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25/04/09

Il kebab proibito e i levrieri afghani

La legge «anti-kebab» della regione Lombardia non ci coglie impreparati, anche perché ha almeno un illustre precedente. Mesi fa i professori del Christ Church College di Oxford hanno dichiarato guerra a un rosticcere ambulante, tale Saeid Keshmiri, perché gli effluvi dei suoi spiedini turbavano il sonno agli studenti, danneggiando seriamente il loro rendimento scolastico. Alcuni «fellow», peraltro, hanno preso le difese dell’anziano immigrato, che da quindici anni sfama docenti e discenti del più aristocratico college britannico, e alla fine è stato raggiunto un compromesso: Saeid ha spostato il suo carrettino duecento metri più in là, lontano dai chiostri cinquecenteschi e dalle raffinate narici di chi li frequenta. L’orario di esercizio resta però invariato: dalle sette di sera alle tre del mattino, l’ideale per i tiratardi. A Milano, invece, e in tutta la Lombardia, nessuno potrà più vendere carni arrostite oltre l’una di notte, né tanto meno consumarle passeggiando all’aperto.Levriero_afgano3
Non ci risulta che i consiglieri lombardi abbiano studiato a Christ Church, ma quanto a ricercatezza e senso del decoro hanno ben poco da invidiare ai «dons» di Oxford. Che diamine, era tempo che qualcuno erigesse un argine all’invasione di cibi alieni, incompatibili con le nostre tradizioni gastronomiche legate alla cassoeula e all’ossobuco, e ripulisse le vie cittadine dal puzzo di fritto e dalle cartacce. Ma perché fermarsi al kebab? Molti Ristoranti libanesi, per esempio, servono da copertura a estremisti musulmani e militanti di al-Qaida. Sarebbe più prudente chiuderli, lasciando in vita soltanto quelli gestiti da chef cristiano-maroniti (seguaci di Marone, eremita siriano molto caro all’attuale ministro dell’interno). E comunque, il comparto alimentare è solo la punta dell’iceberg di un’islamizzazione strisciante che andrebbe combattuta con misure ben più drastiche.
Vi siete chiesti ad esempio perché, nelle strade di Milano, si vedono in giro tanti Levrieri Afghani senza guinzaglio né museruola, che scorrazzano e defecano dappertutto? Li allevano gli Imam fondamentalisti, rimpinzandoli di kebab al solo scopo di lordare i marciapiedi degli infedeli. E chi traccia quegli arabeschi sui muri, se non qualche oriundo dai Paesi della Mezzaluna? Come mai la Coop fa promozioni di caffé Arabica e i numeri civici sono scritti in cifre arabe? La verità è che ci stanno colonizzando. Vuoi mettere l’eleganza della numerazione romana? «Stasera ci vediamo all’Osteria di via Lorenteggio XCVIII. Basta kebab, più cassoeula per tutti!».

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Commenti

Comunque ieri sera a Bergamo, Città alta, alle 23 era impossibie avere un'italianissima pizza, con la città alta strapiena di gente.
Meno male che c'era il kebab....

come sempre lucido ed ironico!! in presenza di fenomeni come quello della regione Lombardia, mando ai miei amici il testo di un manifesto tedesco che mi sembra utile all'uopo: "Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero"

Gentile signor Chiaberge, il suo post è decisamente arguto e divertente, ed io condivido con lei la convinzione che lo spirito della norma miri direttamente a contrastare le "kebabberie" (sic, Stefano Benni potrebbe scrivere un nuovo libro sullo "sdoganamento" di certi termini e certe insegne), ma la lettera è diversa e in quanto tale per certi versi comprensibile se non condivisibile: punta a distinguere tra esercizi con licenza di somministrazione (che possono chiedere -pagando- di attrezzare spazi esterni con tavoli, panche e ombrelloni, e quelli con licenza di mera produzione di cibo, anche consumabile immediatamente, che attrezzare l'esterno non possono.
Ne abbiamo discusso ampiamente su Dissapore qui e qui .
Il punto sarà piuttosto il vigilare sulle modalità effettive di applicazione della norma: dove andranno a "vigilare" i vigili di Milano? La "polizia locale lombarda" multerà i panzerotti del centro o solamente gli "invasori" delle periferie?

Basta kebab, più cassoeula per tutti? Perché no? Visto che la cassoeula è assai più buona (provocazione per provocazione). E poi, se lo lasci dire, non le sembra un po' ridicolo scrivere questo articoletto domenicale sul giornale della Confindustria i cui dirigenti, abituati all'Enoteca Pinchiorri o al ristorante Dal Pescatore o simili a tre stelle Michelin, mai apprezzerebbero il puzzo di fritto e le cartacce? Le piace proprio la parte della foglia di fico?

Roberto Fabrizi

Il male che temi diventa realtà in seguito a ciò che tu stesso fai, scriveva Goethe. Sottoposti ad alterne iniezioni di paura e di sedativi, abbiamo sviluppato meste idiosincrasie verso tutto e tutti, fatta eccezione per la dittatura effettiva dell’illusione. Mancava ancora qualche motivo d’odio, e ora le inquiete autorità longobarde sono sicure di avercelo fornito con un provvedimento che equipara ideologia e paranoia.
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Da dove possono aver tratto spunto? Se potessi sospettare in loro un’attitudine per qualche lettura non troppo convenzionale, azzarderei una traccia, per esempio il nome di Louis Destouches, il quale, scambiando e travisando Engels con Feuerbach, scriveva: «“L’uomo è precisamente ciò che mangia!” Engels aveva scoperto anche questo, quel furbacchione! ». Quindi il divieto tenderebbe ad evitare possibili contaminazioni, a preservare intonsa la granitica etnia padana. E, invece, molto più verosimilmente, nasconde forti ragioni di business, tanto per dirla in celtico.
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Come negli sceneggiati dozzinali, la satira più esilarante è involontaria, incastonata negli atti ufficiali non meno che nelle dichiarazioni solenni. E a proposito di buon costume, civiltà, odori e afrori e peccati di gola che diventano reati, credo meriti rilievo un brano che riporto fedelmente e integralmente da una intervista rilasciata dall’assessore all’istruzione della provincia di Vicenza al quotidiano Il Gazzettino, in data 19 ottobre 2008:
«Dipendesse da me, introdurrei per studenti extracomunitari altre materie oltre all'italiano e alla cultura italiana. Per esempio, la cultura della quotidianità, dell'atteggiamento personale e delle relazioni interpersonali nella nostra società. E questo comprende anche l’igiene, il tenersi puliti, perchè anche gli odori possono essere fonte di pregiudizi e di emarginazione ».
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Questa è l’Italia «vecchissima e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti», come scrisse Noberto Bobbio: quella che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo. E, aggiungiamo, il kebab come lebbra urbana da tener a debita distanza.

Pensavo propio ieri sera a come complimentarmi per l'ironia di questo pezzo, affilata, è il caso di dirlo, come una scimitarra.

Caro Roberto, oggi Chiaberge pranzerà al Pescatore, per non deludere il suo stereotipo. Poi le manderà il conto....

Perché non dire, chiaramente, che Formigoni e la sua Giunta di centro-destra sono dei razzisti? Perché nascondersi dietro il kebab? Ma chi è veramente razzista? Non per caso i sedicenti figli di Allah che si credono la razza eletta e, per diritto divino, ritengono di non dover sottostare alle regole dello Stato che li ospita? Che una certa cultura salottiera nostrana vorrebbe fossero trattati da più uguali degli altri, come i maiali di Orwell.

No, caro Vernai: all'Enoteca ci vada lei e mandi il conto a Chiaberge, datosi che lei funge da suo avvocato difensore.

Gentile Sig. Chiaberghe,
la sua ironia colpisce l' incapacità delle istituzioni di combattere i fenomeni di degrado delle nostre città che pur esiste e si aggrava.
I personaggi che senza guinzaglio defecano e pisciano dappertutto non sono allevati dagli Imam, non sono allevati, sono incivili.
Il problema si sposta, come evitare l' imbarbarimento delle nostre città ? Con una analisi puntuale che sappia trovare i metodi adatti che consentano anche di favorire una veloce integrazione.
L' ironia sta bene ma il problema non si può negare e deve essere risolto.

Sarebbe opportuno ci pensassimo tutti.
Padova, 3 maggio 2009 Giancarlo Vedana

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Biografia Autore

  • Riccardo ChiabergeRiccardo Chiaberge

    "Il compito dell'uomo di cultura è più che mai quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze" (Norberto Bobbio)
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