27 giugno 2009 - 17:50
Il dispotismo morbido (secondo i neocon)
Sull’ultimo numero del «Weekly Standard», settimanale di destra americano, il filosofo neocon Harvey Mansfield mette in guardia dai rischi del «dispotismo morbido». Non si riferisce ovviamente ad Ahmadinejad e ai suoi sgherri, che di morbido hanno ben poco come purtroppo stiamo vedendo in questi giorni, ma a una «deriva» insidiosa, per quanto meno drammatica e nient’affatto cruenta, delle democrazie contemporanee. Il primo a parlare di «despotisme doux» è stato Alexis de Tocqueville: invece di far tremare la gente di paura, come le tirannie vere e proprie, questa forma di autoritarismo strisciante dispensa regalie ed elemosine ai cittadini-sudditi. In tal modo, spiega Tocqueville, «non spezza le volontà, ma le ammorbidisce, le piega e le dirige». Ti insegna perfino come migliorare la tua vita. Ma il prezzo delle elargizioni è di ostacolare e scoraggiare ogni attività politica e associativa, riducendo la democrazia a una massa di individui disgregati. Il dispotismo «dolce», sostiene Mansfield, è la minaccia più grave che oggi incombe sulle società libere: non gli stati canaglia o l’asse del Terrore,non qualche riedizione dei totalitarismi novecenteschi, ma un nemico subdolo, una sorta di Alien dall’apparenza benigna e accattivante, cresciuto nelle viscere stesse del sistema. In un libro appena uscito da Yale University Press (Soft Despotism. Democracy’s Drift), lo storico Paul Rahe ricostruisce la genesi del concetto nel pensiero di Tocqueville, risalendo a due padri della democrazia che gli erano cari, Montesquieu e Rousseau. Il primo aveva teorizzato la «repubblica moderna» degli interessi commerciali, il secondo l’aveva demolita per la sua incapacità di promuovere la cittadinanza tra individui dissociati. Ma a differenza dei due presunti «maestri», Tocqueville dà più importanza ai processi storici che alle idee astratte. Vede nella democrazia un «fatto provvidenziale» che rischia però di essere svuotato da un individualismo avido, senza regole e senza valori. «Chi non ha fede – sostiene – è fatto per servire, e chi è libero deve credere». Il professor Mansfield, autore dell’articolo, è una testa d’uovo della Hoover Institution, noto think tank repubblicano. Senza bisogno di fare nomi, è chiaro chi per lui rappresenta l’ultima incarnazione del despota «soft»: un tipo alto e abbronzato che abita da qualche mese alla Casa Bianca, e promette una sanità più egualitaria e perfino un ambiente meno inquinato. Possiamo stare tranquilli: il discorso non riguarda noi.
