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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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ottobre 2009

24 ottobre 2009 - 20:06

La grande invasione dei fattoidi

Di una persona simpaticamente matta diciamo che è un mattoide. Ma un artistoide è un artista mancato, un asteroide o planetoide un corpo celeste troppo piccolo per ambire al rango di pianeta, e l’androide la brutta copia di un essere umano. Il suffisso -oide, insomma, può assumere di volta in volta una coloritura negativa o positiva. A quale categoria appartiene un «fattoide»? Ce lo spiega il quasi centenario Gillo Dorfles in un aureo libriccino del 1997 ora opportunamente rispolverato da Castelvecchi con una nuova introduzione (Fatti e fattoidi. Gli pseudoeventi nell’arte e nella società). Dicesi fattoide un fatto «incompleto o deviato», una notizia travisata, camuffata, «gonfiata»: quella che volgarmente si chiama «bufala» o «patacca». Il fenomeno è vecchio quanto il mondo, ma le tecnologie della comunicazione digitale lo rendono ipertrofico e invasivo, condannandoci a una sorta di «similvita». Fattoidi non sono soltanto i videogame, gli effetti speciali di Star Wars o i presunti scoop sui fidanzamenti di Clooney, ma anche certi exploit degli artisti contemporanei: sterpi o fascine – ironizza Dorfles – restano tali anche se li si spaccia per opere d’arte e i collezionisti se li contendono a colpi di fantastilioni. Dorfles

Nell’era dei reality è sempre più arduo distinguere il vero dal falso, le notizie importanti da quelle marginali o strumentali. Ogni giorno è una grandinata di papelli, di calzini, di video e di dossier. Basta la battuta rubata a un uomo politico per imbastire un titolo a nove colonne, e ci sono giornali (anzi, giornaloidi) che sparano in prima pagina rivelazioni del tipo: «La cugina di Pinco Pallo (nome di un personaggio pubblico sgradito al proprietario della testata) dieci anni fa è passata col rosso», relegando nel taglio basso o nelle pagine interne le stragi della camorra o il terremoto in Indonesia. Questo andazzo vi deprime? Non ascoltate i catastrofisti che vedono solo fango e barbarie nel nostro futuro. «L’adulterazione e la contraffazione non hanno vinto totalmente. L’essere umano contiene ancora in sé una riserva di purezza e di invincibile forza singola». Parola di Gillo, ragazzo asburgico che ha conosciuto Saba e Svevo e che dalla Trieste di Francesco Giuseppe è approdato in perfetta forma all’impero di YouTube. Non datevi per vinti, ci esorta con quel suo garbo mitteleuropeo: l’essenziale è «accrescere e utilizzare al meglio» l’autonomia di giudizio individuale. E che i giornalisti non diventino a loro volta dei giornalistoidi, come qualche politicoide vorrebbe.
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17 ottobre 2009 - 21:10

Le molte verità di Barbara

«Liberi non sarem se non siam uni», esortava Manzoni nel Proclama di Rimini, sognando quell’Unità di cui celebreremo i 150 anni nel 2011. Per liberarsi dall’oppressione straniera, l’Italia doveva essere una. Così come oggi aspira a diventare una l’Europa, per avere più peso nel mondo. Ma alla lunga questa idea dell’Uno rischia di trasformarsi in ossessione: una è la radice culturale del continente, una la via per governare l’economia, uno il cammino verso l’acquisizione della cittadinanza. Potremmo aggiungere il collegio uninominale, la preferenza unica, il voto unico per il sindaco, il premier o, domani, il presidente della repubblica. E unica, naturalmente, è la Verità con la V maiuscola, quella presidiata dalla Chiesa cattolica. Una parola ha detto Dio, due ne ho udite è il biblico titolo dell’ultimo, scintillante pamphlet di Barbara Spinelli, edito da Laterza, e passato quasi inosservato nel pandemonio di queste settimane. Il sottotitolo, ancor più provocatorio, recita: Lo splendore delle verità (al plurale). Siamo liberi proprio in quanto molteplici, non certo «uni» come auspicava il buon don Lisander. La libertà nasce dal confronto tra visioni alternative della società e del bene comune in aperta competizione tra loro, senza censure, né scomuniche, né editti bulgari. Spinelli

«Se la mia opinione non è contestata...sarò contento, certo – sostiene Spinelli. – Se sono un politico, avrò addirittura l’impressione che si sia creata una sorta di pace. La pace dell’Uno non è tuttavia pace, nella pòlis...È stasi, nel senso medico del termine: i liquidi che danno vita non circolano più». E quando si fa troppo spesso appello all’Uno per antonomasia, al Popolo sovrano che dispenserebbe in modo irreversibile patenti di moralità e di intoccabilità, si dimentica che «il potere dato al popolo...non significa in alcun modo fine delle sopraffazioni: il dominio di un’opinione su ogni altra ha bisogno di un freno ogni volta che c’è abuso di potere». Come aveva lucidamente previsto Stuart Mill un secolo e mezzo fa: «Il popolo che esercita il potere non coincide sempre con coloro sui quali quest’ultimo viene esercitato...La volontà del popolo significa, in termini pratici, la volontà della parte di popolo più numerosa e attiva». E Mill scriveva queste cose nel 1859, quando non c’erano i Tigì (né l’Uno, né quelli superiori a Uno).

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11 ottobre 2009 - 11:12

Noi sudditi di Sua Maestà l'Opinione

Pascal la chiamava «regina del mondo» e da lei faceva dipendere la legittimità del sovrano. Perché seguiamo l’opinione della maggioranza? – si chiedeva l’autore dei Pensieri. «Forse perché i più hanno maggior ragione? No, perché hanno maggior forza». Con la fine dell’assolutismo, l’opinione pubblica è diventata, insieme al suffragio universale, il secondo pilastro della sovranità popolare. Da qualche tempo, però, gli equilibri dell’edificio democratico si sono alterati a tutto vantaggio della regina di Pascal, e la democrazia tende a trasformarsi in «doxocrazia», in dittatura della «doxa» dell’opinione. Ne sa qualcosa Jacques Julliard, giornalista e politologo francese. Quando, nel maggio del 2005, scrisse sul «Nouvel Observateur» un editoriale a favore del sì al referendum sulla costituzione europea, fu inondato da migliaia di mail contrarie, molte delle quali grondanti odio e disprezzo. Era la Bastiglia di una nuova classe, i «figli di internet e del mondo dei blog», in rivolta contro l’élite politica e giornalistica. Scrive Julliard in un pamphlet pubblicato in Italia da Marsilio, con prefazione di Ferruccio de Bortoli (La regina del mondo. Il potere dell’opinione pubblica) che la rivoluzione dell’informazione ha sovvertito la divisione tradizionale del lavoro tra parla e chi ascolta: «I nuovi crociati del Net sono dei livellatori (levellers), come quelli dell’Inghilterra del XVII secolo». Siamo preda di una forma di «bigottismo egualitario». Si governa coi sondaggi, e il tribunale dell’opinione ha sostituito quello della coscienza. «I grandi educatori politici dell’età contemporanea – scrive Julliard – un Churchill, un de Gaulle, un Gandhi (e noi aggiungeremmo volentieri un De Gasperi), sono uomini che hanno saputo resistere agli impulsi del momento, affrontando l’incomprensione, attraversando il deserto. Un leader democratico non può avere come unico programma quello di essere compreso, e ancor meno quello di essere amato. Ma conduce il popolo a volere ciò che è nel suo superiore interesse». Certo, chi dal popolo e dai media si aspetta soltanto lodi (sostantivo femminile plurale) sarà sempre schiavo della doxa, regina capricciosa e traditrice.

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4 ottobre 2009 - 18:06

Il Dalai Lama e i santi patroni d'Europa

Santo subito o politicante sempre? È una delle riviste più autorevoli del laburismo britannico, il New Statesman, ad aprire un processo di de-beatificazione nei confronti del Dalai Lama, leader del popolo tibetano, intoccabile icona della cattiva coscienza occidentale. «Non sono solo insospettito dalla quantità di tempo che spende con le star di Hollywood, che stanno imbambolate davanti a lui come al cospetto di un Dio-Re», scrive il vicedirettore del settimanale, Sholto Byrnes, ma dal fatto che «nessuno osi mai mettere in dubbio la saggezza delle cose che fa». In agosto Sua Santità è volato a Taiwan dopo il tifone devastante che aveva colpito l’isola. In novembre visiterà il monastero Tawang nell’Arunachal Pradesh, una regione che la Cina rivendica come Tibet del Sud. Due gesti tanto simbolici quanto provocatori, che ridanno fuoco alle polveri dello scontro fra Pechino e Lhasa. Del resto, non sono pochi i commentatori che accusano il leader tibetano di avere ostacolato la causa dell’indipendenza del suo paese, e c’è perfino chi sostiene che l’invasione cinese abbia liberato i contadini da un regime feudale. Insomma, poiché è chiaro che il Dalai Lama agisce per fini non soltanto spirituali, ma direttamente politici – conclude il New Statesman, – sarebbe bene che i governi occidentali ne sorvegliassero le mosse con un po’ più di senso critico.El_Greco_052

Che peraltro la santità sia inseparabile dalla politica, anche nel mondo cristiano e cattolico, lo testimonia fin dal titolo l’eccezionale mostra che si apre mercoledì 7 ottobre a Roma, in Palazzo Venezia: Il Potere e la grazia. I Santi Patroni d’Europa (con cento opere di artisti come Van Eyck, Memling, Mantegna, Del Sarto, van Dyck, Tiziano, Veronese, El Greco, Guercino, Caravaggio, Murillo, Tiepolo, Ingres). Inseparabile, perché la patente di santo viene di volta in volta rilasciata dalla Chiesa in funzione dei suoi obiettivi politici contingenti. E soprattutto perché molti dei personaggi radunati nelle sale di Palazzo Venezia sono funzionari pubblici, sovrani, vescovi o condottieri che, pur illuminati dalla grazia, per i loro disegni di potere ogni tanto combinavano guai, come se non peggio del Dalai Lama. Basti pensare a san Luigi IX re di Francia, che nel Duecento trascinò il suo popolo in due crociate rovinose. La mostra verrà inaugurata dal nostro Premier (che per sua esplicita ammissione non può aspirare agli altari), e non potrebbe cadere in un momento più opportuno, quando l’Italia non sa davvero a che santo votarsi. [COPYRIGHT]© RIPRODUZIONE RISERVATA

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