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La famiglia è più forte che mai. In crisi sono i governi

In Italia ci vogliono tre anni per divorziare, ma bastano venti mesi per mandare a casa il Parlamento. In Francia, dove un matrimonio si scioglie in un mese e mezzo e i Governi durano di più, un Presidente con maggioranza bulgara riesce a impalmare una nuova moglie ma non a domare i taxisti in rivolta. L’inconcludenza della politica non è soltanto un problema nostro. A qualunque latitudine, i Governi passano, la famiglia resta. Tramontate le grandi utopie, eclissati i valori forti, la mondializzazione genera un senso di insicurezza e di paura, incrina lo Stato nazionale, spunta le unghie ai poteri pubblici. E spinge i cittadini a rifugiarsi nella sfera privata, in quella che si potrebbe definire una «rivoluzione dell’intimità». Lo sostiene, in un pamphlet controcorrente, il filosofo francese Luc Ferry, già ministro dell’Educazione e Ricerca.Il titolo del libro (Famiglie, vi amo!, appena tradotto da Garzanti) allude alla celebre invettiva di Gide contro il perbenismo borghese e la tirannia del matrimonio. Ferry capovolge la battuta, esaltando il ruolo dei legami amorosi e affettivi nella società attuale. Chi ha detto che la famiglia è in declino? Tutt’altro: è una delle rare istituzioni sopravvissute alla fine dell’Ancien Régime. Il vincolo familiare è più forte, più ricco, più intenso oggi in Europa che mai prima nella storia. Nel bene e nel male: date un’occhiata ai cognomi sulle porte degli studi legali o delle facoltà di Medicina.
E poi, quale famiglia rimpiangiamo? I matrimoni dei nostri nonni o bisnonni erano spesso minati dall’ipocrisia e «le donne, che sacrificavano la loro vita sentimentale e professionale al focolare domestico… erano le prime vittime di queste unioni destinate a rispettare le convenzioni sociali più che le esigenze dell’individuo».

Montaigne

Le cose peggiorano quanto più si risale indietro nel tempo. Prendiamo l’amore genitoriale: nel ’500 un umanista come Montaigne confessava di non ricordarsi il numero esatto dei figli che gli erano morti mentre erano a balia. Due secoli dopo il filosofo Rousseau, autore dell’Emilio (il saggio più importante mai consacrato all’educazione), abbandonò cinque figli come se niente fosse. Bach e Lutero persero entrambi una decina di pargoli, certo con dolore, «ma abituandosi in fretta all’idea». Neonati e lattanti, a quell’epoca, erano considerati esseri in nuce, poco meritevoli di rispetto. Fino al ’600, i catechismi si soffermavano lungamente sui doveri dei figli verso i genitori, quasi mai sull’opposto. Sarà l’industrializzazione, l’avvento delle democrazie liberali, conclude Ferry, a mettere al centro della società i rapporti affettivi e interpersonali.
Siamo proprio sicuri che la modernità indurisca i cuori?

  • isabella gianni |

    tutt’altro! la modernità intenerisce, perché è possibilità di pensiero relativo, che consente la proiezione nell’idea dell’altro e, senza obbligo di sottoscrizione, permette la tolleranza, la sua accettazione, la ricchezza di una prospettiva diversa…
    Ma tutto muta e la famiglia resta. Resiste, perché contiene in sé una dose di ipocrisia tale da poter bilanciare qualunque presa di coscienza verso cui si tenti di orientarla.
    Resiste perché c’è una irrinunciabile comodità economica: di immobili, di mobili, di malattie alleggerite da aspirine offerte con premura. E’ comodità di affetti presenti, di silenzi assoluti, mai scoperchiati se non nelle aule dei tribunali. La famiglia è riuscita a resistere alla contestazione generale mutando l’onora il padre in “onora il figlio”, salvo poi a lasciare entrambi confusi e incapaci di darsi un ruolo. E forse, senza voler anticipare i tempi di una discutibile festa prossima a venire, sarebbe stato molto più civile e meno politico un “onora la madre”!
    E intanto tutti sono rimasti ad onorarsi da soli, cercando senso all’interno di un gruppo che avrebbe il suo vero senso naturale solo nella cura.
    Ha ragione Ferry. Il vincolo familiare è più forte, più ricco oggi….Il vincolo quindi, e non la ‘relazione’ familiare. Oppure la relazione familiare è propriamente solo vincolo?
    Quale sarebbe il commento di Vittorino Andreoli che, invitato a dare spiegazioni scientifiche di azioni efferrate – guarda caso compiute all’interno della cellula pilastro della nostra società – ha chiarito, con il suo spontaneo rigore, che in fondo tutti noi siamo le relazioni che abbiamo. Le relazioni o i vincoli? Quando subentra il vincolo c’è ancora la relazione?

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