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La Padania rivuole Caravaggio

Faremo pure imbufalire i tedeschi esportando la nostra monnezza: in compenso ci riprendiamo la bellezza, svergognando gli americani che ce l’hanno rubata. La stampa anglosassone è generosa di elogi (con qualche mugugno) per il vicepremier e ministro uscente dei beni culturali, Francesco Rutelli, che è riuscito a riportare a casa un’intera galleria di capolavori greci e romani trafugati illegalmente e messi in vetrina nei musei statunitensi: dal cratere di Eufronio alla statua di Vibia Sabina (li si può ammirare al Quirinale fino al 24 marzo). Vengono dal Metropolitan di New York, da Boston, dal Getty di Malibu. Tutta roba sgraffignata negli scavi archeologici della penisola tra il 1972 e il 2000. Davvero un bel colpo: il governo di Atene, in segno di riconoscenza verso i colleghi italiani, ha prestato per l’occasione una splendida "kore". Sul settimanale «Time», Richard Lacayo scommette che d’ora in poi nessun direttore di museo degli States si azzarderà ad acquistare un pezzo antico «senza un’attestazione di possesso legale più lunga di una genealogia biblica». Ma si chiede anche, subito dopo, dove porterà questa guerra della «proprietà culturale».

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L’arte è un patrimonio universale e come tale appartiene a tutti, non soltanto a quelli che la detengono sul proprio suolo. Le nazioni «fonte», come l’Egitto o la Grecia, si aggrappano ai loro tesori per vendicarsi delle spoliazioni subite. Gli ex-colonialisti replicano che non ha senso mettere tutto sotto chiave. Philippe De Montebello, del «Met», è perfido: l’Italia – domanda – sarebbe pronta a riconsegnare ai turchi i cavalli di San Marco, arrivati da Costantinopoli nel 1204 come bottino di guerra? E Jennifer Grego, sul Financial Times, insinua: chissà se i vostri musei sono pronti ad accogliere le opere ritrovate.
Certo, incatenare l’arte al territorio da cui proviene è una pretesa assurda. Non vorremmo che, nell’Italia della secessione e delle piccole patrie, qualcuno accarezzasse l’idea di una devolution culturale. Già ci immaginiamo l’onorevole Borghezio reclamare il ritorno al Nord di Caravaggio («Ma l’avete visto lo sceneggiato tv? Chi è più padano di lui?»). O Raffaele Lombardo, leader di Autonomia siciliana, che manifesta davanti agli Uffizi perché i fiorentini rendano a Messina il suo Antonello. E a proposito, che ci faceva un siculo come Juvara alla corte sabauda? Con tanti bravi architetti piemontesi…
Ma forse il pericolo vero è un altro: che come si usa da noi quando cade un governo, il nuovo responsabile dei beni culturali rinneghi la linea di Rutelli. Sarebbe un magnifico regalo a tombaroli e trafficanti d’arte.

  • edoardo crisafulli |

    Gentile Riccardo Chiaberge, sono rimasto esterrefatto nel leggere il suo articolo ‘Fannulloni italiani all’estero’ (Il sole 24 ore, 15 giugno 2008). Come può un giornalista solitamente informato scrivere così tante scempiaggini sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC) all’estero? Non è vero che, in ogni IIC, ci siano dai 2 ai 4 addetti culturali. La maggior parte degli IIC è sotto organico; in vari casi il direttore è coadiuvato solo da impiegati locali. Né è vero che gran parte dei funzionari della promozione culturale “lavora poco” (= le canoniche 36 ore contrattuali), accumulando, sotto forma di straordinari, ogni “minuto di lavoro svolto in più”. Chiunque conosca il mondo degli IIC sa benissimo che il contratto nazionale di lavoro, all’estero, è quasi inapplicabile al personale di ruolo. È altrettanto falso dire che i funzionari “colti e volenterosi”, quelli che conoscono la cultura italiana e le lingue straniere, sono un’esigua minoranza. Tantissimi miei colleghi sono professionisti con un curriculum di tutto rispetto (specializzazioni post lauream, dottorati di ricerca, pubblicazioni scientifiche, conoscenza certificata di 2-3 lingue straniere). I direttori di ruolo, vincitori di pubblico concorso, a volte hanno più titoli dei cosiddetti ‘direttori di nomina politica. Suggerisco una ricerca nominativa su google scholar. Molti di noi addetti culturali provengono dalla scuola secondaria, ma poi hanno accumulato altre esperienze: io, al pari di tanti altri, sono entrato nei ruoli del Ministero degli Esteri con un concorso riservato ai lettori di lingua e cultura italiana (docenti di ruolo, i quali, dopo aver superato un concorso selettivo, prestano servizio nelle università straniere, pur rimanendo alle dipendenze della Farnesina).
    Gran parte degli IIC si regge sull’autofinanziamento e sulle sponsorizzazioni, impossibili senza un personale qualificato e pieno di entusiasmo. Un accenno all’IIC di Haifa, in Israele, che dirigo da 5 anni. Tralascio i circa 35 eventi culturali organizzati ogni anno in ‘economia’, e la ricaduta che essi hanno sul pubblico israeliano in termini politici (rafforzamento dei legami tra Italia e Israele). Mi limito a una valutazione meramente aziendale-commerciale: nel 2008 abbiamo incassato 240.000 euro lordi (di cui ben 100.000 euro netti) con i corsi di lingua italiani. I nostri circa 700 studenti di lingua italiana, poi, sono clienti del ‘made in Italy’ e, poiché sono incoraggiati e stimolati a visitare l’Italia, danno un contributo al ‘turismo culturale’, settore cruciale del sistema-Italia. Quest’anno, inoltre, abbiamo iscritto ben 250 studenti nelle facoltà universitarie italiane: a prescindere dai vantaggi politici (quegli studenti, una volta laureati e tornati in patria, faranno parte della classe media professionale israeliana e manterranno un rapporto privilegiato con l’Italia), la nostra economia ne ricava un guadagno tangibile immediato. Ipotizzando che siano necessari circa 500 euro al mese a testa per vivere in Italia, i nostri 250 studenti spenderanno nel nostro Paese una media di 125.000 euro al mese, ovvero 1.500.000 euro all’anno. Ma si tratta di un’approssimazione per difetto. E l’IIC di Haifa (che ha in organico solo un addetto culturale & un contrattista esecutivo) costa all’erario circa 250.000 euro all’anno. Fate un po’ i calcoli se lo Stato italiano ci guadagna o ci rimette. Il suo articolo parla di fantomatiche ‘eccezioni’, ma è proprio questo l’errore: la maggior parte degli IIC lavora a pieno ritmo e funziona in maniera egregia.
    “Il vero problema”, caro Chiaberge, non è il personale di ruolo. Noi funzionari della promozione culturale, quando siamo all’estero, abbiamo responsabilità (e carichi di lavoro) dirigenziali, ma siamo considerati (e pagati) come funzionati direttivi (= quadri intermedi). Anche da noi, come in tutti gli ambiti professionali, c’è qualche fannullone e/o incapace. Che l’erbaccia, dunque, venga estirpata, affinché si affermi, finalmente, una meritocrazia autentica!! Ma si abbia il coraggio dire la verità: gli ‘esperti’ culturali, che spesso tali non sono, costano il doppio di quelli di ruolo. E dove sono i personaggi del calibro di Umberto Eco, Claudio Magris, Carlo Ginzburg e Franco Cardini?
    Perché inventare la figura dell’esperto se la Farnesina dispone già di addetti culturali provvisti di titoli culturali e di solida esperienza professionale? Da questo punto di vista, ha ragione il Ministro Brunetta: le consulenze esterne sono uno spreco di denaro pubblico. Temo che ci sia un disegno chiarissimo: denigrare i funzionari di ruolo, vincitori di pubblico concorso, affinché aumentino a dismisura gli “esperti culturali” di nomina politica. Concludo con una proposta: questi ultimi dovrebbero lavorare almeno 2 anni in un ufficio del Ministero degli Esteri, prima di assumere un incarico all’estero. Così conoscerebbero la macchina ministeriale e combinerebbero meno pasticci amministrativi e contabili quando prendono in mano un IIC. Noi direttori di ruolo “superpagati e fannulloni” dobbiamo starci, alla Farnesina, da 2 fino a 4 anni. E il mio stipendio, a Roma, era di 1.200 euro al mese – senza indennità aggiuntive né rimborsi spese di alcun tipo.
    Edoardo Crisafulli, Direttore Istituto Italiano di Cultura di Haifa, Ph.D. (University College Dublin)

  • pamela gambogi |

    gentile chiaberge,
    in riferimento all’articolo ‘La padania rivuole Caravaggio'(24 febb 08):
    a) la guerra dei capolavori rubati l’ha cominciata il Ministro Urbani, nel precedente governo Berlusconi
    b)’er piacione’ è stato molto bravo a raccoglierne e diffonderne i frutti
    c)magari se non portava il fragilissimo vaso di Euprhonios sul tavolo del tg era meglio, c’è un limite anche all’esibizionismo sfrenato
    d)la legislazione internazionale sui beni culturali illecitamente esportati è un poco cambiata dal 1204…
    e da tempo presso il nostro Ministero esiste il NUCLEO Tutela Carabinieri Patrimonio Culturale (ex generale Conforti) appunto istituito per arginare l’emorragia
    e)come Grecia e Egitto, creda, l’Italia è ancora oggi una nazione ‘fonte’ e i furti con esportazione illecita, soprattutto di beni archeologici, sono ancora numerosissimi
    con tutta la stima per i suoi bellissimi contrappunti
    pamela gambogi- Archeologo
    Soprintendenza Beni Archeologici della Toscana
    Ministero per i Beni e le Attività Culturali

  • Marco Mena |

    E’ curioso che proprio domenica scorsa sia ripresa la trasmissione Passepartout di Philippe Daverio, che ha parlato, tra le altre cose, dei tesori restituiti e della mostra al Quirinale. Il suo punto di vista era però differente, ed era il seguente: siamo sicuri che la ri-collocazine in Italia, nei nostri musei trasandati (esempio mostrato: i sarcofaghi con lo sterco di piccione del museo di Tarquinia) o semi-deserti (Museo di Reggio Calabria con bronzi di Riace in splendida solitudine) sia la migliore soluzione? Perchè non ri-restituirli agli USA (in comodato d’uso), chiedendo loro di costruire degli “Italian pavillions” dedicati alla promozione della nostra cultura classica? Come al solito, una provocazione intelligente… Ma il dubbio resta: dove finiranno questi tesori riavuti? Verranno riportati (e dimenticati) nei nostri desolanti musei di provincia?

  • Igor Traboni - Frosinone |

    Ma sì, caro Chiaberge, lei ha ragione: tra informazione cartacea e digitale il connubio non solo è buono, ma direi necessario. E lo dice uno che fino a pcoo tempo fa diffidava perfino del puro e semplice internet. E quella della «fertilizzazione incrociata» mi piace davvero, proverò a rivendermela (citando sempre l’Autore!). Solo che, sia sul cartaceo che sul digitale, mi piacerebbe venisse concesso più spazio alla provincia italiana. Ma non per un provincialismo fine a se stesso, piuttosto per far emergere la sana provincia italiana. E io qualche idea ce l’avrei…
    Igor Traboni
    Frosinone

  • riccardo chiaberge |

    Non sono l’unico giornalista della carta stampata che si insinua nella Rete con i propri scritti. Come ho già detto, sul Domenicale e in questo sito, è una fertilizzazione incrociata tra informazione cartacea e digitale che a mio avviso può produrre buoni frutti. L’importante è prendere il meglio di entrambi i medium, non il peggio.

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