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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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giugno 2009

27 giugno 2009 - 17:50

Il dispotismo morbido (secondo i neocon)

Sull’ultimo numero del «Weekly Standard», settimanale di destra americano, il filosofo neocon Harvey Mansfield mette in guardia dai rischi del «dispotismo morbido». Non si riferisce ovviamente ad Ahmadinejad e ai suoi sgherri, che di morbido hanno ben poco come purtroppo stiamo vedendo in questi giorni, ma a una «deriva» insidiosa, per quanto meno drammatica e nient’affatto cruenta, delle democrazie contemporanee. Il primo a parlare di «despotisme doux» è stato Alexis de Tocqueville: invece di far tremare la gente di paura, come le tirannie vere e proprie, questa forma di autoritarismo strisciante dispensa regalie ed elemosine ai cittadini-sudditi. In tal modo, spiega Tocqueville, «non spezza le volontà, ma le ammorbidisce, le piega e le dirige». Ti insegna perfino come migliorare la tua vita. Ma il prezzo delle elargizioni è di ostacolare e scoraggiare ogni attività politica e associativa, riducendo la democrazia a una massa di individui disgregati. Il dispotismo «dolce», sostiene Mansfield, è la minaccia più grave che oggi incombe sulle società libere: non gli stati canaglia o l’asse del Terrore,non qualche riedizione dei totalitarismi novecenteschi, ma un nemico subdolo, una sorta di Alien Tocqueville-3-FD dall’apparenza benigna e accattivante, cresciuto nelle viscere stesse del sistema. In un libro appena uscito da Yale University Press (Soft Despotism. Democracy’s Drift), lo storico Paul Rahe ricostruisce la genesi del concetto nel pensiero di Tocqueville, risalendo a due padri della democrazia che gli erano cari, Montesquieu e Rousseau. Il primo aveva teorizzato la «repubblica moderna» degli interessi commerciali, il secondo l’aveva demolita per la sua incapacità di promuovere la cittadinanza tra individui dissociati. Ma a differenza dei due presunti «maestri», Tocqueville dà più importanza ai processi storici che alle idee astratte. Vede nella democrazia un «fatto provvidenziale» che rischia però di essere svuotato da un individualismo avido, senza regole e senza valori. «Chi non ha fede – sostiene – è fatto per servire, e chi è libero deve credere». Il professor Mansfield, autore dell’articolo, è una testa d’uovo della Hoover Institution, noto think tank repubblicano. Senza bisogno di fare nomi, è chiaro chi per lui rappresenta l’ultima incarnazione del despota «soft»: un tipo alto e abbronzato che abita da qualche mese alla Casa Bianca, e promette una sanità più egualitaria e perfino un ambiente meno inquinato. Possiamo stare tranquilli: il discorso non riguarda noi.

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20 giugno 2009 - 21:02

Padre Pio e i miracoli di San Remo

In attesa di appiattirci sul digitale terrestre, la Rai tv ci sublima con l’analogico celeste. Accendi il primo canale venerdì sera e ti trovi catapultato nella piazza di Pietrelcina, patria di san Pio (sulla cui tomba a San Giovanni Rotondo pregherà oggi il Papa): sul palcoscenico, Massimo Giletti e Tosca d’Aquino intervistano una serie di devoti e miracolati eccellenti, tra i quali la figlia di Carlo Campanini (l’indimenticabile spalla di Walter Chiari negli sketch dei fratelli De Rege) che rievoca il primo incontro del padre col santo («Gli disse: promettimi che sposi quella donna»), e il giorno che gli apparve come un ologramma nel salotto della loro casa romana, senza muoversi dal suo convento. Giletti non fa obiezioni, al contrario di Totò, che più volte era stato invitato da Campanini a seguirlo nelle sue visite al frate con le stimmate, e lui all’ultimo momento si sfilava: «Scusami, Carletto, ma mi piacciono troppo le donne, non sono pronto a cambiare vita». Intermezzo musicale con Gigi d’Alessio, che alla domanda di Tosca sul significato della fede scatta come una guardia svizzera: «Bisogna credere nella Chiesa e in chi la rappresenta». Pazienza non credere in Dio, ma almeno nel Papa e nei vescovi! Anche se danno della rubamariti alla sua compagna Anna Tatangelo, e si infuriano se chiede trentamila euro per cantare alla festa della Madonna? Tranquilli, vulnus ricucito. Da San Remo a San Pio, la Rai è tutta un miracolo.Padre-pio
Santi superstar anche in Francia, dove perfino una scrittrice poco timorata di Dio come Alina Reyes (che vent’anni fa scandalizzò con Il macellaio) si appassiona al mistero di Lourdes (La ragazza e la Vergine. Storia di Bernadette, appena tradotto da Guanda). Convertita pure lei? Assolutamente no. Atea devota? Manco per sogno. Alina è soltanto una «libera pensatrice senza catechismo» che compie un cammino interiore per capire quale forza attragga milioni di pellegrini in quella grotta, a quella fonte. Probabilmente, più ancora che le malattie del corpo (col progredire della scienza, le guarigioni miracolose si fanno sempre più rare) molti vanno a curare le infermità dell’anima e le ferite di un’epoca senza fede che venera gli idoli del consumismo. Alina è innamorata di Bernadette e del suo mondo e sogna che per molto tempo ancora «uomini e donne del mondo intero possano venire qui a ritrovare il gusto della vita, ovvero della lotta spirituale, insieme alla pace nell’unione rinnovata del visibile e dell’invisibile». A differenza di certe primedonne nostrane, folgorate da inopinate conversioni sulla via di Montecitorio o di Saxa Rubra, la porno-scrittrice francese non indulge alla porno-religione. Non sfoggia misticismi da siparietto televisivo. E forse per questo non la vedremo mai seduta sulle poltroncine di Giletti.
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6 giugno 2009 - 20:05

Io, elettore incerto. Per il premio Strega

Sulla scheda di colore verde chiaro c’è spazio per una sola preferenza. Ma i candidati sono dodici come gli apostoli, ed è dura scegliere. Mi prendo ancora qualche ora per pensarci. Astenermi? Questo mai. Potrei andare a deporre il mio voto nell’urna a Roma, giovedì prossimo, o più probabilmente lo manderò per posta come gli italiani all’estero. Non sono stati fatti sondaggi, tra i 400 votanti per il Premio Strega 2009, e comunque non sarebbe corretto divulgarli. Quel che è certo è che molti sono come me, indecisi. La campagna elettorale non è stata particolarmente feroce, né greve: non si sono viste foto compromettenti di festini con minorenni nella casa veneziana di Tiziano Scarpa, non risulta che la Procura stia indagando sull’uso dell’auto della Rcs da parte di Antonio Scurati, e Gaetano Cappelli non ha chiesto ai giurati se andrebbero a farsi curare dal dottor Andrea Vitali. Dopo le polemiche e le insinuazioni sugli intrallazzi sottobanco tra editori, e il ritiro del presunto favorito dalla competizione, il presidente Tullio de Mauro e il consiglio direttivo hanno dato un giro di vite al regolamento. Il telefono squilla di meno, gli uffici stampa non ti assillano più con le loro suppliche: «Mi raccomando, dai una spintarella al romanzo di Sbrodoletti, è già un classico del pulp postmoderno». Sarà per rispetto della privacy, o più banalmente per vergogna, ma ora le case editrici ricorrono a mezzi più discreti e anche più subdoli. I volumi finalisti ti arrivano accompagnati da una lettera nobilissima su carta intestata, in cui si decanta la «sobrietà» dell’autore «lontano da mode e clamori mediatici», la sua «straordinaria maestria», la scrittura che «non trasfigura o sublima la cronaca» ma «restituisce alla letteratura il suo valore di testimonianza». Tullio

Bene, bravo, e allora? In cosa posso esservi utile? Leggi e rileggi la missiva, e non ci trovi una richiesta di voto. Solo disinteressati auguri di buona lettura, inviti a «condividere degli spunti di riflessione» e tutt’al più a esprimere un parere. Parere? Che se ne faranno del mio parere? Francamente, preferisco i politici coi loro slogan un po’ goffi, come un candidato alle provinciali che esorta: «Facciamolo nostrano!» (non allude al sesso, ma ai salumi Dop appesi sullo sfondo). Quel tizio non si accontenta che io condivida con lui il piacere del culatello, mi ingiunge di scrivere il suo nome sulla scheda. Sapete che vi dico? Allo Strega, quasi quasi, voto per qualcuno che non si è fatto raccomandare dall’editore, o che mi ha chiesto di votarlo senza tante perifrasi – a patto che il libro sia bello, cosa che ultimamente sembra contare sempre meno. Non sarà un «voto utile», magari resterà fuori dalla cinquina, ma noi della Domenica siamo così: non ci piace fare branco. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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