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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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agosto 2009

30 agosto 2009 - 16:34

Tempi duri per le guide (non solo alpine)

Squilla il telefono alla Capanna Gnifetti, 3.647 metri di quota nel gruppo del Rosa, proprio sotto il ghiacciaio del Lys. All’altro capo del filo, una voce maschile dallo spiccato accento romano: «Pronto, rifuggio Gnifetti?». «Sì, dica». «Chiamo da Roma. Avèmo prenotato per 60 persone e arivàmo cor pullman. Volevo solo sapé se ce stà er parcheggio lì ar rifuggio». «Ma guardi...veramente siamo a 3.600 metri, c’è il ghiacciaio qua fuori». «Ah, mbe’...Allora me dica ’ndo sta er parcheggio più vicino che poi er resto lo fàmo a piedi».
Il mensile di montagna «Alp», che consacra l’ultimo numero all’alpinismo «pop», è una miniera di aneddoti gustosi, da far spanciare i professionisti della piccozza. Ma in un’estate come quella che sta per finire, c’è davvero ben poco da ridere. Perché ormai a rischiare la pelle e qualche volta a perderla, sulle Alpi, non sono soltanto i gitanti ferragostani, quelli in scarpe da trekking e k-way che cercano il parcheggio alla Gnifetti, che non sanno come si lega una corda o si mettono i ramponi al contrario, con le punte confitte nella suola. Sempre più spesso, a scivolare e precipitare sono arrampicatori consumati, gente del posto con anni di ascensioni alle spalle. Creste di ghiaccio che cedono, pareti che si sgretolano, massi di granito che si staccano. Alemanno

Venerdì scorso il sindaco di Valtournenche, Domenico Chatillard, ha firmato un’ordinanza che vieta il Cervino agli alpinisti per il pericolo di frane, e il suo collega di Roma, Gianni Alemanno, già bardato per la salita, ha dovuto ripiegare su una vetta meno ambiziosa. Dal 20 agosto è chiusa la via italiana alle Grandes Jorasses, gruppo del Bianco: i giganteschi seracchi stanno per crollare.
E le guide, i «bergführer» come li chiamano (con termine un po’ inquietante) nelle valli di lingua tedesca? Purtroppo non c’è guida, non c’è esperienza che tenga, quando è la topografia, la struttura stessa della montagna che cambia sotto gli scarponi, si scioglie si sbriciola per il caldo, diventa instabile e traditrice, irriconoscibile perfino a chi ci è nato. E suona francamente un po’ beffardo l’articolo della Repubblica di ieri che invitava gli escursionisti a usare il Gps al posto della cartina. Sai che «figo» cadere in un crepaccio mentre si consulta il palmare... Di questi tempi, del resto, camminiamo alla cieca pure in pianura. Mancano i «segnavia», i punti di riferimento, le guide. Non «führer» o duci dei quali non sentiamo alcun bisogno, ma leader che ci aiutino a risalire senza mettere il piede in fallo. Nel mondo sconnesso e franoso del dopo-crisi, come sul Cervino o sul Bianco, le guide invecchiano presto, anche se si illudono di essere giovani per sempre.
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22 agosto 2009 - 19:33

Il Meeting e i cristiani di Eritrea

Memorabilia di Ferragosto. A Cortina, Marta Marzotto è stata incoronata «regina dell’eleganza» dallo stilista del lusso Vinicio Pajaro, che le ha donato un pregevole cappotto-mantella in zibellino. L’affaire Clooney-Canalis pare già tramontato, con sommo disappunto dei paparazzi. Invece delle stelle cadenti, Paola Barale ha avvistato un Ufo a Cosenza (la procura calabrese indaga). E al «Bollicine Disco Dance» di Riccione è stata eletta Miss Chirurgia Estetica, la donna più siliconata d’Italia. Tutto qui? Nient’altro che gossip e trash? Proviamo a volare più alto: non lontano da Riccione, proprio oggi si apre la trentesima edizione del Meeting di Rimini per l’Amicizia fra i Popoli, la convention annuale di Comunione e Liberazione. Ci andranno in tanti, da Tony Blair a Mario Draghi, da Schifani a Murdoch, da Jannacci a Morricone, e poi giornalisti, scienziati, poeti, vescovi e ministri. Per fortuna, non viviamo di solo pattume. Si discuterà di temi planetari, in ben 116 incontri con quasi trecento relatori, ma ci saranno anche otto grandi mostre e ventisei spettacoli. Si comincia stasera con un Don Giovanni controcorrente, che alla fine ritrova la fede, si pente e termina i suoi giorni in monastero. Bertone


Prendendo spunto dal tema di quest’anno, «La conoscenza è sempre un avvenimento», il Segretario di Stato cardinale Bertone ha sottolineato i limiti di una conoscenza scientifica che proponga «il dogma positivista della pura obbiettività». Obbiettività(e carità) avrebbe voluto che almeno una delle 116 tavole rotonde si occupasse di immigrazione: nei giorni scorsi, altri settanta disperati in fuga dall’Eritrea sono annegati davanti alle nostre coste. Ma la parola è introvabile nel programma. Uno degli incontri è dedicato ai cristiani perseguitati: si parlerà però essenzialmente di mondo islamico. E gli eritrei? Sono in maggioranza fedeli della chiesa copta, vivono sotto una dittatura che calpesta i più elementari diritti umani: sarebbe il caso di aggiungerli alla lista dei martiri di Cristo.
In trent’anni, il Meeting di Cielle è esploso da 300 volontari a più di tremila, e da 50 mila a 700 mila presenze. Se questa crescita fosse un indicatore del successo della cultura cristiana, la Chiesa avrebbe ottime ragioni di rallegrarsi. Ma altri numeri smorzano i facili trionfalismi. In fondo al Mediterraneo giacciono forse più cadaveri di cristiani che in tutte le fosse comuni dei regimi fondamentalisti. Proprio mentre l’Europa cristiana tenta di insegnare ai Taleban l’abc della democrazia, nelle acque del Mare Nostrum stiamo adottando gli standard poco evangelici delle società tribali. Alla faccia dell’Amicizia fra i popoli. Che fine hanno fatto i Cavalieri di Malta, con quella bella croce cucita sul petto? Passeggiano per Cortina vestiti di zibellino?

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8 agosto 2009 - 19:02

La guerra è scritta nei nostri geni. O forse no

Tre giorni fa Hiroshima, oggi Nagasaki. 64 anni dopo, Obama e gli altri grandi della Terra tornano a giurare solennemente: mai più attacchi nucleari. Ieri, i Georgiani hanno celebrato l’anniversario del conflitto per l’Ossezia del Sud. E domenica scorsa, alla stazione di Bologna, nobili parole, fischi e lacrime hanno condito l’ennesima commemorazione di un’insensata guerra tutta italiana, di cui tuttora si ignorano strateghi e comandanti (ne scrive Miguel Gotor a pagina 28). Marte, come la morte, non va mai in vacanza. Il nostro calendario è scandito dalle armi, la toponomastica e i monumenti delle città sono un catalogo di condottieri, battaglie e stragi. Da migliaia di anni, il cammino evolutivo dell’Homo Sapiens è intriso di sangue. Tanto da avvalorare il luogo comune per cui l’istinto della guerra sarebbe scritto nel nostro genoma. Ma è proprio vero? Sul settimanale britannico New Scientist, John Horgan prova a chiederlo ad alcuni tra i maggiori antropologi del mondo. E le risposte non sono affatto scontate: Brian Ferguson della Rutgers University, per esempio, ricorda che la prima evidenza fossile di violenze collettive (fosse comuni, crani fracassati, segni di asce e di proiettili) risale a 14mila anni fa, quando gli uomini passarono da una forma di vita nomade a una stanziale, legata all’agricoltura. Prima, per decine, centinaia di millenni, le tribù dei cacciatori-raccoglitori erano convissute in pace, come del resto avviene ancora in molte culture, dagli aborigeni austrialiani agli Inuit. George-orwell
Che la guerra sia un vizietto inestirpabile dell’uomo moderno era assolutamente convinto George Orwell: «La civiltà meccanica prospera sulle bombe – scriveva con qualche buona ragione nel 1944 – Lo scenario che H.G. Wells ha delineato nel suo La guerra nell’aria – un futuro in cui il mondo viene ricacciato all’età della pietra da poche tonnellate di bombe – si è rivelato completamente falso». Inutile illudersi di tornare ai miti costumi degli indiani hopi o dei cacciatori-raccoglitori. «Il pericolo a cui andiamo incontro - ammonisce l’autore di 1984 - non è quello dell’estinzione: è quello di una civiltà schiava che, lungi dall’essere caotica, potrebbe essere orribilmente ordinata». Per fortuna, nemmeno lui ci ha azzeccato del tutto: nell’ultimo mezzo secolo le democrazie nel mondo sono quintuplicate (da venti a quasi un centinaio).
Nel Dna dei primati – dicono gli studiosi – i geni della cooperazione pesano almeno quanto quelli del conflitto. Richard Wrangham, etologo di Harvard, sostiene che i nostri cugini scimpanzè attaccano solo quando pensano di poter avere la meglio: dovremmo imparare da loro, dice, e ridurre gli squilibri di potere tra  nazioni. Costruire la pace scimmiottando le scimmie? Perché no. Del resto, ormai anche il Papa è convinto che Darwin avesse ragione. Ma quando vediamo il ghigno di un Ahmadinejad, o ascoltiamo i suoi deliri, ci viene il sospetto che l’evoluzione si sia fermata, e che gli scimpanzè siano, forse, più saggi di noi.

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2 agosto 2009 - 17:14

Federica, medaglia d'oro in filosofia

«Siamo masochisti noi nuotatori, ci piace arrivare a sentire male. Ma nella sofferenza ambisci a qualcosa di grande»: così Federica Pellegrini in un’intervista a Roberto Perrone sul Corriere di ieri. E verrebbe voglia di aggiungere alle medaglie una laurea ad honorem in filosofia, perché con queste semplici parole la Divina dei Mondiali di nuoto ha dato espressione a un concetto antico e radicato nella storia del pensiero, dall’antica Grecia in poi. L’idea di una disciplina del corpo che fa tutt’uno con quella dell’anima, l’accettazione del dolore e del sacrificio come chiave d’accesso a una perfezione superiore. Activité phisyque et exercices spirituels (Attività fisica ed esercizi spirituali) è il titolo di un libro a più mani uscito in Francia (edizioni Vrin, a cura di Denis Moreau e Pascal Taranto), che si propone appunto di restituire allo sport la dignità di «oggetto filosofico». Impresa temeraria, quasi da medaglia d’oro: per decenni la sociologia di ispirazione marxista non ha fatto che denigrare ogni forma di competizione sportiva come oppio dei popoli e icona del capitalismo più bieco. L’atleta, il calciatore, il ciclista, viene sistematicamente dipinto come un ammasso decerebrato di muscoli, per lo più gonfiati dagli steroidi, al servizio di una macchina promozionale senza scrupoli né ideali. La vergogna di Calciopoli, gli scandali del doping, hanno dato ulteriore alimento a questi stereotipi. Ma forse, come ci ricorda Federica, e con lei Moreau e Taranto, lo sport non è questo, non è solo questo. Se per Platone la formazione di un giovane doveva passare attraverso la ginnastica e la musica, e nessuno poteva aspirare alle alte sfere della riflessione e della politica senza la padronanza del proprio fisico, san Paolo vedeva nella maratona quella mescolanza tra piacere e dolore che prelude alle gioie della vita ultraterrena. Pellegrinioro

Tranquilla, Federica, non c’è nulla di masochistico nella tua psicologia di nuotatrice. Niente a che vedere neppure col «dolorismo» di certi integralisti bigotti, con l’esaltazione del dolore che «avvicina a Dio». Quando dici che per vincere bisogna soffrire, interpreti il meglio della cultura cristiana – forse più calvinista che cattolica – del tuo Nord est. Tu così bella, dai una lezione a tante e tanti tuoi coetanei, che pensano di vincere senza fare sforzi, sfruttando la propria bellezza, andando ai Reality o alle feste dei Vip. «Non sono interessata a tv e spettacolo», hai detto al tuo intervistatore. E noi tutti ci siamo stropicciati gli occhi, increduli. Forza Federica. Pellegrini for president! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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