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Riccardo Chiaberge

CONTRAPPUNTO di Riccardo Chiaberge

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aprile 2009

25 aprile 2009 - 18:56

Il kebab proibito e i levrieri afghani

La legge «anti-kebab» della regione Lombardia non ci coglie impreparati, anche perché ha almeno un illustre precedente. Mesi fa i professori del Christ Church College di Oxford hanno dichiarato guerra a un rosticcere ambulante, tale Saeid Keshmiri, perché gli effluvi dei suoi spiedini turbavano il sonno agli studenti, danneggiando seriamente il loro rendimento scolastico. Alcuni «fellow», peraltro, hanno preso le difese dell’anziano immigrato, che da quindici anni sfama docenti e discenti del più aristocratico college britannico, e alla fine è stato raggiunto un compromesso: Saeid ha spostato il suo carrettino duecento metri più in là, lontano dai chiostri cinquecenteschi e dalle raffinate narici di chi li frequenta. L’orario di esercizio resta però invariato: dalle sette di sera alle tre del mattino, l’ideale per i tiratardi. A Milano, invece, e in tutta la Lombardia, nessuno potrà più vendere carni arrostite oltre l’una di notte, né tanto meno consumarle passeggiando all’aperto.Levriero_afgano3
Non ci risulta che i consiglieri lombardi abbiano studiato a Christ Church, ma quanto a ricercatezza e senso del decoro hanno ben poco da invidiare ai «dons» di Oxford. Che diamine, era tempo che qualcuno erigesse un argine all’invasione di cibi alieni, incompatibili con le nostre tradizioni gastronomiche legate alla cassoeula e all’ossobuco, e ripulisse le vie cittadine dal puzzo di fritto e dalle cartacce. Ma perché fermarsi al kebab? Molti Ristoranti libanesi, per esempio, servono da copertura a estremisti musulmani e militanti di al-Qaida. Sarebbe più prudente chiuderli, lasciando in vita soltanto quelli gestiti da chef cristiano-maroniti (seguaci di Marone, eremita siriano molto caro all’attuale ministro dell’interno). E comunque, il comparto alimentare è solo la punta dell’iceberg di un’islamizzazione strisciante che andrebbe combattuta con misure ben più drastiche.
Vi siete chiesti ad esempio perché, nelle strade di Milano, si vedono in giro tanti Levrieri Afghani senza guinzaglio né museruola, che scorrazzano e defecano dappertutto? Li allevano gli Imam fondamentalisti, rimpinzandoli di kebab al solo scopo di lordare i marciapiedi degli infedeli. E chi traccia quegli arabeschi sui muri, se non qualche oriundo dai Paesi della Mezzaluna? Come mai la Coop fa promozioni di caffé Arabica e i numeri civici sono scritti in cifre arabe? La verità è che ci stanno colonizzando. Vuoi mettere l’eleganza della numerazione romana? «Stasera ci vediamo all’Osteria di via Lorenteggio XCVIII. Basta kebab, più cassoeula per tutti!».

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19 aprile 2009 - 18:07

I blog portano la democrazia? Sì, al Premio Strega

La prima profezia è di Ronald Reagan, e risale al 1989: «Il Golia totalitario sarà abbattuto dal David del microchip». Censurare Internet - dirà più tardi Bill Clinton – «è come cercare di inchiodare al muro un budino». E il suo successore George W.Bush, in un impeto di entusiasmo: «Immaginate se il Web prendesse piede in Cina: come si espanderebbe subito la libertà!». La sirena del «cyber-ottimismo» ha sedotto perfino un businessman scafato come Rupert Murdoch: «L’avanzata delle telecomunicazioni – giurava anni fa – rappresenta una minaccia per i regimi autoritari in ogni parte del mondo» (salvo poi, subito dopo, piegarsi al ricatto delle autorità di Pechino che volevano oscurare le sue reti).
Contro questa sorta di «determinismo tecnologico» si schiera sulla «Boston Review» il politologo Evgeny Morozov: i prodigi di Web 2.0, dalla galassia dei blog a YouTube, da Google a Facebook, sono armi a doppio taglio, che possono servire con uguale efficacia la causa della libertà e quella della repressione. È vero che in Ucraina, in Birmania o in Zimbabwe, oppositori e attivisti dei diritti civili hanno usato questi strumenti per organizzare rivolte e denunciare soprusi, tanto che qualcuno ha parlato di «smart mobs» («masse intelligenti»). Ma è pure vero che i governanti cinesi assoldano commentatori online per fare propaganda al regime e nella Russia di Putin una compagnia privata legata al Cremlino filtra e manipola le notizie su Internet. E se i blogger iraniani o sauditi che scrivono in inglese rassicurano gli occidentali con i loro inni alla democrazia, quanti altri difendono in parsi o in arabo le idee degli Ayatollah e dei Fratelli Musulmani? Antonio-scurati
Meglio non farsi troppe illusioni sulle virtù taumaurgiche del «social networking». Ma anche se non riescono a buttare giù i tiranni con la T maiuscola, le tecnologie digitali possono fare parecchio male ai tirannelli che infestano tanti ambienti, a cominciare dai premi letterari. È stato un video registrato sul telefonino da un domestico di Mauritius (e prontamente ripreso da vari siti internet) a dare il primo scossone all’impero del Grinzane Cavour. Ed è stato un blog, quello di Mario Fortunato, a denunciare le manovre in atto intorno allo Strega, spingendo il vincitore annunciato, Daniele Del Giudice, a un ritiro dignitoso (come peraltro la «Domenica» gli aveva suggerito) e aprendo la strada all’autocandidatura di Antonio Scurati e a una rosa di altri nomi, da Andrea Vitali a ben sette esordienti. Aveva ragione Reagan: il David Fortunato ha fermato il Golia Mondadori. Dalle «smart mobs» alle «smart pens». Anche il Ninfeo di Villa Giulia vedrà la sua rivoluzione arancione?
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12 aprile 2009 - 18:22

Rita, i ragazzi del Nove e i mai-vecchi del 2009

Non ha mai fatto un’assenza per malattia, dorme poco, mangia ancor meno, ogni giorno va in laboratorio e il suo cervello – così assicura – funziona meglio di quando aveva vent’anni. In queste invidiabili condizioni Rita Levi Montalcini si appresta a varcare, il prossimo 22 aprile, la soglia del suo primo secolo di vita. Avrebbe potuto brindare insieme a Montanelli, nato lo stesso giorno del 1909. E magari lo farà, idealmente, con Indro e tanti altri geni suoi coetanei: Simone Weil, Leo Valiani, Leone Ginzburg, Giulio Carlo Argan, Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Eugène Ionesco. Scrittori, intellettuali, scienziati, antifascisti: tutti della gloriosa classe 1909. Permettetemi di aggiungere, si parva licet, mio padre Primo, che da oscuro imprenditore elettrotecnico non fu mai ammesso all’isola dei famosi, ma non foss’altro che per la sua tempra se lo sarebbe meritato. Accidenti che annata, il 1909! Un’irripetibile congiuntura astrale, quasi un Big Bang dell’intelligenza. Come si spiega? Forse con la selezione della specie. Due guerre mondiali, Spagnola, tifo, polio, Tbc: la maggioranza dei coscritti di Indro e Rita non ce l’ha fatta. Quei fortunati che sono sopravvissuti dovevano proprio avere dei geni a prova di bomba.
Noi della generazione del ’68, cresciuti a pace e Nutella, noi che siamo passati dalle barricate ai beauty center e non avendo preso le armi contro i nazifascisti ci accontentiamo di combattere i radicali liberi, abbiamo ben poche chance di uguagliare questi traguardi. Come fiori coltivati in serra, siamo vulnerabili a ogni virus, reale o metaforico. E per sfuggire al nostro precario destino rincorriamo le mirabolanti promesse della medicina, come quelle di don Luigi Verzè che sta costruendo alle porte di Verona l’ospedale degli immortali. Grazie alle armi non convenzionali della «nutrigenomica» che impediranno ai «telomeri» (le code dei cromosomi) di accorciarsi come succede di norma nell’invecchiamento, potremo campare fino a 120 anni.
Ma ammesso che l’utopia si realizzi, come vivremo, cosa vedremo tra mezzo secolo? In tv continuerà a furoreggiare «Amici» (ambientato in un residence Anni Azzurri), negli studi di Ballarò e Porta a Porta le poltroncine saranno sostituite da comode sedie a rotelle, e anche i serial americani si adegueranno al nuovo andazzo, proponendoci i drammi delle «Badanti disperate». Il novantacinquenne Moccia scriverà il suo centesimo romanzo, Amore 50, dedicato alla sessualità dei cinquantenni, e i nipoti teenager di Melissa P. penderanno dalle sue labbra siliconate, mentre lei sciorina reminiscenze di lontane trasgressioni.
Per carità, non abbiamo nessuna voglia di vedere un mondo così. Lasciate in pace i nostri telomeri, che si accorcino come hanno sempre fatto. Lasciateci liberi di diventare vecchi, possibilmente dei grandi vecchi, come i magnifici ragazzi (e ragazze) del 1909. Auguri, Rita!

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5 aprile 2009 - 19:23

La cultura da Einaudi ad Alemanno

Se si dovesse dare un volto e un nome alla sinistra «antipatica» tratteggiata dal sociologo Luca Ricolfi in un fortunato pamphlet, il candidato migliore sarebbe forse proprio lui: Giulio Einaudi, il compianto fondatore del marchio editoriale più blasonato d’Italia morto il 5 aprile di dieci anni fa. Nella sua icona altezzosa da Principe delle lettere si condensa quel sentimento di superiorità morale e antropologica che spingeva gli intellettuali di sinistra a disprezzare beghine e cumènda dell’Italia democristiana, i benpensanti piccolo-borghesi che con le loro braccia e i loro spiriti animali avevano ricostruito il Paese dalle rovine del fascismo e della guerra, ma che avevano il torto di non sapere nemmeno chi fossero Lukács e Adorno. La «cultura del fare» lodata da Einaudi Senior non era ugualmente apprezzata dal figlio, per il quale contava ben di più la «cultura del pensare» e dello scrivere: tanto da snobbare i libri contabili coi risultati che tutti ben ricordano.Einaudi
Diciamo la verità: simpatico non era, il Principe di via Biancamano. Ma oggi, a soli dieci anni di distanza dalla sua scomparsa, la nemesi storica ha premiato i suoi detrattori. Il ministro Carfagna strappa l’applauso quando annuncia che la cultura marxiana e gramsciana (sottinteso: ed einaudiana) è stata sbaragliata. Hanno vinto i profeti e i militanti della «cultura del fare». Siamo sicuri però che Einaudi (padre) li riconoscerebbe come legittimi eredi? Per lui le due culture non erano in conflitto. Mentre certi politici di maggioranza, per parafrasare Goebbels, quando sentono parlare di cultura mettono mano al telecomando. Sembra che ai loro occhi la cultura sia sinonimo di smarronamento e di noia, un baule zeppo di vecchie parrucche, oltre che un ricettacolo di fannulloni e trinariciuti.
Dopo essere stata venerata per più di mezzo secolo come una vacca sacra, la cultura è diventata il capro espiatorio della crisi. Una fastidiosa voce del bilancio pubblico che va tagliata, magari espunta e scaricata sulle spalle dei privati. O tutt’al più un gadget da vendere ai turisti. E all’occorrenza, un territorio da occupare. È di due giorni fa la notizia che il sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato nominato commissario del teatro dell’Opera di Roma, defenestrando il soprintendente Ernani, forse in attesa di sostituirlo con qualche fedelissimo. Che male c’è? Dopotutto gli amici rossi di Giulio Einaudi facevano le stesse cose quando l’egemonia era nelle loro mani. Appunto. La cultura ha bisogno di professionisti capaci, non di commissari politici, di sinistra o di destra. Non sarebbe ora di cambiare musica?
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