20 settembre 2009 - 16:47
Martha e i due nemici della laicità
Un presidente del consiglio, per quanto irreprensibile e timorato di Dio, che sdoganasse la ricerca sulle staminali embrionali, in Italia non potrebbe aspirare a una laurea honoris causa della Pontificia Università Lateranense, o della Gregoriana. Negli Stati Uniti, invece, succede: il 17 maggio scorso il rettore della cattolica Notre Dame University, padre John Jenkins, ha dato la sua benedizione a Barack Obama (cristiano, ma non della chiesa di Roma), incurante degli schiamazzi di una pattuglia di militanti Pro-Life. Non è un paradosso: per gli americani la religione è forse più importante che per noi, ma nessuna religione è più importante delle altre. I pellegrini in fuga dall’Europa delle guerre sante hanno inciso nella costituzione l’eguaglianza di tutte le chiese. Almeno finora. In un libello appena tradotto dal Mulino (Libertà di coscienza e religione) la filosofa «liberal» Martha Nussbaum mette in guardia i suoi concittadini: l’eredità morale dei padri fondatori rischia di finire stritolata nella tenaglia di due nemici opposti e ugualmente insidiosi. Il primo nemico, il più ovvio e conclamato, è quello che lei chiama «ortodossista» (establishmentarian), che vede nell’ortodossia, nel riconoscimento di una "religione dominante" la principale garanzia di ordine e sicurezza pubblica. È la posizione degli evangelici americani, dell’ala più intransigente del mondo cattolico, e di quegli interessati paladini delle radici cristiane che non vogliono moschee all’ombra della Madunina. L’altro avversario, più subdolo perché apparentemente meno incompatibile con una concezione laica e liberale, è l’«antireligioso», secondo il quale ogni credenza soprannaturale è «qualcosa di inquietante, la reliquia di un’era prescientifica»: per costruire «democrazie migliori e durature bisogna scoraggiare la religione e basarsi unicamente sulla razionalità laica e sulla scienza». La pensa così il filosofo Daniel Dennett, che si compiace di definirsi bright, brillante, in contrapposizione agli oscurantisti legati a una chiesa. Secondo la Nussbaum, questo atteggiamento è una «violazione dell’anima» almeno quanto il fondamentalismo. Viviamo in un mondo pieno di mistero e di complessità, ammonisce la pensatrice di Chicago, e nessuno ha in tasca la soluzione definitiva alle domande di senso che ci tormentano, neppure i bright alla Dennett.
Scrive Martha: «Se gli antireligiosi pensano di avere la risposta – nella forma, per esempio di una teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi – potremo obiettare che... è semmai questa soluzione, e non le tradizioni religiose, che avvilisce l’umanità». Non a caso gli stessi estensori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo erano d’accordo su «una visione morale» che non riducesse gli esseri umani a «meri agglomerati di materia».
Di opposti assolutismi parlano anche Paolo Vineis e Roberto Satolli in un bel libro appena uscito da Feltrinelli, I due dogmi. Oggettività della scienza e integralismo etico.Dal caso Eluana alla fecondazione assistita e alle cellule staminali – sostengono gli autori, epidemiologo il primo, medico e giornalista il secondo – il dibattito sulle frontiere più calde della ricerca degenera immancabilmente in un «muro contro muro». «Da una parte l’inflessibilità di chi, soprattutto nella gerarchia cattolica, ritiene di avere accesso a una verità trascendente o comunque superiore alle conoscenze empiriche... dall’altra la rigidità di chi, nel mondo scientifico, tende a presentare le proprie conoscenze come certezze, ignorandone o fingendo di ignorarne i limiti». La scienza, che per definizione non può essere dogmatica, rischia di diventarlo quando nega il carattere fuzzy, sfumato e controverso, di molte delle sue conclusioni. Nuove malattie create dalla diagnostica medica, prolungamento artificiale della vita e della morte, potenzialità delle staminali embrionali o adulte, cambiamento climatico, sostanze cancerogene, ogm: su questi e altri temi si fronteggiano modelli interpretativi e scuole di pensiero rivali, e i dogmi servono solo a mascherare l’incertezza.
La tesi di Vineis e Satolli è che il lavoro dello scienziato è oggi essenzialmente di tipo ermeneutico, cioè di interpretazione (anche se, al contrario dell’ermeneutica biblica o letteraria si esprime in forma quantitativa ed è sottoposto alla verifica empirica). Lo stesso metodo popperiano delle «congetture e confutazioni», dove la bontà di una teoria si misura sui test indipendenti, viene in parte svuotato dalle nuove tecnologie di ricerca che, per esempio nella biologia molecolare, permettono di osservare fino a 500mila varianti geniche in un colpo solo: «Addio alle ipotesi a priori, siamo entrati nel campo dell’high-throughput, della produzione industriale di dati in cerca di interpretazione».
I dogmi non giovano alla scienza, e nemmeno alla religione. L’accettazione dei fuzzy sets, degli insiemi concettuali dai confini sfocati e indistinti è il miglior antidoto all’«assolutismo da talk show» che invece di confrontare le idee le confonde e non aiuta a sciogliere i grandi dilemmi della biopolitica. Dobbiamo riconoscere, sostengono Vineis e Satolli, che nessuno di noi possiede «strumenti di pensiero netti e definitivi» per affrontare le nuove sfide. Occorre l’umiltà di «prendere il meglio dalle diverse tradizioni... senza irrigidirle in schemi». Umiltà? Magari. Ormai, da queste parti volano soltanto insulti e querele.
