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Stupidario della Googloteca

Il 1899 è stato un anno a dir poco miracoloso sul piano della produzione letteraria: tra gli altri sono usciti Raymond Chandler con una raccolta di racconti (Killer in the Rain), La condizione umana di André Malraux, Stephen King con Christine. La macchina infernale, tutti i romanzi brevi di Virginia Woolf e perfino una biografia di Bob Dylan firmata da Robert Shelton. 1899: non è un refuso, avete letto giusto, anche se forse le date non vi quadrano, tenuto conto che all’epoca la Woolf aveva diciassette anni, Chandler undici, Malraux non era stato neppure concepito e King doveva ancora aspettare quasi mezzo secolo prima di vedere la luce. Ma fidatevi: lo dice Google, e quindi deve per forza essere vero. Da quando autori ed editori americani gli hanno dato il disco verde per la digitalizzazione di tutti i libri fuori commercio, il gigante dei motori di ricerca si avvia a diventare la più grande biblioteca virtuale del mondo, tra i mugugni degli eruditi e l’esultanza dei pasdaràn della cyberdemocrazia. Per portarsi avanti, un linguista di Berkeley, Geoffrey Nunberg, ha fatto un esperimento: è andato su Google Books e ha provato a formulare qualche domandina facile facile. Per esempio: in che anno è stato pubblicato Il falò delle vanità di Tom Wolfe? Risposta fulminante: 1888. Proviamo allora con Charles Dickens, che è un classico. Se digiti il suo nome, e restringi l’indagine a prima del 1812, ottieni ben 182 citazioni, la maggior parte delle quali riconducibili a testi dello scrittore, nato per l’appunto nel 1812. Accidenti, va be’ che era una penna fertile, ma già nel grembo di sua madre? Non ci si deve stupire, considerato che la parola «Internet» nei libri pubblicati prima del 1950, risulta presente ben 527 volte. Poi ci sono gli errori di classificazione. Un’edizione francese di Amleto e una versione giapponese di Madame Bovary sono finite chissà come nella categoria Antiquariato e collezionismo, un Moby Dick è schedato alla voce Computer, e varie edizioni di Jane Eyre (il romanzo di Charlotte Brontë) sono rubricate come Storia, Governanti, Storie d’amore o Architettura. Virginia_woolf_372x280
Da cosa derivano tutti questi svarioni? I responsabili di Google scaricano la colpa su editori e bibliotecari, ma l’alibi non convince Nunberg. La verità è che i libri non sono semplici sequenze di parole. Immagazzinando meccanicamente milioni di testi, le cappellate si moltiplicano in modo esponenziale: un vero disastro per chi fa ricerca.
Studenti dell’era Google, pirati dell’online, teppisti del copia-incolla, state in campana. Prima di consegnare la tesi, fate un salto in biblioteca, e controllate sui libri veri. Quelli di carta che si usavano una volta, avete presente?

Commenti

Capisco che il Contrappunto vuole essere anche “provocazione”, ma credo, gentile direttore, lei esageri nel pennellare ironicamente i fruitori dei libri digitalizzati da Google come “pasdaran, pirati on-line, teppisti del copia incolla”, insomma un’umanità soddisfatta della propria mediocre rapacità.
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Primo. Senza voler sfiorare le vicende della cabala giuridica che vede protagonista Google e la sua pretesa di digitalizzare anche il disco di Festo, o la questione del carattere prevalentemente illusorio che denota la cosiddetta “cultura”, osservo che per quanto riguarda la Woolf, Chandler, Shakespeare e simili notorietà, con poche decine di euro le loro opere sono disponibili a mazzi nelle librerie di città e di paese. Nessuno studente di lettere moderne, anche il più sciatto e disattento, ignora che Virginia è stata un’impegnata e fluttuante scrittrice della prima metà del Novecento, così come i pendolari sanno che Stephen King non ha natali ottocenteschi e forse viaggia sulla loro stessa metro. Gli errori che Nunberg lamenta, non riguardano quindi la digitalizzazione e fruizione vera e propria delle opere e, del resto, non si sono mai visti ben altri errori-orrori smentiti con tanta premura da una “corretta” informazione in un’epoca così singolare dove l’ordine regna ma non governa.
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Secondo. È ben noto che chi utilizza il servizio di digitalizzazione agisce del tutto legalmente, visto che i libri in commercio o ancora protetti da copyright sono limitatamente visualizzabili, su licenza dell’editore, e non è praticabile alcun tipo di c+v. Si possono invero compulsare, prima dell’acquisto, dei testi altrimenti introvabili nelle depresse pubbliche biblioteche (eccetto le “nazionali” con diritto di copia) e di non pronta disponibilità nelle librerie (penso alle costosissime edizioni de L’Erma di Bretschneider, tanto per citare una casa molto nota).
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Inoltre. La vicenda della digitalizzazione mi pare venga vissuta da taluni come la caduta di Anfipoli e perciò si punti ad esaltarne ogni presunta nequizia. Posto che si rilevano errori nella catalogazione e in altre circostanze, di contro, la scansione delle pagine dei libri da parte di Google permette, nel caso di accesso alla visualizzazione completa (“public domain”), di prendere contatto, de visus, con le opere nella loro integrità, quindi di scaricarle in PDF e anche di selezionare ed estrarre solo i brani di testo che interessano, rendendo così facilitato il lavoro di citazione. Se è pur vero che “ci sono attività intellettuali in cui non sono i grossi tomi a far l’orgoglio di un uomo”, è tuttavia utile rilevare che la digitalizzazione consente anche alla comune teppa l’assalto alle edizioni del Migne e agli Annali del Muratori, di mettere le manacce sul monumento storico-ecclesiastico del Moroni, ecc. ecc., senza dover affrontare scomodi viaggi e non modiche spese, ovvero le trafile agli sportelli per la consultazione e il prestito (per non dire delle vicissitudini di quello interbibliotecario). Tutto questo non è poco e il seguito è già in questo inizio. Cyberdemocrazia, se vuole, che però non toglie nulla a coloro che stimano il libro come oggetto, coltivano la ricerca e possono permettersi (tempo, salute, denaro) la frequentazione delle grandi biblioteche.
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Infine. Se è valido il richiamo a non considerare i libri come semplici sequenze di parole (o di pagine), è altrettanto opportuno, salvo tradire l’impressione che la “cultura” sia alla portata di tutti, non trattarli come sacre reliquie gelosamente dimenticate nei fondi bibliotecari.


Caro Chiaberge,
il suo Stupidario di domenica 13 l'ho appuntato nella mia bacheca, a beneficio degli studenti. Ha trovato posto accanto agli articoli della nostra Costituzione dove si parla di sostegno (da parte dello Stato) ai "capaci e meritevoli" e ad uno scritto di Plutarco dove si afferma a chiare note che chi non sa nulla non può insegnare alcunché. Con cordialità,
Stefano Manferlotti
Ordinario di letteratura inglese presso l'Università di Napoli Federico II
critico letterario de Il Mattino e del Venerdì di Repubblica

Gentile Signor Chiaberge “prima di consegnare il Contrappunto (del 13 settembre ’09), faccia un salto in biblioteca e controlli sui libri veri. Quelli di carta che si usavano una volta, ha presente?” dal momento che non sempre ci si può fidare della memoria poichè Jane Eyre non è un romanzo di Jane Austen bensì di Charlotte Brontë. Ogni lunedì, prima di divorare il Domenicale, inizio dal Suo Contrappunto che ha preso il posto dell’indimenticabile Pontiggia il quale in uno dei suoi Album scrisse: “c’è stile quando si rilegge per piacere” e, stando al gioco, direi che “c’è piacere quando si rilegge chi ha stile”. Cordiali saluti Ennio Pizzini – Pescantina (VR)

Raccolgo il suo appello “controllate sui libri veri. Quelli di carta che si usavano una volta, avete presente?” e leggo in Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico di Stephen Greenblatt Einaudi Editore a p. 166
“ famiglie cattoliche chi si affannavano a bruciare o seppellire qualsiasi prova incriminante, un rosario, un crocifisso di famiglia, una foto del santo,...”
Fotografie nel XVI secolo?

Ecco come viene descritto il teatro di Shakespeare, il Globe, alle pagine 319 – 320
“Era un poligono di legno poliedrico, dal diametro di circa cento piedi (circa trecento metri), con un enorme proscenio ...”
Cento piedi sono una trentina di metri.
Passiamo alla cultura contemporanea, il saggio Irrazionalpopolare di Luca Mastrantonio e Francesco Bonami sempre edito dalla stimabilissima Casa Editrice Einaudi. In mezzo a refusi di ogni tipo che riguardano i nomi propri, veri slittamenti progressivi del significante, segnalo due perle:

p.190 … Bonifacio VIII, colui che fece per viltà il gran rifiuto ( non si trattava di Celestino V?)

p. 234 … canzone che Elton John riciclò dopo averla cantata ai funerali di Marilyn per cui era stata scritta
Marilyn Monroe morì nel 1962, Candle in the Wind fu pubblicata nel 1973 e del resto è poco probabile che uno sconosciuto, sedicenne Elton John fosse invitato a cantare ai funerali della Monroe
Quindi anche nei libri veri, quelli di carta, pubblicati da (un tempo) serie e rigorose case editrici si trovano in quantità quelle che lei chiama “cappellate”. Antidoto: una decente preparazione di base, la capacità di incrociare i dati e non fidarsi mai, neppure dei libri (purtroppo).

Luciano Perego

Caro Chiaberge, per la prima volta dacché leggo il suo "Contrappunto" mi sento in disaccordo con ciò che lei scrive, a proposito dello Stupidario di Google. E' vero che nell'impresa di collocare on line tanti libri possono scappare degli errori. Ma chi sa cosa cercare trova materiali preziosissimi e rari. Io insegno Letterature Comparate all'Università di Bari, mi occupo soprattutto del Settecento europeo: e fino a qualche anno fa impazzivo per avere a disposizione i testi originali della letteratura settecentesca. Mi toccava, per ogni minima necessità, andare a Roma, a Parigi, negli USA. Quando scrissi un libro su Rousseau trascorsi mesi nelle biblioteche francesi e americane, spendendo fior di quattrini. Se avessi avuto Google a quei tempi avrei speso meno di un decimo e avrei risparmiato tempo e fatica. Crede che per tanti studiosi (ma anche per persone curiose e mediamente istruite) sia una cosa da nulla poter leggere le edizioni originali dell'Encyclopédie, certe opere di Voltaire che nessun editore moderno ha mai ripubblicato? Le pare una pinzillacchera poter sfogliare in diretta la prima edizione del "Candide"? E le stesse riflessioni si possono fare per altri periodi della letteratura e della cultura mondiale. E' vero che Gallica ha messo on line molti testi, ma si tratta solo di testi francesi, e comunque in un numero ridotto rispetto a ciò che ha fatto e fa Google. La prego dunque di attenuare il suo sarcasmo, si metta nei panni di chi fino a ieri spendeva interi patrimoni per leggere testi antichi e fuori commercio e ora può farlo con un clic. Anche alcune tesi di laurea da me seguite sono state rese possibili da Google, almeno per quanto riguarda la letteratura primaria.
Cordialmente
Bartolo Anglani

Quando si dice la nemesi storica: avrei dovuto fare quello che consiglio agli studenti, e non fidarmi della memoria, che con l'età vacilla. Google non c'entra, qui e' solo un errore umano: a volte la stupidita' naturale fa più danni dell'intelligenza artificiale. Mi scuso con tutti
Riccardo Chiaberge

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