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Facciamo pagare i Louvre bond a Sarkozy

Partenone
Quanto valgono i marmi del Partenone? Quanti fantastiliardi di
sterline dovrebbe sborsare il governo britannico per tenerseli al
British e chiudere un contenzioso che dura da due secoli? Che razza di
domande sono, risponderebbe un greco: vi sembra il momento di
scherzare? Ma la provocazione lanciata, sul Figaro, dal critico d'arte
francese Adrien Goetz, rischia di essere presa sul serio da qualcuno.
Il povero Papandreou non sa più cosa inventarsi per rimediare agli
imbrogli del suo predecessore, e gli inglesi sono talmente pragmatici
che hanno affiancato al Premier un Seconder, chissà che
uno dei due non ci faccia un pensierino. Con tutti i loro debiti,
ricorda Goetz, i governanti di Atene non hanno badato a spese per il
nuovo museo dell'Acropoli inaugurato l'anno scorso, nel quale i fregi
e le sculture asportate da Lord Elgin sono state rimpiazzate da
calchi. Se ora Cameron e Clegg facessero un generoso bonifico ad Atene
per il possesso degli originali, darebbero un bello schiaffo a quei
rompiscatole che ne reclamano la restituzione. «Une idée atroce»,
un'idea atroce, la definisce per primo il critico francese. Niente più
che una boutade, taglia corto l'archeologo Salvatore
Settis ai microfoni di Radio 24. Forse Goetz pensava di vendicare il
connazionale Fauvel, viceconsole ad Atene ai tempi di Elgin, che fu
arrestato dai turchi per le sue fregole collezionistiche. Ma la
genialata può diventare un boomerang per il governo francese: dopo le
metope del Partenone, quegli ingordi di ateniesi vorranno farsi pagare
la Nike o la Venere di Milo che stanno al Louvre.

E pure noi italiani, a pensarci bene, qualcosina potremmo pretendere. Dopo Waterloo il
bottino di Napoleone mica ce l’hanno restituito tutto. Le Nozze
di Cana
di Paolo Veronese, per esempio, sono ancora a Parigi, e
all’isola di San Giorgio ci dobbiamo accontentare di un facsimile. E
vogliamo parlare della statua romana del dio Tevere? Va bene che
allora apparteneva al Vaticano, ma quelli hanno già l’8 per mille.
Insomma, se la crisi avanza, invece di mettere le mani in tasca agli
italiani, mettiamole in saccoccia a Sarkozy, che avendo sposato Carlà
è nostro parente d’acquisto. Facciamogli pagare i «Louvre bond», i "Napoleon bond".
Attenzione: bond ha la b minuscola, e non finisce per i.

  • Diana |

    diquesto passo si possono riaprire tutti i contenziosi e ridiscutere la storia. E che dire delle potenze ovvero degli stati che non esistono più, quali quello ottomano che fece, all’interno del Partenone, una riserva di polvere da sparo che saltò in aria?
    Forse bisogna cercare altre strade per i problemi attuali della Grecia che dovrebbe rimboccarsi le maniche e seguire l’esempio dei partners europei più virtuosi

  • ugo varnai |

    Credo che in tempi di tagli, ritagli e frattaglie sia più opportuno che le opere d’arte italiane residenti all’estero rimangano nelle cure dei musei foresti, anche se il nostro amico Paolo Veronese troverebbe senz’altro ottima accoglienza presso la Fondazione Cini, ma si tratterebbe quasi di un’eccezione.
    Si potrebbe invece offrire in concessione a organismi statuali francesi, tedeschi, inglesi e scandinavi i nostri siti archeologici e culturali, come per esempio Pompei. Proprietà italiana, gestione europea. Trarremmo vantaggio dal canone di concessione (compresa una percentuale sugli incassi, copyright, ecc.), da una migliore tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione. Verrebbe a incrementarsi il turismo d’oltralpe, a beneficio dei nostri conti, e l’occupazione di qualità. Certamente tale affido implicherebbe ammissioni di colpa non trascurabili, peraltro palesi, ma noi italiani non manchiamo di cinico disincanto per le questioni di responsabilità. Quanto al prestigio internazionale, possiamo tenerlo in non cale, poiché già collocati indiscutibilmente sottoriga, nonostante le intemerate dei ministri di “militia” autarchica dell’attuale junta de gobierno.
    Più difficile sarebbe vincere le resistenze dell’eterogeneo ma compatto intreccio di camorre e camarille, non ultime quelle corporative e sindacali.
    .
    Sul Corriere di qualche giorno fa Giovanni Sartori scriveva:
    «Una spiegazione supplementare è che in molti Paesi le finanze pubbliche sono disastrate dall’evasione fiscale. Se tutti pagassero le tasse dovute, il debito dello Stato non costituirebbe più un problema».
    Il Professore esagera con le richieste giacobine: basterebbe che entrasse nelle casse un terzo, e forse meno, dell’evasione. Va da sé che ciò servirebbe a bilanciare i conti pubblici, cioè a colmare il disavanzo per interessi (70mld), ma resterebbe aperta la questione della crisi, la quale è, in radice, tutt’altro che finanziaria.

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