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Martha e i due nemici della laicità

Un presidente del consiglio, per quanto irreprensibile e timorato di Dio, che sdoganasse la ricerca sulle staminali embrionali, in Italia non potrebbe aspirare a una laurea honoris causa della Pontificia Università Lateranense, o della Gregoriana. Negli Stati Uniti, invece, succede: il 17 maggio scorso il rettore della cattolica Notre Dame University, padre John Jenkins, ha dato la sua benedizione a Barack Obama (cristiano, ma non della chiesa di Roma), incurante degli schiamazzi di una pattuglia di militanti Pro-Life. Non è un paradosso: per gli americani la religione è forse più importante che per noi, ma nessuna religione è più importante delle altre. I pellegrini in fuga dall’Europa delle guerre sante hanno inciso nella costituzione l’eguaglianza di tutte le chiese. Almeno finora. In un libello appena tradotto dal Mulino (Libertà di coscienza e religione) la filosofa «liberal» Martha Nussbaum mette in guardia i suoi concittadini: l’eredità morale dei padri fondatori rischia di finire stritolata nella tenaglia di due nemici opposti e ugualmente insidiosi. Il primo nemico, il più ovvio e conclamato, è quello che lei chiama «ortodossista» (establishmentarian), che vede nell’ortodossia, nel riconoscimento di una "religione dominante" la principale garanzia di ordine e sicurezza pubblica. È la posizione degli evangelici americani, dell’ala più intransigente del mondo cattolico, e di quegli interessati paladini delle radici cristiane che non vogliono moschee all’ombra della Madunina. L’altro avversario, più subdolo perché apparentemente meno incompatibile con una concezione laica e liberale, è l’«antireligioso», secondo il quale ogni credenza soprannaturale è «qualcosa di inquietante, la reliquia di un’era prescientifica»: per costruire «democrazie migliori e durature bisogna scoraggiare la religione e basarsi unicamente sulla razionalità laica e sulla scienza». La pensa così il filosofo Daniel Dennett, che si compiace di definirsi bright, brillante, in contrapposizione agli oscurantisti legati a una chiesa. Secondo la Nussbaum, questo atteggiamento è una «violazione dell’anima» almeno quanto il fondamentalismo. Viviamo in un mondo pieno di mistero e di complessità, ammonisce la pensatrice di Chicago, e nessuno ha in tasca la soluzione definitiva alle domande di senso che ci tormentano, neppure i bright alla Dennett.
Scrive Martha: «Se gli antireligiosi pensano di avere la risposta – nella forma, per esempio di una teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi – potremo obiettare che... è semmai questa soluzione, e non le tradizioni religiose, che avvilisce l’umanità». Non a caso gli stessi estensori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo erano d’accordo su «una visione morale» che non riducesse gli esseri umani a «meri agglomerati di materia».

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Di opposti assolutismi parlano anche Paolo Vineis e Roberto Satolli in un bel libro appena uscito da Feltrinelli, I due dogmi. Oggettività della scienza e integralismo etico.Dal caso Eluana alla fecondazione assistita e alle cellule staminali – sostengono gli autori, epidemiologo il primo, medico e giornalista il secondo – il dibattito sulle frontiere più calde della ricerca degenera immancabilmente in un «muro contro muro». «Da una parte l’inflessibilità di chi, soprattutto nella gerarchia cattolica, ritiene di avere accesso a una verità trascendente o comunque superiore alle conoscenze empiriche... dall’altra la rigidità di chi, nel mondo scientifico, tende a presentare le proprie conoscenze come certezze, ignorandone o fingendo di ignorarne i limiti». La scienza, che per definizione non può essere dogmatica, rischia di diventarlo quando nega il carattere fuzzy, sfumato e controverso, di molte delle sue conclusioni. Nuove malattie create dalla diagnostica medica, prolungamento artificiale della vita e della morte, potenzialità delle staminali embrionali o adulte, cambiamento climatico, sostanze cancerogene, ogm: su questi e altri temi si fronteggiano modelli interpretativi e scuole di pensiero rivali, e i dogmi servono solo a mascherare l’incertezza.
La tesi di Vineis e Satolli è che il lavoro dello scienziato è oggi essenzialmente di tipo ermeneutico, cioè di interpretazione (anche se, al contrario dell’ermeneutica biblica o letteraria si esprime in forma quantitativa ed è sottoposto alla verifica empirica). Lo stesso metodo popperiano delle «congetture e confutazioni», dove la bontà di una teoria si misura sui test indipendenti, viene in parte svuotato dalle nuove tecnologie di ricerca che, per esempio nella biologia molecolare, permettono di osservare fino a 500mila varianti geniche in un colpo solo: «Addio alle ipotesi a priori, siamo entrati nel campo dell’high-throughput, della produzione industriale di dati in cerca di interpretazione». 
I  dogmi non giovano alla scienza, e nemmeno alla religione. L’accettazione dei fuzzy sets, degli insiemi concettuali dai confini sfocati e indistinti è il miglior antidoto all’«assolutismo da talk show» che invece di confrontare le idee le confonde e non aiuta a sciogliere i grandi dilemmi della biopolitica. Dobbiamo riconoscere, sostengono Vineis e Satolli, che nessuno di noi possiede «strumenti di pensiero netti e definitivi» per affrontare le nuove sfide. Occorre l’umiltà di «prendere il meglio dalle diverse tradizioni... senza irrigidirle in schemi». Umiltà? Magari. Ormai, da queste parti volano soltanto insulti e querele.

Commenti

i “misteri” esistono tutti nella testa, non nelle cose. Chi controlla le menti, modula i misteri.
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L’ultimo film di Stewart Königsberg è un buon antidoto contro le molestie religiose di diverso orientamento. Naturalmente, dato l’àmbito ideologico in cui opera la cinematografia, il regista non si spinge oltre un certo limite e lascia inesplorato il meglio.
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La religione è causa di situazioni altamente patogene, ma è ritenuta un male necessario che assolve anzitutto uno scopo ordinariamente pratico: tenere a bada i “liberi” lavoratori, offrire un senso alla loro vita che è miserabile nel necessario e nel voluttuario, promettere agli illusi il premio eterno e adombrare un filo di speranza al quale appendere gli scettici. Conseguentemente essa insegna agli sfruttati umiltà e rassegnazione, ne controlla l’ansia e le passioni, e offre agli sfruttatori una giustificazione nella beneficenza e nella carità. Per gli altri, quelli in bilico, provvede direttamente il sistema democratico, con adeguate misure di apatia e di confortevole non partecipazione (il caso dei protagonisti del film citato). E, se no, li sbatte nell’aldilà … di un muro.
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nel maturare della crisi dell’ordine esistente, conservare ciò che rende così difficile il compito della conservazione è impresa assegnata soprattutto agli intellettuali di professione, “con piena consapevolezza della posta in gioco” e del necessario cambio di strategia. Essi pensano (un personaggio molto grosso lo dichiara espressamente) che la verità può rendere libere solo alcune menti, da cui deriva l’idiosincrasia non solo per gli opposti estremismi, ma per chiunque non s’adegui.
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Anche chi è contrario a questo imprinting filosofico dovrebbe farsi carico della priorità di tali esigenze, altrimenti genera disorientamento e disordine, irrequietezza e malcontento, invece di favorire un pregiudizio positivo. Le idee e le credenze religiose devono essere a misura delle necessità, e quindi oggigiorno mantenere un basso profilo, simulare apertura e tolleranza, pluralità incardinata nel medesimo disegno: “la conquista delle menti”, scrive Andrea Romano.
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Autolimitazione, solo così si ottiene il massimo dei voti dell’élite liberale.
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Purtroppo in Italia il cattolicesimo spadroneggia in regime di sostanziale monopolio e certi atteggiamenti sono conseguenza del fatto che i preti cattolici sono i primi a dubitare dell’efficacia delle proprie armi spirituali, ed è anche per tale motivo che non accettano un’effettiva e piena separazione della chiesa dallo stato e della scuola dalla chiesa.
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La borghesia nostrana, assalita dalla realtà, mostra la solita pacatezza di facciata, ma è molto nervosa (nonostante lo scudo fiscale) e sostiene che se quello che ha detto dio non è certamente perfettibile, quello che però dice il clero in nome di dio è mercanteggiabile al pari di tutto il resto. Punta, come detto, a mettere nell’angolo i più riottosi clericali e laici più agitati, dal momento che la badante è ortodossa e islamico il giardiniere (alla fine il problema è sempre quello del personale di servizio). Ecco quindi che il richiamo ad «una visione morale» secondo le direttive della più pragmatica borghesia sono in perfetto accordo non solo con lo pseudo overlapping consensus d’oltre oceano, bensì con l’indistinto nouveau christianisme vecchio di oltre due secoli (Ratzinger lo sa bene).
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«Siamo Ebrei? Siamo Greci? Ma chi, noi? Noi viviamo nella differenza tra l’Ebreo e il Greco, che forse è l’unità di quello che si chiama la storia. Viviamo nella e della differenza, cioè nell’ipocrisia». Questa non l’ha detta Woody Allen.

Caro Chiaberge, complimenti: la leggo sempre volentieri (anche quando non concordo al 100% con lei) e questa volta l'ho fatto con maggior piacere del solito.

I pareri avversi alla propria sono schiamazzi, vero?

God bless Chiaberge per la sua digressione, una ventata di fresca apertura.

Temi sempre molto interessanti, Dott. Chiaberge. Una chiosa veloce, prima dei "miei 5 cents": ricordo come gli "schiamazzi" dei militanti Pro-Life riguardano anche e soprattutto le concilianti posizioni di Obama in materia di aborto...
Trovo l'analisi della Nussbaum, come quella di Vineis e Satolli, quantomai condivisibile.
Il fondamentalismo di ateisti, meccanicisti e scientisti militanti e' feroce e carico d'odio e disprezzo quanto quello dei loro epigoni religiosi. E' non e' un caso, visto che anche la loro e' una religione, con i propri sacerdoti (Dawkin e compagnia, e Dennet evidentemente), i propri culti (la Scienza ante litteram) e i propri dogmi intoccabili (discendiamo dalle scimmie!)
E al pari del fondamentalismo religioso, quello laicista e scientista e' parimenti gravido d'ignoranza. Costoro infati vivono ancora in un modo "vetero-moderno", ove la scienza dispensa certezze, e dovrebbe illuminare e guidare ogni scelta umana. Tali talebani del sapere ignorano non solo gli esempi che lei porge ma i molti altri che sempre piu' frequentemente emergono col progredire della conoscenza (penso al problema del fine-tuning e e quello della naturalezza dell'Universo, le questioni su causalita', sull'incompletezza di sistemi formali complessi, aspetti di metamatematica etc, ed in generale alla natura intrinsecamente aperta del sistema scientifico).
Ancora, non solo masse di dati necessitano modelli interpretativi che spesso hanno principii a priori come lei giustamente ricorda, ma in generale l'innegabile necessita' stessa di un'interpretazione (si pensi all'ontologia nella meccanica quantistica) ci rammentano prepotentemente come la scienza non e' scevra da speculazioni pura e da condivisione di asserti in qualche modo "a-scientifici".
E' davvero triste vedere un pianeta diviso tra questi due assolutimi: deplorevole chi rigetta la ragione in favore di dettami dogmatici, e patetico chi guarda ai devoti con compassione e sufficienza.
Ma volendo "rompere la simmetria", propongo una riflessione.
Le questioni morali sono intrinsecamente "a-scientifiche". La nozione di bene e male, giusto e ingiusto, al di fuori di una visione utilitaristica, e' refrattaria ad un inquadramento sistemico, anche se alcuni biologi cercano di ricondurre anche tale aspetto dell'autocoscienza ad un accidente della materia pensante.
Sempre l'umanità dovrà affrontare problemi morali in cui l'uso della scienza, e non certo il suo responso, saranno materia del contendere. Ed il contendere sarà sempre aspro, non tanto per una contrapposizione ideologica tra fondamentalisti, quanto perché essa stessa lotta tra bene e male.
Ma la contrapposizione e' capziosa, in quanto tra l'imposizione forzata di un liberalismo amorale e quella di un moralismo di stato non c'e' via d'uscita, essendo la questione proponibile solo a livello personale, laddove la morale affonda le sue radici, e che e' consono campo di battaglia solo al libero arbitrio.
Una cosa solo non capisco: Varnai, che pensa e qualcuno scambi Derrida per un regista ebreo, e' andato fuori tema o ha solo sbagliato forum?? La seconda non credo, visto pare sia abbonato...

Per quel poco che ho letto di Daniel Dennett "La religione come fenomeno naturale" rappresentarlo come un nemico della stato laico e liberale, mi sembra caricaturale.

Caro Giovanni, se si riferisce a quanto ho scritto (e mi pare evidente), desidero precisare che non ho sostenuto affatto che la religione è nemica “della stato laico e liberale” e mi riferivo alla religione intesa non come individuale sentimento, va da sé, bensì come organizzazione burocratica e gerarchica, cioè come istituzione (infatti ho scritto di “molestie religiose di diverso orientamento”). Mi pare quindi di aver sostenuto proprio il contrario, e cioè che si tratta di un “male necessario che assolve anzitutto uno scopo ordinariamente pratico”, cioè funzionale al mantenimento dell’ordine esistente. Devo ammettere però, che non sono nemmeno tra quelli che sostengono che il cristianesimo è alla base dello Stato liberale, come Marcello Pera. E non dovrebbe essere difficile dimostrare che la vicenda del cristianesimo è stata storia di intolleranza (Mt 12, 30), e che la tolleranza si sia affermata proprio come principio alternativo allo sgozzarsi in nome di una Verità che non ne ammette altre.
Pertanto non so a quali caricature lei alluda, ma è chiaro che si è tenuto scrupolosamente alla larga dal merito della questione. Ad ogni buon conto la ringrazio per l’attenzione e le riconosco di non aver assunto, come può succedere in simili frangenti, la faticosissima posa da disinvolto uomo di mondo, con l’esibizione sfrontata di cose che non si conoscono o si fraintendono.

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