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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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Chi sono

Riccardo Chiaberge (Torino 1947) ha diretto per dieci anni il supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore”, di cui è attualmente inviato ed editorialista. Tra i suoi libri, L’algoritmo di Viterbi. Da profugo a re dei cellulari: la straordinaria avventura di un italiano in America (2000), Salvato dal nemico. 1944: una strage nazista nell’Italia divisa dall’odio (2004) e La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati? Un confronto tra George Coyne e Arno Penzias (2008), e Lo scisma. Cattolici senza papa (2009) pubblicati da Longanesi.

3 luglio 2010 - 19:04

Vi saluto e vado in quiescenza. Operosa

Cessazione, risoluzione del rapporto, quiescenza. Esodo volontario ai sensi e agli effetti dell'art.12, comma 4, lett.b) legge n.153/69 così come modificata dall'art.6 D.lgs n. 314/97. Traduco dal buro-legalese: pensione anticipata. Mi dispiace, devo andare. E questo che state leggendo è l’articolo più difficile che abbia mai scritto sul Domenicale, perché sarà l’ultimo: dopo dieci anni e quasi cinquecento contrappunti, è venuta l’ora del  commiato.

Provvisorio, mi auguro, perché dai propri lettori non ci si separa. A meno che non siano loro a chiedere la risoluzione del rapporto, o a scioperare come qualcuno li istiga contro la stampa insubordinata.  Tanto meno si può divorziare dalla propria identità professionale, nel mio caso da quel patrimonio di letture e di racconti, di analisi e di eresie, all’occasione anche di sberleffi e di giusta irriverenza che ha segnato la storia di questo supplemento. Se la vita culturale, per dirla con Vitaliano Brancati, è fatta di stonature, il nostro Domenicale si è sempre distinto come il più stonato dei cori. Una palestra di libertà condivisa da personalità distanti e per tanti aspetti inconciliabili come Gianfranco Ravasi e Tullio Gregory,  il mistico Elémire Zolla e l’illuminista Paolo Rossi, per citarne solo alcuni. Zolla01g

Un’isola felice, al riparo dal frastuono  e dal chiacchiericcio mediatico, dove hanno trovato rifugio scrittori raffinati ed esigenti come Giuseppe Pontiggia e Luigi Meneghello. Pontiggia

Il mio debito verso questa vasta e variopinta famiglia intellettuale è impossibile da quantificare. Ma più di tutti siete stati voi, lettrici e lettori, le vostre lettere, le mail,  i commenti sul blog, a dare nutrimento al mio lavoro, suggerendo spunti e correzioni di rotta, e anche tirandomi le orecchie quando era necessario.  Adesso non perdiamoci di vista. Il nostro dialogo non deve conoscere cessazioni o quiescenze. Come non può cessare in me la passione del giornalismo e della scrittura. Mi rimbocco le maniche e vado in pensione. Continuerò a stonare, come ho sempre fatto. E nel ricordo di Pontiggia, insuperabile inventore di ossimori, ve ne propongo uno che è anche un impegno: quiescenza operosa. E senza acquiescenze.  


 

 

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26 giugno 2010 - 19:16

Ambrosoli e la maglia nera dell'Italia

Da eroe borghese a immaginetta propiziatoria. Come Falcone e Borsellino, Giorgio Ambrosoli viene ormai fatto oggetto di un’ambigua venerazione postuma anche da parte di chi a suo tempo gli voltò le spalle, o di chi oggi tiene bordone ai tanti Sindona grandi e piccoli che popolano la scena politica e giudiziaria. Bene ha fatto perciò Sandro Gerbi a riproporre una riflessione a più voci sulla figura di questo grande servitore dello stato (Giorgio Ambrosoli. Nel nome di un’Italia pulita, Nino Aragno editore). Nel libro, oltre a un saggio del figlio Umberto, lo scandalo Sindona nella ricostruzione del giornalista Gianfranco Modolo e i dettagli dell’inchiesta sull’omicidio svelati dal magistrato che la condusse, Giuliano Turone, mentre il banchiere Salvatore Bragantini traccia un bilancio del caso a trent’anni di distanza. Particolarmente amare le confessioni di uno dei collaboratori dell’avvocato milanese, il maresciallo Silvio Novembre, che ricorda il tragico isolamento  di un liberalconservatore, già militante dell’Unione Monarchica, bollato come comunista soltanto perché inviso alla cricca dell’epoca, e per giunta senza neppure l’appoggio dei comunisti veri e propri, che non erano disposti «a insorgere in parlamento contro i raggiri di quel bancarottiere». Giorgio_Ambrosoli
Il culto attuale di Ambrosoli, osserva Gerbi, può far pensare che in Italia la battaglia contro il malaffare sia stata vinta. Magari: l’ultimo rapporto del Greco (Groupe d’États contre la Corruption) ci colloca al 63esimo posto – maglia nera d’Europa – tra i 180 paesi esaminati. Meglio di noi, tra gli altri, Cile, Qatar, Barbados, Botswana, Mauritius, Namibia.
La battaglia dunque è ben lontana dall’essere vinta, e lo vediamo ogni giorno: «c’è un’Italia che forse non la vuole vincere e gira colpevolmente la testa da un’altra parte». Chiedetelo a Roberto Saviano...Prima di stappare bottiglie di champagne al tramonto delle avanguardie operaie (vedi Corriere della sera di ieri), un liberale come Piero Ostellino farebbe meglio a preoccuparsi per l’eclisse, si spera temporanea, di quelle élite borghesi di cui Ambrosoli rappresenta l’espressione più nobile.
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20 giugno 2010 - 12:45

La marea rosa e i "modi bruschi"

Ciao maschio. L’antropologo Franco La Cecla ha ottime ragioni per
sollecitare  una ridefinizione  della mascolinità. A insidiare il
modello economico e sociale basato su quelli che lui chiama, nel suo
ultimo pamphlet, i Modi bruschi (Elèuthera), muscoli,
trivelle e motori rombanti, non è solo la marea nera del golfo del
Messico, ma una marea di altro colore e all’apparenza più benigna: la
marea rosa. Sul mensile «The Atlantic», Hanna Rosin rivela http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2010/07/the-end-of-men/8135 che le
cliniche americane della fecondazione assistita, dove è possibile
predeterminare il sesso del nascituro, sfornano molte più femmine che
maschietti. Con grande scorno del dottor Ronald Ericsson, il biologo
che negli anni Settanta del secolo scorso aveva inventato una tecnica
per separare gli spermatozoi portatori del cromosoma Y (maschile) da
quelli col cromosoma X : lui, che andava in laboratorio con stivali e
cappello da cowboy e aveva prestato il suo ranch in South Dakota per
fare da sfondo agli spot di Marlboro Country, forse sognava le nidiate di «maschi alfa» del Mondo Nuovo di Huxley.

E invece no. Se nelle provette gli Y nuotano più agili verso l’obiettivo, i futuri
genitori vogliono dare una spintarella alle X. E quasi sempre è la
madre a decidere.  Speriamo che sia femmina, come in quel
vecchio film di Mario Monicelli. Soltanto pochi mesi fa, una copertina
dell’«Economist» lanciava l’allarme per le «missing girls», cento
milioni di bambine mai nate nei paesi asiatici dove impera l’aborto
selettivo. Un vero e proprio Gendercide, un olocausto di
genere che ha fatto indignare molti commentatori. Qui siamo
all’estremo opposto, ma seppur più limitata e
meno cruenta , sempre di selezione si tratta. Selezione politicamente
corretta: si restringe la metà del cielo che negli stereotipi correnti
rappresenta il male e il dominio, così nessuno protesta. Stiamo
parlando, si capisce, di situazioni lontanissime: alle società ancora
in larga parte rurali della Cina o dell’India servono braccia robuste,
nella civiltà dell’i-Pad contano altre doti, come l’abilità
comunicativa e l’attitudine alla mediazione, più diffuse tra le
ragazze. L’importante è che, dismessi dai maschi in ritirata, i «modi
bruschi» non vengano opzionati dalle nuove matriarche della marea
rosa.
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19 giugno 2010 - 16:45

L'abc del totalitarismo secondo Silone

Alcuni (pochi) di voi l'hanno indovinato: l'autore del brano proposto giovedì, e che ripropongo qui sotto, era Ignazio Silone (1900-1978), al secolo Secondino Tranquilli. Fa parte di un racconto-saggio in forma di dialogo,  La scuola dei dittatori, scritto nell'esilio svizzero e pubblicato a Zurigo in tedesco nel 1938 e in italiano da Mondadori nel 1962. E' incluso nel primo volume dei Meridiani che raccolgono l'opera dello scrittore. Silone2

p.s.Alla lettrice che confessa di averlo rintracciato su Googlebooks sarei tentato di annullare il compito...Ma siccome è stata onesta e si è autodenunciata, la perdono.

"Dal momento in cui scocca la scintilla dell'identificazione del capo con la massa, il dittatore sente moltiplicare in modo vertiginoso le sue forze. L'identificazione sociale è appunto il processo discriminatorio che fa emergere l'eletto dal gregge dei chiamati. L'eletto ne esce trasfigurato. Egli perde i connotati individuali e assume quelli sognati da milioni di concittadini. Egli diventa, alla lettera, il prodotto individualizzato d'un irresistibile bisogno collettivo. Nell'attuale civiltà di massa tutte le risorse della tecnica contribuiscono all'esaltazione dell'eletto. I pochi tra i connazionali che sfuggiranno all'ipnosi e cercherano di discuterlo e denigrarlo, ricordando le sue origini, la sua neghittosa gioventù, la sua limitata cultura, la sua vigliaccheria, la sua inadattabilità a una vita normale, faranno opera vana...

Anche se il capo dice e fa oggi il contrario di quello che diceva o faceva ieri...che importa? Il legame più forte che lega il capo alla sua massa non è ideologico o programmatico o etico. 'Se il mio capo agisce in quel modo, vuol dire che avrà delle ragioni per farlo', pensa il fascista o il comunista. E poiché lui è convinto di non avere avuto nella vita il meritato successo solo per mancanza di furberia ed eccesso di scrupoli, egli è perfino fiero che il 'suo' capo sia così abile e forte e sappia così bene sterminare gli avversari".

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17 giugno 2010 - 11:12

L'eletto e il gregge. Provate a indovinare questo!

Propongo alla vostra riflessione questo brano. Riuscirete a scoprire chi è l'autore? NON CERCATELO SU GOOGLE, TANTO NON LO TROVATE!

"Dal momento in cui scocca la scintilla dell'identificazione del capo con la massa, il dittatore sente moltiplicare in modo vertiginoso le sue forze. L'identificazione sociale è appunto il processo discriminatorio che fa emergere l'eletto dal gregge dei chiamati. L'eletto ne esce trasfigurato. Egli perde i connotati individuali e assume quelli sognati da milioni di concittadini. Egli diventa, alla lettera, il prodotto individualizzato d'un irresistibile bisogno collettivo. Nell'attuale civiltà di massa tutte le risorse della tecnica contribuiscono all'esaltazione dell'eletto. I pochi tra i connazionali che sfuggiranno all'ipnosi e cercherano di discuterlo e denigrarlo, ricordando le sue origini, la sua neghittosa gioventù, la sua limitata cultura, la sua vigliaccheria, la sua inadattabilità a una vita normale, faranno opera vana...

Anche se il capo dice e fa oggi il contrario di quello che diceva o faceva ieri...che importa? Il legame più forte che lega il capo alla sua massa non è ideologico o programmatico o etico. 'Se il mio capo agisce in quel modo, vuol dire che avrà delle ragioni per farlo', pensa il fascista o il comunista. E poiché lui è convinto di non avere avuto nella vita il meritato successo solo per mancanza di furberia ed eccesso di scrupoli, egli è perfino fiero che il 'suo' capo sia così abile e forte e sappia così bene sterminare gli avversari".

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15 giugno 2010 - 20:03

Toh, chi si rivede! Piero Calamandrei

Chiedo scusa, ma non posso mantenere la promessa fatta ai lettori del Sole, di aspettare domenica prossima per la soluzione del "quiz" sulla Costituzione, e non posso neppure seguire il consiglio di Nino Labate che mi scongiura di non rivelare il nome dell'"autorevole personaggio", e di attribuire le sue parole a tutti i Padri costituenti ("Farà un regalo al miracolo laico realizzato da Cattolici, Socialcomunisti e Liberali"). Non posso. Me lo impedisce l'alluvione di risposte, in prevalenza esatte, che ha inondato in meno di tre giorni questo blog.  Sì, l'autore di quelle righe era proprio lui: Piero Calamandrei (1889-1956), avvocato e giurista fiorentino, valoroso antifascista e deputato alla Costituente per il Partito d'Azione. Le ho prese dal saggio “La Costituzione e le leggi per attuarla” pubblicato in Dieci anni dopo: 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Laterza, Bari 1955, e più volte riproposto successivamente (l'ultima in La Costituzione e le leggi di Antigone Sansoni, Firenze 2004). Troppo facile, quasi scontato? Forse. Ma non era una gara di abilità o una competizione di enigmistica, solo un pretesto per rievocare una figura fondamentale della cultura politica liberaldemocratica, in un momento in cui i valori liberali vengono messi al servizio di disegni e interessi che di liberale hanno ben poco. E fa piacere constatare che una semplice puntura di spillo abbia provocato una marea (per fortuna non nera) come quella del Golfo del Messico. Calamandrei

"Calamandrei!" hanno esultato tanti lettori, quasi riconoscessero un vecchio zio rompicoglioni il cui ritratto era finito in soffitta dimenticato da tutti. Qualcuno ha confessato di avere pescato brandelli della citazione su Google, ma un internauta un po' maldestro, digitando alcune parole chiave, è deragliato su Junio Valerio Borghese (il leggendario comandante della decima Mas!!!): i motori di ricerca usati a casaccio fanno prendere certe cantonate...La prossima volta farò come i professori che sequestrano i cellulari prima dei compiti in classe. Poi ci sono quelli che, fidandosi della memoria, o dell'orecchio, hanno buttato lì altri nomi, tutti plausibili, da Luigi Einaudi a De Gasperi, da Spadolini a Lussu, perfino a Togliatti. Ma la maggioranza ha fatto centro, molti addirittura con precisione bibliografica, mostrando di avere il libro a portata di mano. Altri hanno creduto di riconoscere un brano del discorso agli studenti pronunciato da Calamandrei nel gennaio del 1955 a Milano: a cominciare da Franco Morganti, che ebbe il privilegio di presentarlo alla Società Umanitaria. Il testo citato, in realtà, era un altro. Ma non importa. Quello che conta è l'esperimento di cultura democratica che abbiamo fatto tutti insieme e che possiamo dire pienamente riuscito. Anche se rimane l'amarezza di registrare una così scarsa presenza giovanile. I più appartengono alle generazioni del dopoguerra. E non nutrono grandi speranze per il futuro. Paolo Chiariello, che si definisce un vecchio liberale, parla di "paese sfibrato moralmente e culturalmente, privo di una borghesia - nell'accezione crociana - capace di vedere nella trama degli accadimenti che si dipanano quotidianamente da più di tre lustri l'inveramento delle fosche previsioni di Tocqueville a proposito del dispotismo morbido". Pessimista anche Maddalena Ciancio: "Non rischiamo di diventare una vera dittatura, come la Corea del Nord, Cuba o la stessa Cina, ma più squallidamente uno stato permeato dalla corruzione, sull'esempio dei regimi del Terzo Mondo". C'è poi chi, come Ennio Covino, di Calamandrei loda lo "spirito laico e pragmatico"" che considerava la Costituzione un "work in progress". Non certo però un "work in regress" da smontare a piacimento, carta straccia a disposizione delle mutevoli maggioranze politiche o della voglia di scorciatoie di chi, pur avendo una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana, non riesce a governare e incolpa dei suoi fallimenti quei "checks and balances" quei contrappesi e controlli che sono alla base di ogni democrazia liberale. Un atteggiamento che Vincenzo Schiavone paragona a "un centravanti che, segnando pochi gol, si lamenta del fatto che le porte sono troppo strette". Un altro lettore, Gianni, dopo aver riconosciuto che la parte " debole" della Costituzione è quella economica, "strutturata più sopra una società agricola che industriale" e dunque si può ben aggiornare in alcuni punti, conclude: "se gli attuali politici hanno lo stesso senso dello stato come i padri costituenti,tanto da far prevalere gli interessi della collettività rispetto a quelli pur legittimi dei partiti di appartenza, non si deve aver paura. Ma hanno tale senso dello stato?". Il punto è proprio questo. Un punto di domanda grosso come una casa, anzi come un palazzo. Grazioli.  Ecco perché vale ancora la pena di riascoltare Calamandrei.

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12 giugno 2010 - 22:44

Un quiz sulla Costituzione: indovinate chi l'ha detto

 Proprio così: la Costituzione è vecchia, puzza di cattocomunismo, governare con queste regole è un inferno. E pensare che siamo solo nel 1955, la Carta ha sette anni di vita. Sentite cosa dice uno che se ne intende abbastanza: «Può darsi che questo stato di perplessità costituzionale sia soltanto transitorio. La democrazia italiana è dinanzi a un bivio; ma la scelta è ancora aperta. Più che la carenza delle leggi sembra pericolosa la carenza delle coscienze, la insensibilità democratica della classe dirigente, che rimpiange lo spirito autoritario del fascismo... Fatto più grave, si è accentuato il discredito per la legge. Si è avvezzato il popolo italiano a considerare questa, anche nella forma costituzionale, cosa di poco momento, a cui si può passare sopra e che comunque deve cedere il passo di fronte ad altre esigenze considerate più importanti...Che cosa sia la Costituzione per molti di coloro che siedono in Italia ai posti di comando è stato espresso in frasi che meritano di passare alla storia: una "faccenduola", una "trappola". Quello che conta, per certa gente, è rimanere al governo, è conservare i loro privilegi...Cavour1
La Costituzione conserva intatto il suo valore di messaggio. Dai suoi articoli parlano a noi le voci familiari, auguste e venerande, del nostro Risorgimento. La Repubblica dell’art. 1, la Repubblica pacifica dell’art. 11 che "ripudia la guerra", è Giuseppe Mazzini; lo "spirito democratico" che secondo l’art. 52 deve presiedere alla ricostruzione dell’esercito, è Giuseppe Garibaldi. Nell’art. 8 che proclama tutte le confessioni religiose "ugualmente libere davanti alla legge", par di riconoscere la voce di Cavour; dall’art. 27 che abolisce la pena di morte, parla Cesare Beccaria; dall’art. 115, che riconosce l’autonomia regionale, riecheggia il monito di Carlo Cattaneo: "bisogna che le regioni si sveglino alla vita pubblica"... Nell’art. 3, che pone la giustizia sociale come condizione della libertà politica e dell’uguaglianza giuridica, rivive Carlo Rosselli».
Chi è l’autorevole personaggio che ha scritto queste parole così profetiche, così attuali? Provate a indovinarlo voi, care lettrici e lettori. E mandate le risposte a questo blog.

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5 giugno 2010 - 17:53

Solzenicyn contro la legge-bavaglio

Per giustificare la legge anti-intercettazioni, il senatore Quagliariello
ha evocato gli spioni comunisti del film Le vite degli
altri
. Ma se c’è qualcosa che richiama alla mente il socialismo
reale, di questi tempi in Italia, è piuttosto la voglia di censura.
Andatevi a rileggere  Il mestiere dello scrittore di
Aleksandr Solzenicyn: un libretto di 96 pagine, pubblicato l’ultima volta nel 1979 da Jaca Book, e ormai introvabile (anzi, perché non ristamparlo nel 2011, anno
dell’amicizia Russia-Italia, magari con prefazione di Putin?). Dentro
c’è la lettera che l’autore di Arcipelago Gulag indirizzò
all’Unione degli scrittori sovietici per protestare contro le angherie
del Kgb. «La censura – accusava Solzenicyn – non è prevista dalla Costituzione e perciò è illegale... ma pesa sulla nostra letteratura e realizza l’arbitrio di gente
letterariamente analfabeta sugli scrittori... La letteratura non può
svilupparsi secondo le categorie "di questo si può scrivere - di
quello no". Una letteratura che non osa trasmettere alla società il
proprio dolore ... che non è capace di preavvertire a tempo debito dei
pericoli morali e sociali incombenti, non merita il nome di
letteratura, al massimo può aspirare a quello di cosmesi». Solzenicyn

Era il maggio del 1967. Mentre a Mosca il meglio dell’intellighenzia si
mobilitava a sostegno del futuro premio Nobel, qui i vari Giuliano
Ferrara si addestravano alla rivoluzione leninista. Poi l’Urss è
affondata, i piccoli comunisti sono cresciuti. Viviamo in un paese
libero (o quasi), dove scrittori e conduttori sgraditi al governo non
rischiano il gulag, alla peggio l’epurazione dai palinsesti Rai, ma
non dalla casa editrice del premier (che peraltro invita un ex-agente
del Kgb a dare lezioni di liberalismo). Ma torniamo a
Solzenicyn. Quando, nel settembre del ’67, fu finalmente ricevuto dall’Unione
scrittori, i colleghi lo colmarono di carinerie del tipo: «Perché vede
solo nero? Io mi sforzo sempre di scrivere di cose liete» (tale
Kerbabaev). E un certo Saripov: «Io lo radierei dall’Unione...
Il nostro Stato ha messo a coltivazione le terre vergini e abbandonate
e marcia di successo in successo». Ergo, non può essere criticato. Nei libri, sui giornali, in tv, solo applausi e cose liete. Dice bene il senatore: quant’era brutto il comunismo!
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29 maggio 2010 - 19:06

In bici a Pompei, agli Uffizi coi roller

Dalle bighe alle bike. Sui lastricati di Pompei, dove duemila anni fa scarrozzavano i cocchi dei patrizi, adesso pedalano i turisti. È l'ultima pensata del commissario straordinario Marcello Fiori, già braccio destro di Bertolaso alla Protezione Civile, che supplisce alla secolare pigrizia del Vesuvio con una pioggia incandescente di iniziative. E con marinettiane colate di cemento che fanno inorridire i talebani della conservazione. La prima ciclabile, di circa 5 km è stata inaugurata ieri e va da Piazza Anfiteatro a Villa dei Misteri, lungo le mura perimetrali della città romana. Si potrà andare in bici a visitare le nuove Domus e i cantieri aperti, tra cui quello della Casa dei Casti Amanti e il Teatro Grande invaso da bob kart, ruspe e cavi, in vista del concerto di Muti del 10 giugno. Il noleggio della bicicletta, completa di casco, è incluso nel biglietto. Se preferite potete portarvi la vostra, tanto Pompei è diventata friendly, un angolo di Svizzera nel cuore di Gomorra: non c'è neppure bisogno di mettere il lucchetto. Nel corso della visita è possibile degustare vini tipici dell'area vesuviana, ma prima di rimontare in sella sarà bene sottoporsi all'alcol test. Tra le altre novità allo studio, spade di plastica in regalo ai bambini per giocare ai gladiatori nell'anfiteatro. Rigorosamente riservata ai maggiorenni, invece, la casa del Menandro, dotata di terme private, saune e vasche jacuzzi, con massaggiatrici brasiliane in tunica (ma anche solo perizoma e mamillare dietro pagamento di una modica tassa di soggiorno). Scavi-pompei_1
L'esempio dell'intraprendente commissario non poteva rimanere isolato. Se a Pompei si va in bici, a Roma i Fori saranno presto aperti alle moto: testimonial d'eccezione, l'attore e regista Christian De Sica con Belen sul sellino posteriore. In omaggio ai visitatori elmo dorato e corazza con airbag indossabile. La Valle dei Templi di Agrigento diventerà il paradiso dei free climber, con sentieri attrezzati su sproni rocciosi e colonne doriche. E il corridoio vasariano degli Uffizi ospiterà gare di rollerblade tra gli allievi delle medie inferiori. La prima in settembre, auspice il ministro Gelmini che spiega: «La scuola deve ricominciare a correre. Bisogna stimolare nei giovani un approccio più sportivo alla storia dell'arte». Addio musei polverosi, atri muscosi e fori cadenti. Volete reggere la sfida della modernità? Pedalate, gente, pedalate.

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22 maggio 2010 - 19:24

Compagno Tolkien. E Prodo riconquistò la Terra di mezzo.

La riscossa della sinistra parte da Modena, cuore dell’Emilia rossa, che ha chiamato ieri a consulto alcuni tra i massimi esperti mondiali. Di finanza? Di pensioni? Di riforme istituzionali? Nossignori, di J.R.R.Tolkien. Proprio lui, l’autore del Signore degli anelli, idolo giovanile di Gianni Alemanno: nuovi studi, annuncia su Repubblica Loredana Lipperini, lo strappano alle grinfie di ex-fascisti e reazionari e lo restituiscono alla cultura democratica. Altro che favola nostalgica: gli Hobbit sono iscritti all’Arci e fanno la spesa alla Coop. La sinistra avrà pure perso il Piemonte e il Lazio, ma si riprende trionfalmente la Terra di Mezzo. Uno dei più accreditati studiosi tolkieniani avanza addirittura l’ipotesi che nella celebre trilogia il maestro del fantasy abbia voluto adombrare le travagliate vicende dell’Ulivo e del Pd. Pare che il titolo originario fosse Il Signore degli asinelli, dal nome della torre di Bologna, città natale del protagonista Frodo (ma si legge Prodo). Frodo

Ecco in sintesi la trama. Il giovane Prodo, convinto dallo stregone Scandalf del pool di Milano, parte alla volta del regno delle tenebre per distruggere l’Anello del Potere: un micidiale decoder che permette di controllare tutte le tv del pianeta, escogitato da Silvio Sauron, sovrano della Terra di Arcor. Sauron vive in una fortezza circondato da nobili fanciulle, tra cui l’affascinante principessa Carfadriel, che possiede lo Specchio Magico delle pari opportunità. Dopo aver varcato con successo l’Euroburrone, Prodo giunge ai piedi di Monte Fatorio, ma l’infido Clemente Vermilinguo lo tradisce consegnandolo agli orchi azzurri. Disperata mediazione di re Francesco Theodem, che tratta invano con la tribù dei Raminghi guidati dal subdolo Pier Fredegario. Le forze del male sembrano sul punto di prevalere, ma dopo un’epica battaglia coi Cavalieri Verdi del potente Bossildur, Prodo riesce a gettare il decoder nel cratere di Monte Fatorio, e la pace televisiva discende sulla Terra di mezzo. La versione cinematografica del Signore degli Asinelli, girata da Ermanno Olmi tra Sasso Marconi e il Salaria Village, è già stata bocciata dal ministro Bondi: «Una pellicola faziosa, che fomenta l’odio». Consensi invece dalla fondazione di Gianfranco Fini, ribattezzata Farefantasy, che promette: «Rifaremo i campi Hobbit. Ma saranno bipartisan».

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