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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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settembre 2009

20 settembre 2009 - 16:47

Martha e i due nemici della laicità

Un presidente del consiglio, per quanto irreprensibile e timorato di Dio, che sdoganasse la ricerca sulle staminali embrionali, in Italia non potrebbe aspirare a una laurea honoris causa della Pontificia Università Lateranense, o della Gregoriana. Negli Stati Uniti, invece, succede: il 17 maggio scorso il rettore della cattolica Notre Dame University, padre John Jenkins, ha dato la sua benedizione a Barack Obama (cristiano, ma non della chiesa di Roma), incurante degli schiamazzi di una pattuglia di militanti Pro-Life. Non è un paradosso: per gli americani la religione è forse più importante che per noi, ma nessuna religione è più importante delle altre. I pellegrini in fuga dall’Europa delle guerre sante hanno inciso nella costituzione l’eguaglianza di tutte le chiese. Almeno finora. In un libello appena tradotto dal Mulino (Libertà di coscienza e religione) la filosofa «liberal» Martha Nussbaum mette in guardia i suoi concittadini: l’eredità morale dei padri fondatori rischia di finire stritolata nella tenaglia di due nemici opposti e ugualmente insidiosi. Il primo nemico, il più ovvio e conclamato, è quello che lei chiama «ortodossista» (establishmentarian), che vede nell’ortodossia, nel riconoscimento di una "religione dominante" la principale garanzia di ordine e sicurezza pubblica. È la posizione degli evangelici americani, dell’ala più intransigente del mondo cattolico, e di quegli interessati paladini delle radici cristiane che non vogliono moschee all’ombra della Madunina. L’altro avversario, più subdolo perché apparentemente meno incompatibile con una concezione laica e liberale, è l’«antireligioso», secondo il quale ogni credenza soprannaturale è «qualcosa di inquietante, la reliquia di un’era prescientifica»: per costruire «democrazie migliori e durature bisogna scoraggiare la religione e basarsi unicamente sulla razionalità laica e sulla scienza». La pensa così il filosofo Daniel Dennett, che si compiace di definirsi bright, brillante, in contrapposizione agli oscurantisti legati a una chiesa. Secondo la Nussbaum, questo atteggiamento è una «violazione dell’anima» almeno quanto il fondamentalismo. Viviamo in un mondo pieno di mistero e di complessità, ammonisce la pensatrice di Chicago, e nessuno ha in tasca la soluzione definitiva alle domande di senso che ci tormentano, neppure i bright alla Dennett.
Scrive Martha: «Se gli antireligiosi pensano di avere la risposta – nella forma, per esempio di una teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi – potremo obiettare che... è semmai questa soluzione, e non le tradizioni religiose, che avvilisce l’umanità». Non a caso gli stessi estensori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo erano d’accordo su «una visione morale» che non riducesse gli esseri umani a «meri agglomerati di materia».

Martha_nussbaum1

Di opposti assolutismi parlano anche Paolo Vineis e Roberto Satolli in un bel libro appena uscito da Feltrinelli, I due dogmi. Oggettività della scienza e integralismo etico.Dal caso Eluana alla fecondazione assistita e alle cellule staminali – sostengono gli autori, epidemiologo il primo, medico e giornalista il secondo – il dibattito sulle frontiere più calde della ricerca degenera immancabilmente in un «muro contro muro». «Da una parte l’inflessibilità di chi, soprattutto nella gerarchia cattolica, ritiene di avere accesso a una verità trascendente o comunque superiore alle conoscenze empiriche... dall’altra la rigidità di chi, nel mondo scientifico, tende a presentare le proprie conoscenze come certezze, ignorandone o fingendo di ignorarne i limiti». La scienza, che per definizione non può essere dogmatica, rischia di diventarlo quando nega il carattere fuzzy, sfumato e controverso, di molte delle sue conclusioni. Nuove malattie create dalla diagnostica medica, prolungamento artificiale della vita e della morte, potenzialità delle staminali embrionali o adulte, cambiamento climatico, sostanze cancerogene, ogm: su questi e altri temi si fronteggiano modelli interpretativi e scuole di pensiero rivali, e i dogmi servono solo a mascherare l’incertezza.
La tesi di Vineis e Satolli è che il lavoro dello scienziato è oggi essenzialmente di tipo ermeneutico, cioè di interpretazione (anche se, al contrario dell’ermeneutica biblica o letteraria si esprime in forma quantitativa ed è sottoposto alla verifica empirica). Lo stesso metodo popperiano delle «congetture e confutazioni», dove la bontà di una teoria si misura sui test indipendenti, viene in parte svuotato dalle nuove tecnologie di ricerca che, per esempio nella biologia molecolare, permettono di osservare fino a 500mila varianti geniche in un colpo solo: «Addio alle ipotesi a priori, siamo entrati nel campo dell’high-throughput, della produzione industriale di dati in cerca di interpretazione». 
I  dogmi non giovano alla scienza, e nemmeno alla religione. L’accettazione dei fuzzy sets, degli insiemi concettuali dai confini sfocati e indistinti è il miglior antidoto all’«assolutismo da talk show» che invece di confrontare le idee le confonde e non aiuta a sciogliere i grandi dilemmi della biopolitica. Dobbiamo riconoscere, sostengono Vineis e Satolli, che nessuno di noi possiede «strumenti di pensiero netti e definitivi» per affrontare le nuove sfide. Occorre l’umiltà di «prendere il meglio dalle diverse tradizioni... senza irrigidirle in schemi». Umiltà? Magari. Ormai, da queste parti volano soltanto insulti e querele.

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14 settembre 2009 - 16:10

Stupidario della Googloteca

Il 1899 è stato un anno a dir poco miracoloso sul piano della produzione letteraria: tra gli altri sono usciti Raymond Chandler con una raccolta di racconti (Killer in the Rain), La condizione umana di André Malraux, Stephen King con Christine. La macchina infernale, tutti i romanzi brevi di Virginia Woolf e perfino una biografia di Bob Dylan firmata da Robert Shelton. 1899: non è un refuso, avete letto giusto, anche se forse le date non vi quadrano, tenuto conto che all’epoca la Woolf aveva diciassette anni, Chandler undici, Malraux non era stato neppure concepito e King doveva ancora aspettare quasi mezzo secolo prima di vedere la luce. Ma fidatevi: lo dice Google, e quindi deve per forza essere vero. Da quando autori ed editori americani gli hanno dato il disco verde per la digitalizzazione di tutti i libri fuori commercio, il gigante dei motori di ricerca si avvia a diventare la più grande biblioteca virtuale del mondo, tra i mugugni degli eruditi e l’esultanza dei pasdaràn della cyberdemocrazia. Per portarsi avanti, un linguista di Berkeley, Geoffrey Nunberg, ha fatto un esperimento: è andato su Google Books e ha provato a formulare qualche domandina facile facile. Per esempio: in che anno è stato pubblicato Il falò delle vanità di Tom Wolfe? Risposta fulminante: 1888. Proviamo allora con Charles Dickens, che è un classico. Se digiti il suo nome, e restringi l’indagine a prima del 1812, ottieni ben 182 citazioni, la maggior parte delle quali riconducibili a testi dello scrittore, nato per l’appunto nel 1812. Accidenti, va be’ che era una penna fertile, ma già nel grembo di sua madre? Non ci si deve stupire, considerato che la parola «Internet» nei libri pubblicati prima del 1950, risulta presente ben 527 volte. Poi ci sono gli errori di classificazione. Un’edizione francese di Amleto e una versione giapponese di Madame Bovary sono finite chissà come nella categoria Antiquariato e collezionismo, un Moby Dick è schedato alla voce Computer, e varie edizioni di Jane Eyre (il romanzo di Charlotte Brontë) sono rubricate come Storia, Governanti, Storie d’amore o Architettura. Virginia_woolf_372x280
Da cosa derivano tutti questi svarioni? I responsabili di Google scaricano la colpa su editori e bibliotecari, ma l’alibi non convince Nunberg. La verità è che i libri non sono semplici sequenze di parole. Immagazzinando meccanicamente milioni di testi, le cappellate si moltiplicano in modo esponenziale: un vero disastro per chi fa ricerca.
Studenti dell’era Google, pirati dell’online, teppisti del copia-incolla, state in campana. Prima di consegnare la tesi, fate un salto in biblioteca, e controllate sui libri veri. Quelli di carta che si usavano una volta, avete presente?

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6 settembre 2009 - 16:40

Simone Weil, la Chiesa e il Principe

Al termine di una settimana che avremmo preferito non vivere, cedo lo spazio di questa rubrica a una delle figure più nobili e originali del pensiero cristiano del Novecento: Simone Weil (1909-1943). In una lettera del 1942 al domenicano Joseph-Marie Perrin, suo amico e padre spirituale (ora nel libro Attesa di Dio, Adelphi 2008), la mistica francese scrive:
«Mi fa paura il patriottismo della Chiesa che esiste negli ambienti cattolici. Per patriottismo intendo il sentimento che si accorda a una patria terrena. Ne ho paura perché temo di contrarlo per contagio. Non che la Chiesa mi appaia indegna di ispirarlo, eppure non voglio provare un simile sentimento...
Alcuni santi hanno approvato le Crociate, l’Inquisizione. Ebbene, non posso fare a meno di ritenere che abbiano avuto torto. Non posso ricusare la luce della coscienza. Se penso che io, così al di sotto di loro, su questo punto vedo con maggiore chiarezza, sono costretta ad ammettere che devono essere stati accecati da qualcosa di molto potente. Questo qualcosa è la Chiesa in quanto cosa sociale. Se questo qualcosa ha fatto del male a loro, quale male non arrecherebbe a me che sono così vulnerabile di fronte alle influenze sociali e infinitamente più debole?Weil
Non si è mai detto né scritto nulla che sia andato lontano quanto le parole del diavolo al Cristo sui regni di questo mondo riferiteci da san Luca: "A te darò tutta questa potenza e la gloria che vi è connessa, perché essa è stata lasciata a me, a me e a ogni essere che io voglia renderne partecipe". Ne consegue che il sociale è irriducibilmente il dominio del diavolo...
Con "sociale" non intendo tutto ciò che si riferisce a una città, ma solo i sentimenti collettivi. È inevitabile che la Chiesa sia anche qualcosa di sociale, lo so bene, altrimenti non esisterebbe. Ma, in quanto è qualcosa di sociale, appartiene al Principe di questo mondo. Coloro che, come me, sono eccessivamente vulnerabili di fronte alle influenze sociali corrono un pericolo estremo proprio perché la Chiesa è un organo di conservazione e trasmissione della verità. In questo modo, infatti, ciò che vi è di più puro e ciò che più corrompe, essendo simili e confusi sotto le medesime parole, formano un miscuglio quasi indecomponibile».
Le turbolenze che la Chiesa sta oggi attraversando sono forse, almeno in parte, il prezzo di quel «miscuglio», di quella confusione coi regni di questo mondo che la cattolica Simone, con la sua «fede implicita», lucidamente denunciava tanti anni fa.
[COPYRIGHT]© RIPRODUZIONE RISERVATA

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