausea.
    Ma forse qualcuno sperava veramente che le BR fossero un delirio privato, se-dicente, e invece era pubblico. Qualcuno ha pensato che avesse una componente talmente pubblica da essere statale.
    La ragion di partito. Infatti. La ragion di Stato viene addotta come argomentazione estrema per legittimare qualunque azione, o anche non-azione, intrapresa per la salvezza della cosa pubblica. L’altra, la ragion di partito, nel caso Moro – pensandoci bene altro che “caso” ! – imponeva che non si trattasse con i se-dicenti brigatisti, e per salvaguardare cosa?
    Il partito = interessi di parte nella cosa pubblica. Fin qui le faccio eco.
    E’ la brevità del suo Contrappunto che la porta ad un collegamento tanto diretto tra il ’68 e il ’78 ? Avrei qualche perplessità, se non altro perché è un decennio così accidentato e ‘pavimentato di cadaveri’, di mura sventrate e vagoni aggrovigliati. La mia incompetenza storica, e non solo, non mi lascia comprendere. Ma troppi attori nascosti dietro le quinte. La scena resta incomprensibile. C’erano assassini con il passamontagna, ma altri senza, altri con altro tipo di copricapo.
    E’ su internet la lista dei caduti di questa guerra interna – e sleale – dove il nemico da uccidere era sempre rigorosamente inerme perché, anche là dove fosse armato, l’agguato avrebbe azzerato la difesa. Piazze. Strade. Treni. Auto. Stazioni.
    L’elenco di vittime, tante, causate da un travisamento logico dei valori . Qualcuno invita in TV gli attori protagonisti a raccontare quella storia dal loro punto di vista. In nome di una mass-memoria, o in nome dell’audience. Non so. Mi sfugge l’utilità. Anzi mi sembra inferiore al pericolo.
    Non mi sfugge invece il senso minaccioso di manifesti farneticanti riapparsi di nuovo nelle periferie delle città.

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