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I fannulloni della cultura italiana all'estero

Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell’arte e della creatività? L’equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas. Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all’estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti.
Ma non fanno bene né l’uno né l’altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all’altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.
Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza. Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi).
Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa per i campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti». Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.
Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l’incultura.

Commenti

"Ciao Luigi,
qui la scuola è finita e da domani ci prepariamo per la maturità. Io sono in partenza per Malles Venosta. Immagino che tu abbia ancora lezione, come sta andando? Sei contento della scelta fatta?
Ho appena letto un articolo sulla prima pagina del giornale Il sole 24 ore intitolato "Fannulloni italiani all'estero" di Riccardo Chiaberge sugli insegnanti nominati dal Ministero degli Esteri. Sembra che non facciano niente e guadagnino otto-diecimila euro al mese!"
Comincia così un Mail che mi raggiunge mentre mi accingo, nel mio sottotetto di Francoforte, dopo una settimana di fatica dura e pura, ad andare in palestra per tenere i valori del glucosio sotto controllo e continuare a vivere un'esistenza decente da diabetico di 47 anni che non si cura con l'insulina, ma con il lavoro ed il movimento.Vengo dall'Alto Adige, sono insegnante di ruolo nella scuola in lingua tedesca della provincia autonoma di Bolzano e qui, dopo una selezione linguistica effettuata a Roma l'anno scorso, da Gennaio, sono impiegato come insegnante di italiano, storia, geografia in un liceo bilingue di Francoforte. Si tratta di una delle poche istituzioni non assistenzialistiche finanziate dal nostro Paese, che si propone di costruire cittadini europei plurilingui e con maturità italo tedesca. La mia scuola è amministrata dal Land Hessen e l'Italia paga 3 insegnanti per il progetto bilingue. Lavoro molto di piu' dei miei colleghi in Italia, gli insegnanti tedeschi fanno almeno 24 ore piu' le riunioni, ho riunioni doppie e triple: rispetto all'Italia: consolato, scuola, colleghi del corso bilingue. Non mi pagano straordinari, viaggi di istruzione, sorveglianze, corsi di aggiornanento etc. etc. Per mia figlia, venuta qui con me -sono divorziato- mi danno 192 euro al mese. Ne percepisco complessivamente circa 5000. Sono dottore di ricerca, ho lavorato in una grande quotidiano, insegnato storia romana all'università di Bologna, appreso un tot di lingue, fatto parte della Commissione per gli esami di bilinguismo della Provincia Autonoma di Bolzano, insegnato scienze della comunicazione nella Scuola di Polizia, scritto articoli storici e giornalistici. Ho due pagine e mezza di curriculum personale. Eppure, se non si specifica di chi si parla e che ci sono anche altre categorie di insegnanti all'estero, qualcuno potrebbe dire che non lavoro e rubo lo stipendio.
Un affitto costa piu' di 1000 euro al mese, a Francoforte. La vita è particolarmente cara, qui. Devo preparare nei dettagli ogni lezione, lavorando in un progetto sperimentale, preparare ogni intervento ed ogni sovrapposizione con i colleghi tedeschi con cui opero anche i tandem. Parlo con famiglie e cerco di rappresentare, con l'esempio del mio lavoro, l'Italia all'estero nel miglior modo. I colleghi tedeschi mi stimano e si fidano. Sarò, da agosto, rappresentante della Scuola e del Progetto Bilingue al Consolato e coadiuvo un mio collega nei rapporti, continui, tra Ministero dell'Assia e Scuola. Ad Agosto, quando, dopo 6 settimane di ferie, riprenderemo la scuola, sarò insegnante di classe in un paese ed in un'istituzione in cui tutta la parte burocratica è in tedesco.
Direi che vengo pagato molto molto poco. Si informi e confronti il mio stipendio con quello dei docenti delle scuole europee, dei lettorati e di quanti operano in altre istituzioni italiane all'estero...
La saluto con cordialità
Luigi d'Ambrosio

Gentile professor d'Ambrosio,
nel mio contrappunto, come avrà visto, non mi riferivo agli insegnanti italiani che lavorano, come lei, in una scuola di un altro paese, ma agli addetti culturali degli Istituti Italiani di cultura. E comunque, mi pare chiaro che lei sia tutt'altro che un fannullone. cordiali saluti e auguri per il suo lavoro,
Riccardo Chiaberge

gent. sig. chiaberge,

nel suo articolo tra tante verità, lei ha scritto pure qualche amenità. mi perdoni ma buttare il bambino con l'acqua sporca è un'attività che lascerei ai giornalacci tipo " bild zeitung " tedeschi. sono un impiegato a contratto presso l'iic di monaco di baviera e con l'occasione desidererei prendere le difese di tutti quei " contrattisti " che lei nel suo articolo arduamente vitupera. il personale di ruolo. se vorrà, si potrà difendere da solo.

ci impegniamo con serietà ed abnegazione quotidianamente e non lavoriamo solo 36,17 ore alla settimana ( personalmente ne dovrei recuperare 82 ). siamo l'ossatura e la mente storica di ogni iic. conosciamo profondamente il contesto socio culturale nel quale lavoriamo e viviamo. conosciamo benissimo la lingua locale e manteniamo quotidianamente i contatti con le istituzioni culturali locali.
non è un optional sapere chi è saviano, cattelan ( che personalmente non amo ) o ozpetek ma un " must ", visto che gli italofili locali ti richiedono costantemente informazioni culturali e non. ci occupiamo della contabilità, dei corsi di lingua, delle iscrizioni universitarie, della biblioteca dei singoli iic, dell'organizzazione delle manifestazioni culturali. i nostri stipendi sono molto, ma molto meno, di quello che prende un addetto ( poi ci sono gli addetti reggenti e poi i direttori ed ancora i direttori di chiara fama ...) ed anche meno, ma molto meno, dei lettori ministeriali. non mi ritengo un rom culturale ( si potrebbe intravedere in questa sua terminologia un alito di razzismo.....)perchè so esattamente da dove vengo e chi nel mio piccolo rappresento.
ho sposato un'italo-tedesca e con lei sono terribilmente felice ed i miei figli cerco di educarli facendogli scoprire quotidianamente le bellezze ( e purtroppo anche le nefandezze ) del nostro paese. E se lei, gent. sig. Chiaberge, crede che gli italiani all'estero siano rimasti ai tempi della Loren e di Pavese ( che adoro ) allora si faccia un giretto in Baviera e ci venga a trovare. Saremo fieri di dimostrarle il contrario e le faremo capire quanta Italia c'è in questo Land tedesco.
Con alcune sue costatazioni lei, sig. Chiaberge, ha dimostrato definitivamente di non conoscere esattamente la realtà degli Istituti Italiani di Cultura.

Con amicizia

Giuseppe Scorsone


Gentile dottor Chiaberge,
mi dispiace, si mi dispiace tanto leggere cosi' male e con tant acrimonia della categoria cui appartengo su un giornale che ho sempre considerato tra gli strumeni informativi piu' attendibili per il mio lavoro.
Sono un addetto culturale e non in quanto ex-professore in soprannumero. Ho superato una selezione nazionale cinque anni fa, piu' o meno, dove da qualche migliaio di candidati sono "giunti alla meta" in 28. Qualche mese fa e' avvenuto il reclutamento di un altro scaglione di addetti, sempre a seguito di un concorso nazionale.Al Mae, gli addetti vengono reclutati cosi' da un po' di anni a questa parte.
Tutti noi parliamo almeno due lingue ( come da obbligo concorsuale) e siamo stati sottoposti ad una selezione oltremodo impegnativa, che ha previsto una preparazione di cultura generale di notevole livello ( puo' verificare il numero e la tipologia delle materie d'esame) oltre a prove di contabilita' e diritto amministrativo.
Il primo incarico all'estero e' arrivato per me dopo 4 anni, e sono stata tra coloro che hanno avuto la possibilita' di partire tra i primi. Vivo e lavoro in Russia, da sola e con tre figli al seguito. Svolgo il lavoro che amo e per il quale mi sono messa in gioco, questo senza dubbio, ma che mi impegna in media 10 ore al giorno.Mi lasci aggiungere, tra l'altro, che la vita all'estero e' tutt'altro che facile e il cammino non e' sempre costellato di pailettes
Il mio, anzi il nostro orario, visto che lavora con me una stimabile collega ed un direttore instacabile, dipende dalla programmazione dell'istituto e quindi dagli eventi che abbiamo in essere e che di frequente cadono nel fine settimana. Promuovere la cultura italiana all'estero e' nostro compito, e cerchiamo di farlo nella maniera migliore a prescindere dal calendario.
Per l'inaugurazione che abbiamo avuto questa sera, e per la quale lavoriamo da settimane incluso ieri(domenica), oltre alla fase preparatoria di elaborazione dell'evento, ho seguito dalle prenotazioni dei taxi per tutti gli ospiti, ai comunicati stampa, alla preparazione delle apparecchiature tecniche per alcuni artisti fino alla definizione delle liste degli invitati .
Direttore, mi lasci dire non e' corretto marchiare in maniera cosi' lapidaria e virulenta una intera categoria. Tra gli addetti, cosi' come tra veterinari e giardinieri vi e', naturalmente, una quota fisiologica di persone non sempre all'altezza, ma mi appare veramente eccessivo puntare la penna con tanta durezza nei confronti di tutti coloro che di mestiere fanno gli addetti culturali,proponendo che nella comune percezione addetto venga ad essere sinonimo di fannullone.
Personalmente mi auguro che tanta rabbiosa amarezza possa essere smentita da esperienze future piu' felici di collaborazione con Istituti.
Con stima
M.Sica

Bravo Chiaberge! Aggiungo un esempio molto significativo: presso l'istituto italiano di cultura in una capitale sudamericana si tengono (giustamente) corsi di lingua italiana. Ai corsi hanno partecipato alcune signore di mia conoscenza, che mi hanno riferito quanto segue. L'insegnante ha chiesto quale fosse il participio passato del verbo leggere, e una di quelle signore ha risposto "letto". L'insegnante ha rilevato l'errore, spiegando che la forma corretta è "leggiuto". Che Dio ne scampi.

Gentile sig. Chiaberge ,
le scrivo a proposito dell’articolo da lei sottoscritto ieri sul “Sole 24 ore” con cui ha inteso insultare l’onesto e rilevante impegno del personale degli IIC.
Desidero farle presente che onestà intellettuale e correttezza deontologica vorrebbero che prima di sottoscrivere articoli duri ma infondati sarebbe opportuno raccogliere qualche informazione che non sia né faziosa né opportunista né, infine, tendenziosa: mi pare che nel caso del suo articolo queste tre condizioni, invece, ricorrano tutte. Vorrei solo premettere che, così come nel mondo del giornalismo – specie quello sovvenzionato dallo Stato e, dunque, non soggetto o assoggettabile al severo giudizio del pubblico e del mercato – allignano penne più o meno competenti e più o meno degne di chiamarsi giornalisti (in alcuni casi sarebbe meglio definirli ‘emissari’ oppure ‘clienti’ di cordate di potere, dunque fannulloni della carta stampata), anche nel Pubblico Impiego esistono sacche di inefficienza. Da qui a sparare senza mira su intere categorie di professionisti, ritengo lo capisca da solo, ci passa una bella differenza!
Sono in servizio a Varsavia da cinque anni in qualità di “Addetto culturale” (secondo la sua definizione) e, in questo periodo, ho provveduto a mie spese ad imparare il polacco per offrire un servizio qualitativamente migliore al pubblico dell’Istituto Italiano di Cultura (aggiungendo, così, la conoscenza di una terza lingua all’inglese e allo spagnolo con cui ho superato ben due concorsi: nessun transito ope legis!), come ho assolto ad ogni mio compito senza riguardo all’orario, al dispendio di energie, e perfino alla tutela della mia stessa salute, convinto della priorità assoluta del compito che mi è stato assegnato. In passato ho insegnato al liceo e all’università in Italia e all’estero, ho pubblicato libri con Vallecchi, Mondadori, Mursia e Garzanti. In tutto questo, non ritengo affatto di appartenere ad una minoranza di “eccezioni, funzionari colti e volenterosi”: poiché, casomai, è il contrario, alla minoranza di fannulloni appartengono quei tristi e vetusti figuri che lei descrive nel suo articolo e che io non ho ancora incontrato né fra gli “Addetti” né fra i “Contrattisti”. Le ricordo, peraltro, che negli ultimi dieci anni ci sono stati ben tre concorsi pubblici che hanno posto fine ai ‘transiti’ generalizzati nell’Area della Promozione Culturale: e gli Istituti si sono arricchiti di energie nuove, di artisti, di intellettuali, di persone con un taglio professionale e manageriale di alto profilo. A costoro – questo sì – sono assegnate risorse ridicole con cui far funzionare la complessa macchina della promozione culturale.
Lei sostiene, poi, che non vi è disagio nel vivere a New York o a Tokio (infatti non sono classificate come sedi disagiate): ha mai provato cosa significa costringere i suoi figli a cambiare scuola, paese, lingua ogni 5 anni? Ha mai provato cosa significa essere dall’altra parte del mondo mentre suo padre muore? Ha mai avuto la possibilità di provare a vivere con 6000 euro al mese (lei parla di 8-10 mila) a New York, dove l’affitto di un piccolo appartamento costa almeno 4000 e dove è comunque costretto a “rappresentare” l’Italia? Per ogni “Chiara fama” che viene indennizzato all’estero (non si parli, erroneamente, di stipendi: qualunque ragioniere potrà spiegarle la differenza tra indennità e stipendio), si possono pagare tre indennità di sede di un “Addetto culturale” : e può perfino succedere che il “Chiara fama” passi in ufficio qualche ora, tra un impegno e l’altro, tra una presentazione di un libro ed un talk show, tra una promozione editoriale e la stipula di un contratto di collaborazione (a pagamento, cosa resa impossibile per i funzionari dello Stato), demandando all’Addetto i compiti d’ufficio. E’ questa la vera emergenza dell’erario, da affrontare con «tolleranza zero», l’immigrazione clandestina nella Pubblica Amministrazione di professionalità esterne che si sovrappongono a quelle più che qualificate che già esistono (o vogliamo dire che non sono qualificate solo per sostituirle con i “chiara fama”?). Le faccio una contro proposta: chiediamo tutti insieme al Ministro Brunetta di emendare la Legge (401/90), in quella parte che consente queste dispendiose “Consulenze” di personalità cosiddette di “Chiara fama” pagate per tre volte quello che un onesto funzionario pubblico costerebbe allo Stato e, dunque, a noi tutti!
Cordiali saluti

Angelo Piero Cappello

Caro Chiaberge,
anch'io sono un giornalista italiano che opera in Irlanda da piu' di trent'anni, editore di un un giornale (Italia Stampa - www.italiastampa.eu) rivolto alla comunita' italiana in Irlanda.
In tale capacita' sono in continuo contatto con l'Istituto Italiano di Cultura a Dublino.
Sono piu' che sorpreso di legere i tuoi feroci commenti sugli Istituti italiani di Cultura all'estero. Confesso che non conosco le realta' in altre sedi e quindi accetto i tuoi commenti con "beneficio d'inventario", ma ti posso assicurare che l'attuale Direttore del locale Istituto e' un mostro di creativita', efficienza e vero portavole della nostra cultura in suolo d'Irlanda. E poi opera con appena due contrattisti,e attiva qulacosa come 70 eventi all'anno, offrendo e gestendo, tra l'altro corsi di italiano per piu' di 300 studenti irlandesi.
Credo che le tue energie intellettuali di giornalista potrebbero rendere un servizio migliore per denunciare la ridicola,sempre piu' opprimente struttura burocratica in cui tutti gli operatori italiani, inclusi gli Istituti italiani, sono costretti ad operare ormai da tempi immemorabili.... almeno dal tempo dei Borboni. E la situazione invece di migliorare, peggiora...
Cordialmente
Concetto La Malfa

Gentile sig. Chiaberge,
sono impiegata a contratto (o "contrattista", come lei ha voluto definirmi) presso l'IIC di Buenos Aires, una città che si vanta di avere il 57% di popolazione di origine italiana. Non ricordo se in questo Istituto nessuno degli impiegati sia mai riuscito a lavorare le 36 ore di cui lei così allegramente parla nel suo articolo. Perché oltre all'orario normale di ufficio dobbiamo essere presenti a tutte le manifestazioni culturali da noi organizzate, che iniziano normalmente non prima delle 18.00 e spesso anche di sabato e domenica. Recuperare quelle ore straodinarie? Quando mai!!! Se volessimo recuperare quelle ore, chi si occuperebbe di portare avanti il resto del lavoro?
Faccio tanti lavori in questo Istituto, sig. Chiaberge, dalle traduzioni alla grafica, dalle lezioni di italiano alla preparazione del bollettino mensile delle attività. Posso anche ricevere il pubblico in Biblioteca, rispondere lettere, , sottotitolare i film, riferire la storia dell'Italia o, se necessario, preparare anche il caffè agli ospiti occasionali. Nessuno in questo istituto trova nessun problema a fare nessun lavoro né guarda l'orologio per vedere se è già finito l'orario di servizio. Perciò trovo molto scorretto da parte sua che con durissime espressioni cariche di razzismo, Lei abbia mescolato le sue assurde e infondate opinioni sul nostro disimpegno con espressioni xenofobe. Come si è permesso di giudicare chi ha sposato cittadini del loco piuttosto che italiani?. In realtà, signor Chiaberge, lei sta dimostrando con queste affermazioni che è molto informato riguardo ai nomi degli intellettuali contemporanei italiani ma ricorda ben poco della storia italiana. L'Argentina ha ricevuto per anni milioni di suoi connazionali, che ancor oggi ricordano con nostalgia la loro patria. I nostri Istituti, infatti, devono rispettare i sentimenti di quegli italiani che, emigrando, hanno contribuito a fare anche l'Italia attuale in cui lei così comodamente vive. L'offerta culturale deve includere proposte per tutti, anche per loro. Non solo la conferenza su Cattelan.
Invece di criticare il professore che sbaglia con un participio passato si domandi piuttosto come collabora un paese che spende miliardi in calciatori all'aggiornamento linguistico e didattico degli insegnanti che devono diffondere sia la lingua che la cultura italiana all'estero.
Il personale degli Istituti deve avere per forza una preparazione molto vasta. Non è sufficiente conoscere altre lingue o il nome degli scrittori più giovani. Si devono conoscere le ultime tendenze del design, le correnti filosofiche, i nuovi grandi musicisti, le novità nelle arti figurative, i film più recenti, le nuove proposte teatrali, le novità editoriali,... Ed anche bisogna sapere di turismo, come si regolano le università, dove indirizzare le persone che vogliono fare altri studi in Italia.... Sono tante e talmente diverse le domande a cui ogni giorno dobbiamo dare risposta e soluzione.
Gentile sig. Chiaberge, La prego di informarsi bene prima di scrivere il suo prossimo articolo. E La prego anche di evitare quelle durissime espressioni razziste che offendono non solo il personale degli Istituti di cultura ma tutti gli esseri umani.
Cordialmente
Alicia Mannucci

Gentile Dott. Chiaberge,
sono uno di quei fannulloni in giro per il mondo a diffondere la cultura italiana, da Lei chiamato in causa nell'articolo comparso il 15 giugno su "Il Sole 24 ore".
Sono a Madrid dall'aprile 2004 in qualità di "Addetto culturale" e da buon fannullone, oltre a conoscere la profonda realtà di questo splendido Paese (la sua lingua, la sua storia, la sua cultura, i suoi legami con l'Italia), avendo già insegnato come lettore nelle Università di Cáceres e Granada, mi sono dedicato in questi anni all'approfondimento delle trame culturali tra i due Paesi studiando le connessioni tra i movimenti avanguardistici dei primi anni del '900, in particolare Futurismo ed Ultraismo, argomento della mia tesi dottorale.Allora Lei, giustamente, si chiederà: "ma invece di lavurà il fannullone in questione si dedica ad approfondire i suoi studi"!? Ebbene sì, ma con qualche precisazione! Le faccio presente che il lavoro in questo Istituto non manca mai, svolgendo le mansioni di addetto/ coordinatore linguistico,organizzatore di eventi con particolari riferimenti ai temi letterari, storici e filosofici, alle relazioni con Enti ed Istituzioni spagnole, nonchè con le Università ed i lettorati con un monte ore settimanale che spesso sfiora le 50/60 ore, per cui non sono mai riuscito frettolosamente a distogliere il naso dalle "sudate carte" o ad abbandonare una riunione con poca deontologia professionale, iniziando regolarmente la mia giornata lavorativa, nella quale sono spesso previsti eventi serotini e notturni, sempre alle 9,00. Le riconosco - come Lei giustamente sottolinea - che in tutto questo non c'è disagio e che con lauti guadagni ci si può permettere di vivere a NY come a Tokyo e, perchè no?, a Madrid. Faccio presente che, pur non raggiungendo le alte cifre che Lei cita, a dimostrazione di una lampante disinformazione, un addetto riesce a vivere dignitosamente con una indennità di sede godendo anche di assegni familiari che vengono sempre "reinvestiti nella buona educazione della prole", nel pagare affitti che devono comunque essere di rappresentanza, senza considerare il vero disagio dovuto ai trasferimenti che, nel migliore dei casi, avvengono entro i 5 anni.Non mi sarei mai aspettato da Lei,acuto giornalista e doctor subtilis, i cui spunti intelligenti ho sempre apprezzato su un giornale che ha tutta la mia stima professionale, una superficialità tanto evidente nell'affrontare un tema così delicato quale è quello dell'immagine dell'Italia all'estero, perchè ha trascurato la ricchezza ed il patrimonio intellettuale che il nostro Paese cerca ancora di difendere promuovendo aspetti della nostra cultura non più in chiave "passatista", ma con un'azione sistemica in cui è possibile presentare "eccellenze" intellettuali e territoriali(chieda, a riguardo, alle nostre Province l'impressione che hanno avuto collaborando con l'IIC di Madrid, ma anche a Paolo Mieli che è stato da noi qualche mese fa partecipando ad un significativo incontro su giornalismo italiano e spagnolo!). Non promuoviamo solo Pavese ed il neorealismo, ma cerchiamo di offrire spunti sulla più stretta attualità, presentando anche autori "scomodi" dei nostri giorni, da Fallaci a Strada nel nostro Caffè letterario che è punto di incontro metropolitano tra scrittori italiani e spagnoli ed un pubblico sempre più motivato.
Le faccio anch'io una proposta: non sarebbe il caso che Lei approfondisse i contenuti della Legge 401/90 che riguarda i nostri IIC e facesse una seria analisi offrendo a tutti noi, addetti/fannulloni, suggerimenti per una sua seria riforma?
Cordialmente,
Ugo Rufino

Gentile Riccardo Chiaberge,

Grazie!! Grazie veramente di cuore per aver citato la nostra categoria, quella degli impiegati a contratto, in riferimento agli Istituti Italiani di Cultura!
La nostra è una categoria occultata all’opinione pubblica italiana, che viene assunta a seguito di concorsi pubblici seri e che si qualifica, tra l’altro, per la padronanza di almeno due lingue e la conoscenza, non rinascimentale ma attuale, della cultura di origine e quella del Paese ospitante: per cui Özpetek, Cattelan e Saviano non sono affatto delle sigle anonime, ma prendono vivacemente profilo nelle conversazioni con persone del posto che vogliono sapere di più dell’Italia di oggi spaziando dal cinema alla letteratura ed infine ai grandi temi di società.
Fannulloni? Va bene, abbiamo capito che oramai è diventato quasi un gioco di società calcare su alcuni trend stereotipati per cui il dipendente statale è equivalente al fannullone e all’ignorante. Però siamo un tantino oggettivi: Lei conosce veramente la realtà in cui operiamo quotidianamente? E scusi, cosa c’entrano adesso i matrimoni misti e la perdita di appartenenza culturale? Allora ha sbagliato anche la povera Carla Bruni! E il cognome Chiaberge è proprio tutto italiano doc?
Ma non è forse così che – proprio per prevenire una perdita di identità - chi vive all’estero si sente ancor più stimolato ad aggiornarsi, a mantener viva la propria italianità, adottando addirittura a volte degli atteggiamenti ipercritici verso se stessi e il proprio Paese?
In questo senso siamo noi “Italians” ad accorgerci che tantissimi italiani che vivono in Italia non hanno la più pallida idea di chi siamo e come viviamo realmente. Che sia provincialismo? Fermiamoci a questa affermazione per non slittare in una considerazione molto più negativa…
Diritti? Chi parla di persone superpagate (ci dovrebbe veramente spiegare quali sono le sue fonti) indirettamente fa intendere che si tratta anche di persone superprivilegiate. A livello proprio di diritti, Lei sa che la nostra categoria è quella meno tutelata? Solo un piccolo flash per non appesantire troppo il nostro cahier de doléance: Lei sa che un impiegato a contratto (a legge locale e legge italiana) ha il diritto di ammalarsi solo dai 45 gg ai 90 gg. nell’arco di tre anni? E se gli capita di fratturarsi una gamba o di avere una malattia molto più seria, cosa succede, Dott. Chiaberge? E poi possiamo aggiungere alla lista la mancanza di progressione in carriera, di qualsiasi formazione e, dulcis in fundo, anche la mancanza di rappresentanza sindacale (RSU) per tutti i nuovi assunti dal 2001. Questi sono alcuni dei nostri privilegi!
Controproposta: Ma perché non viene veramente a conoscerci, ad esplorare il nostro quotidiano così potrà con molta più cognizione di causa dare quelle informazioni vere e giuste ai lettori di una testata così importante come quella de “Il Sole 24 Ore”?

Un caro saluto,

Cristina Rizzotti, Cesare Ghilardelli, Dario Losciale, Martin Miller: IIC Stoccarda

Ho letto con molto interesse gli interventi di questo blog perche' per il mio lavoro mi capita spesso di viaggiare e di visitare e frequentare gli istituti italiani. Dunque li conosco e ritrovo come vere solo in parte le critiche che vengono mosse ai direttori e agli addetti che vi lavorano. Ho conosciuto per esempio un direttore di una citta' del nord europa che non risponde affatto a quello che lei descrive: grazie all'abnegazione e all' impegno profuso l'istituo era diventato il centro culturale straniero piu' importante e rappresentativo nel paese. E' pur vero che ritornandoci dopo alcuni mesi - con un direttore nel frattempo cambiato - l'Istituo era sprofondato nell'oblio piu' totale. Mi e' anche capitato di essere invitato ad una serata in un altro istituto e gettando lo sguardo intorno ho notato sotto un banco un vecchio giornale abbandonato del 1961, e questo e' accaduto solo due anni fa! Un altro nel quale sono casulamente passato alcuni mesi fa, ha un giardino in cui vivono e vengono nutriti oltre 40 gatti. Potete immaginare la puzza! Ma davvero gli esempi positivi sono di gran lunga maggiori di quelli negativi. Grazie agli istituti italiani di cultura ho potuto vedere e ascoltare all'estero cose straordinarie, che raramente si possono ammirare in Italia: concerti e balletti di altissimo livello, festival e retrospettive di cinema italiano, spettacoli di teatro contemporaneo, mostre, installazioni d'arte, etc etc eventi tutti che fanno onore all'Italia. Forse invece di sparare a caso e nel mucchio si dovrebbe esaminare con piu' attenzione l'operato dei direttori e giudicare con maggiore equilibrio il loro impatto nel paese in cui operano.

Ci fossero solo i fannulloni all'estero,.....ma lasciassero lavorare chi ha voglia di lavorare e fare non solo per la cultura e l'immagine dell'Italia ,ma anche per le nostre Comunita'.Purtroppo sulle mie spalle ne ho pagato le conseguenze come Presidente del Comites Grecia,che non solo ho lavorato,ma ho anche offerto gratis i miei uffici alla Comunita' e alle Istituzioni....ma chi lavora da' fastidio soprattutto se rompe e denuncia ....ma l'Italia anche all'estero e' una fotocopia dell'Italia in PATRIA!i particolari sul ns sito www.lanartist.com/wordpress

Ho apprezzato molto il suo commento sugli IIC. La invito a leggere le mie note proprio sugli IIC, in particolare quelli ellenici, inviandole un link (prima pagina Ammuina e cultura): http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=5170

Inoltre le chiedo di poter usare il suo articolo per il numero di settembre di Eureka
Grazie
Sergio Coggiola

Gentile Riccardo Chiaberge,
sono un redattore di un giornale che si occupa di italiani all'estero. Ho molto apprezzato il suo intervento sul personale degli IIC. Ci siamo permessi di pubblicare integralmente il suo articolo sul nostro quotidiano nella speranza di far nascere un dibattito sugli istituti e più in generale sulla promozione della cultura italiana nel mondo.
Un saluto
Stefano Pelaggi

Gent.mo dott. Chiaberge,

mi riferisco al suo articolo di domenica 15 giugno scorso su “Il Sole 24 ore” riguardo a “I fannulloni della cultura italiana all'estero”.
Sarei tentato di risponderle con un invito a venire a Cracovia, ove da 5 anni lavoro come Addetto responsabile presso l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, Sez. di Cracovia. La inviterei volentieri se non fossi prossimo alla scadenza del mio mandato in Polonia. Non potendole proporre di verificare con i suoi occhi, le diro’ che in questi anni ho avuto modo di organizzare attivita’ culturali e di collaborare con praticamente tutte le istituzioni culturali polacche ed internazionali piu’ importanti che operano a Cracovia e nell’area sud del Paese che e’ di mia competenza. Un lungo elenco che, per brevita’, le risparmio, ma che sono pronto a fornire a richiesta. Per realizzare le iniziative di cui sopra mi sono spesso attivato autonomamente prendendo contatto con enti locali italiani interessati a realizzare progetti culturali ed attivita’ in Polonia (qualche accenno tanto per esemplificare: una mostra di disegni di Michelangelo, una mostra di gessi ed opere di Antonio Canova, mostre di design automobilistico, concerti di singoli artisti tra cui Uto Ughi, Ennio Morricone o di importanti orchestre italiane tra cui Europa Galante, Accademia Bizantina e la Capella Pieta’ de’ Turchini, spettacoli de “Il Piccolo Teatro”, attivita’ legate alle frequentissime visite di delegazioni italiane all’ex campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz che dista poche decine di km. da Cracovia). Spesso per trovare i mezzi necessari a coprire le spese degli eventi in questione, mi sono attivato anche, come e’ perfettamente normale in questo lavoro, per individuare sponsor privati e partner interessati a collaborare.
Non mi sento quindi un fannullone e sono indignato per le gratuite generalizzazioni (nonche’ per le imprecisioni e la disinformazione) contenute nel suo pezzo. Sono in genere il primo ad arrivare la mattina in Istituto e l’ultimo ad uscire, ben oltre l’orario stabilito. Non conto i sabati e le domeniche trascorsi a lavorare in o per l’Istituto e ad occuparmi di ospiti, delegazioni istituzionali, artisti, esponenti della cultura italiana in visita a Cracovia.

Qualche ulteriore notazione personale. Ho insegnato materie letterarie e storia nelle scuole medie superiori; mi sono occupato di ricerche di storia contemporanea presso la Fondazione “Luigi Micheletti” di Brescia e l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia; ho pubblicato in Italia ed all’estero vari saggi ed interventi sulla metodologia della ricerca storica, sull’Italia durante la Seconda guerra mondiale, sulla Repubblica Sociale Italiana e sul periodo Guerra-Resistenza-Ricostruzione. Dopo aver vinto un concorso pubblico (nessuna chiamata nominativa ne’ ope legis di alcun genere) sono stato inviato dal Ministero degli Affari Esteri presso le Università di Pechino e di Aix-en-Provence. Sono passato ai ruoli attuali con una procedura concorsuale.
Parlo inglese e francese correntemente, un poco di cinese e mi arrangio, in ragione dei miei cinque anni a Cracovia, anche con un poco di polacco.

Gentile dottor Chiaberge,
Sono un’altra fannullona addetta culturale. Ringrazio i colleghi che hanno inviato al suo blog il loro contributo dall’estero e, ovviamente, concordo pienamente con quanto hanno scritto. Io sono in servizio a Roma presso il Ministero Affari Esteri (regolare concorso pubblico 6 anni fa, 5 lingue straniere, precedente lunga esperienza di lavoro nel settore privato presso una banca inglese etc…). Sono in attesa di andare a svolgere la mia professione all’estero prima o poi. Nel frattempo io e i colleghi in sede qui al Ministero svolgiamo il nostro lavoro, che è tanto, spesso poco ripagato in termini di soddisfazione professionale (in fondo siamo statali fannulloni) e sicuramente mal retribuito in termini economici (1.300 € al mese… con casa in affitto, figli spesso alle scuole straniere per ovvi motivi di spostamenti etc…).
Senza dubbio il sistema nel quale operiamo presenta molti difetti e distorsioni che vanno corretti. Senza dubbio negli Istituti (come nelle Ambasciate, nelle banche, negli ospedali, negli uffici di vario genere etc…) ci sono persone di valore che si impegnano (e non sono solo eccezioni) e ci sono fannulloni. I correttivi, tuttavia, si possono probabilmente apportare ottimizzando le risorse umane già a disposizione. Un direttore “chiara fama”, (anche in questo caso ci sono i bravi e i non bravi), o altri “esperti” che vengono inviati all’estero, costano molto di più del personale di ruolo, arrecando, nella migliore delle ipotesi, un danno all’erario. L’eventuale maggior ricorso a personale esterno, di chiara fama, esperti, consulenti vari, rischia anche di alimentare l’ormai nota “casta”, che non piace a nessuno ma alla quale molti sembrano voler accedere.

Gentile signor Chiaberge,
leggo il suo articolo e l'unica sensazione che provo è quella della "tristezza". Tristezza dettata dalla constatazione del fatto che la stampa italiana è ancora intrisa di cotanta frequentazione con il luogo comune e con suo cugino, lo stereotipo. Di questi tempi, poi, in cui parlare di "pubblico" equivale a bestemmiare e solo il "privato" appare come cammino che porta alla salvezza, il suo "pezzo" appare come un assist (spero involontario) per la testa di qualche centravanti di sfondamento, voglioso di metterla nel sacco del servizio pubblico.
Sono il presidente del Comites del Messico, istituzione a suffragio universale che, come lei sicuramente saprà, rappresenta gli interessi dei connazionali residenti in un determinato Paese di fronte al proprio Governo. Rappresento, insieme agli altri consiglieri, una collettività che si misura ogni giorno con funzioni e, ovviamente, disfunzioni dell'Italia in Messico.
In tanti anni, l'Istituto Italiano di Cultura ha attraversato -come ogni cosa umana- diverse fasi, alcune delle quali anche negative per quanto riguarda il proprio livello di “produttività” e le relazioni con gli italiani qui residenti; attualmente, però, grazie anche all’opera costante e infaticabile di un gruppo di professionisti assolutamente all’altezza del compito affidato loro, il “nostro” istituto rappresenta un punto di riferimento sicuro per la Cultura italiana in Messico. Negli ultimi mesi, sotto la guida di Davide Scalmani (nelle sue funzioni di reggente) e dell’esperto accademico Franco Avicolli, e grazie alla forza di propulsione generata dalla professionalità di un gruppo straordinario di docenti, l’Istituto Italiano di Cultura ha dimostrato con i fatti che quanto lei scrive non risponde alla Verità, semmai a una delle molte realtà che si possono incontrare in giro per mondo.
Ora, capisco che il gusto della crociata a volte sia assolutamente irresistibile, è comprensibile anche se l’informazione, per essere tale, dovrebbe esserne immune e dedicarsi piuttosto alla ricerca dei fatti e non degli aneddoti. È vero che esistono funzionari e dipendenti pubblici che ci rappresentano all’estero che non fanno il proprio lavoro, professori, direttori, consoli e perfino ambasciatori, ma di lí ad affermare che sono tutti uguali, che buttiamo via i nostri soldi, che solo le eccezioni ci salvano da una situazione insostenibile, beh, caro signor Chiamberge, ce ne corre.
Lei col suo sfogo da terza crociata, non fa che alimentare il pregiudizio, la sfiducia del cittadino nelle istituzioni, l’idea liberista del dipendente pubblico come sanguisuga e parassita. Con lei saranno d’accordo certo quelle centinaia di migliaia di persone che criticano tutto, che parlano male delle biblioteche comunali ma non ci hanno mai messo piede, che gridano a mari e monti che i loro istituti di cultura non funzionano, ma non sanno nemmeno quale sia il loro indirizzo.
Il fatto che siate molti non cambia la sostanza.
Alla luce dei fatti messicani e conoscendo altre importanti realtà che fanno grande l’Italia nel mondo, io credo invece che lei debba delle scuse a quanti, facendo fronte a una politica culturale dei nostri governi –questa sí disastrosa- riescono sempre e comunque a rendere presente l’Italia nei Paesi dove operano.
Chieda scusa, perfavore, a tutti quei lettori, docenti, direttori (di chiara fama e non), esperti, bibliotecari, telefonisti che, malgrado l’inettitudine di una patria spesso cieca, sorda, inefficiente e disinformata, mantengono vivo nei Paesi dove operano il mito dell’Italia... Sí, proprio il mito, perché loro, che –malgrado lei dica il contrario- conoscono perfettamente la cultura contemporanea del nostro Paese, sono gli unici che fanno qualcosa –insieme alle molte associazioni culturali presenti sul territorio- perché questa cultura arrivi ai nostri anfitrioni, ben al di là di Giotto, di Beppino Di Capri e del neorealismo italiano.
La sa una cosa? Il suo articolo non fa che confermare un dubbio che molti noi hanno maturato da quando vivono all’estero: che se c’è qualcuno che dovrebbe riempire un vuoto culturale, questi siete voi italiani in Italia che, voi sí fermi alle navi transoceaniche e alle valigie di cartone, avete un’idea dell’Italia all’estero totalmente distorta e frutto, non me ne voglia, di una sacrosanta ignoranza.
Sabato prossimo il Comites del Messico, grazie allo straordinario appoggio dell’Istituto Italiano di Cultura, inaugurerà l’esposizione pittorica, fotografica e scultorica degli “Artisti italiani in Messico”. Una briciola della nostra vita culturale italiana in questo grande Paese, la dimostrazione di come esista un mondo italiano che si sviluppa a vostra insaputa, prigionieri come siete dei votri pregiudizi e della tristissima cultura delle crociate.

Un saluto cordiale,
Paolo Pagliai
Presidente Comites del Messico

NON ABBIAMO SCOPERTO ORA I FANNULLONI.....LA MALATTIA DELLA CULTURA ITALIANA ALL'ESTERO E' CRONICA

INFORM - N. 54 - 17 marzo 2002
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Dalla Grecia...a proposito degli Istituti Italiani di Cultura

ATENE - A seguito della garbata polemica intorno alla cultura italiana all'estero, e premettendo che non ho niente di personale a favore o contro i direttori degli Istituti Italiani,vorrei aggiungere alcune mie semplici considerazioni sull'attuale situazione, sulla base della mia esperienza personale maturata in circa 22 anni come insegnante della Scuola Italiana di Atene.

Da moltissimi anni ormai la cultura italiana all'estero è veramente mal rappresentata, non tanto per colpa dei direttori, che anzi alcune volte grazie alle loro personali iniziative sono riusciti a creare attività interessanti nei paesi in cui si trovano ad operare (USA, Russia, Francia ecc.), ma quanto per una struttura trogloditica del MAE che non solo utilizza ancora leggi fasciste ma anche regi decreti (vedi Scuola Italiana all'estero).

Oltre questo sono ben note le relazioni clientelari di partito o non (per la destinazione non solo dei direttori, ma anche degli addetti culturali) oltre uno scarso interesse generale degli uffici addetti del MAE alla diffusione della cultura italiana all'estero.

Inoltre gli scarsi fondi a disposizione e la scelta, sempre del MAE, in linea di massima della programmazione culturale degli stessi Istituti, ha contribuito a diffondere una cultura italiana che veramente non ci fa onore.

A mio avviso tutte le rappresentanze italiane all'estero devono e possono svolgere molteplici attività e funzioni nel Paese ospite, servendo anche da trampolino di lancio delle nostre comunità lì presenti, stimolandole e rendendole partecipi di quella genialità italiana che purtroppo molto spesso è dimenticata da chi ci governa, ma che viene riportata immediatamente come esempio appena questa ci fa fare bella figura come italiani. Ben venga quindi una seria riforma degli Istituti che possa veramente rilanciare la cultura italiana all'estero. (arch. Angelo Saracini*) angisar@yahoo.it

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* Segretario Comites Grecia, Direttore "Identità"

Sig. Chiaberge:
le scrivo dal Messico, dove svolgo le mie attivitá professionali: giornalista, ricercatore e docente di linguacultura italiana presso l'Istituto Italiano di Cultura di Cittá del Messico. questa mattina mi son svegliato alle cinque e mezzo per poter raggiungere la sede dell'Istituto e offrire i miei servizi da contrattista in qualitá di docente. mi sveglio sempre una mezz'ora prima del dovuto per avere il tempo di sfogliare i giornali consultabili su internet. da questa parte del mondo, la fortuna vuole che si "viaggi" 7 ore indietro rispetto al fuso (o fusi?) italiano. questo mi permette, oggi 18 giugno, di poter conoscere immediatamente sveglio gli esiti del dibattito presso il Senato dell'ennesimo emandamento governativo al cosidetto pacchetto sicurezza. e mi domando, ancora una volta, da buon italiano che risiede e vive all'estero, com'e´possibile che in Italia si facciano cose cosí. e sempre sorge la tentazione di chiedermi con che faccia spiegheró ai miei studenti - che curiosi lo sono rispetto l'Italia, assetati di cultura e informazioni - che in Italia le cose vanno a rotoli. badi bene, non da un mese e mezzo a questa parte, ma da diversi anni. dacché, per esempio, la cultura che lei dice trovare sicuro asilo in patria e venir disprezzata e banalizzata all'estero, in realtá s'é trasformata nella cultura di chi comanda a colpi di spot televisivi, di insulti incrociati e assolutamente bipartisan e che fonda le proprie radici nell'egoismo miope di un popolo cui piace sentirsi tale, ma che nulla ha come nazione. e poi ci ripenso. e giungo in aula, con rinnovato entusiasmo e disposto a proporre e riproporre e difendere quell'Italia di cui ho effettivamente il ricordo. ma stia sicuro che non é il ricordo di una Sofia o di un Cesare, ma piuttosto é memoria, memoria di un'Italia che aveva i valori della pace, della giustizia, che parlava al mondo con il linguaggio della solidarietá e che, a chi in questi anni l'ha denigrata non all'estero ma in patria, non ha mai dato troppo credito ed ha continuato a vivere con dignitá.
é morto Stern qualche giorno fa. il sergente sulla neve. ma se lo ricorda costui? quello sí un uomo di cultura che peró, come tutte le persone colte, ha saputo essere umile e direi anche eroico nel suo silenzio. un'latra razza questa - in questo caso la categoria é utile. ed invece ci ritroviamo nel mondo di chi ha poco o nulla da dire, ma apre bocca - e mette mano alla tastiera del computer - ogni volta che qualcuno gli dice di farlo, riempendo pagine e spazi di dibattito con idee altrui.
non ho molto altro da dire, visto che il collega Paolo Pagliai ha riassunto egregiamente un pensiero comune tra coloro che vivono in Messico e qui costruiscono una comunitá italiana aperta e in continuo dialogo con la differenza che ci ospita. devo solamente aggiungere un ulteriore riconoscimento al personale - di ogni grado e livello - che lavora presso l'IIC della capitale azteca. deve infatti sapere - prima di voler fare d'ogni era un fascio...o proprio quello che vuol fare? - che tra mille difficoltá, presso l'IIC messicano si é riusciti a ristabilire quel che in Italia si va invece perdendo, ovvero un quadro democratico di funzionamento e nell'ambito del lavoro - dalla situazione contrattuale sino all'accademica - e nell'ambito della produzione culturale, che ha permesso di offrire un modello di riferimento del made in Italy che non parla solo di marchi e business, ma piuttosto di capacitá e creativitá poste al servizio del benessere e la crescita della collettivitá, italiana e messicana.
Matteo Dean

p.s.: lascio a questo spazio un ultimo commento sul tono e la prospettiva del suo "pezzo". mi piacerebbe chiamarla collega, visto che anche a me tocca l'onere - e non il vanto - di scrivere e comunicare; ma ho difficoltá a trovare similitudini con chi oggi assume toni francamente discriminatori e razzisti - che son di moda laggiú in Italia, per caritá, non le rimprovero incoerenza sociale, assolutamente - utilizzando terminologie che non le appartengono e che offendono - ma questo forse non lo sa - le popolazioni indigene di queste terre. purtuttavia lei non ha colpe: di questi tempi, a difendere una categoria come la nostra, "italiani emigranti" ma pur sempre migranti, si rischia la galera per simpatie extraitaliane.

p.s.2: non si sconvolga, la parola "linguacultura" non l'ho scritta male. é solamente un concetto glottodidattico che si sta sviluppando tra coloro che nell'insegnare la propria lingua agli stranieri, han capito che la lingua non si separa dalla cultura - come invece accade alcune volte a coloro che usano la lingua senza tenere cultura alcuna.

Gentile dott. Chiaberge,

Attività didattica proposta, sollecitudine del personale, gradevolezza degli ambienti, offerta culturale. Chi guardi all'attività dei Goethe Institut e a quella di certi Istituti di Cultura nota un abisso. Le nostre istituzioni culturali sono spesso velletarie nei programmi, pasticcione nella realizzazione e deboli nei risultati. Direttori e addetti che fanno uno la guerra all'altro, personale sindacalizzato, stagisti disorientati. Quelle del suo articolo sono parole sante, continui così!

Gentile dottore,

Ho letto con profonda tristezza e rammarico i suoi commenti sugli istituti italiani di cultura e i loro addetti. Sono uno studioso di letteratura e storia italiana che lavora con gli istituti di Edimburgo e Londra da più di vent’anni. I cosiddetti ‘fannulloni’ hanno collaborato, attraverso gli anni, alle le più svariate manifestazioni culturali, convegni e concerti, sempre prodigandosi e rendendosi disponibili con una gentilezza squisitamente italiana. A titolo d’esempio, nel novembre del 2007, a Glasgow, per celebrare il bicentenario della nascita di Garibaldi, è stato ‘ricreato’ un concerto del 26 maggio 1860 che servì allora per raccogliere fondi per I Mille. Le posso garantire che durante il lungo periodo di preparazione del concerto (ed anche dopo) lo spirito dei Mille era ancora vivo tra il personale dell’istituto di Edimburgo. Altroché 36 ore e 17 minuti di lavoro settimanale - avrebbero anche cantato in caso di necessità. La cultura italiana è conosciuta e apprezzata in Scozia (ed anche in Irlanda del Nord) come diretto risultato dell’impegno di questi addetti.

Infine volevo aggiungere che a Glasgow ci sono molti Rom che, come gli italiani che sono arrivati qui nel secolo scorso, hanno dato in importante contributo alla ricchezza del nostro paese.

Cordialmente,

Prof. Philip Cooke

Ieri sera, alla luce dei fatti, l'Italia ha passato il turno per i quarti di finale dell'europeo e, simultaneamente, alcuni commenti hanno ridimensionato i toni dell'articolo del Sig. Chiaberge.
E' decaduto, quindi, il paragone calcistico che ci inviava al campo santo anche all'estero per essere stati troppo inefficienti in BEN 88 Istituti Italiani di cultura sparsi nelle BEN 200 nazioni del globo.
Rimane sulla rete la provocazione fannullona e piccante di una penna ardita e poco informata nel senso che, forse, proprio perchè le realtà sono molte e variegate, allora è difficile conoscerle tutte adeguatamente e "fare di tutte le erbe un fascio".

A questo servono le continue segnalazioni e risposte sul blog che stanno integrando gli interventi di tipo più riflessivo con preziose testimonianze dirette su quanto avviene all'estero tra noi italiani che qui costruiamo un'altra Italia, spesso più rinnovata e creativa di quella che rimane sul territorio a ipotizzare identità fuorvianti e fantasiose per i famigeratio "italiani all'estero".

A fronte delle diversità delle situazioni nazionali degli Istituti di Cultura, l'improbabile generalizzazione del Sig. Chiaberge lascia intravvedere una posizione ideologica avversa al settore pubblico tous court piuttosto che una sana e produttiva volontà di critica dell'operato di funzionari precisi e politiche culturali specifiche che vengono solo vagamente abbozzate nel suo post.

Come si possono trovare esempi di sperperi ed eccessi, che vanno segnalati adeguatamente, si devono anche trovare (e sicuramente in maggior quantità) tutta una serie di iniziative di promozione e diffusione culturale che fanno onore al nostro paese e che vengono orchestrate e gestite da numerose figure profesionali.

Tra questi contiamo i direttori, gli addetti culturali, i contrattisti MAE, tanto vituperati nell'articolo, ed anche il personale contrattato in loco, i docenti di linguacultura italiana e tutti i portatori d'interesse legati all'istituzione.
Ciascuna di queste persone apporta forze e risorse differenti, sotto condizioni profondamente diverse, alla causa della promozione culturale dell'Italia all'estero. Possiamo provare a distinguere, elencare, documentare e capire chi siano e che cosa fanno in ogni paese senza cadere in generici esercizi d'opinionismo?
Come già molti interventi hanno implicitamente segnalato, a fronte di ogni anedotto, reale o fittizio, raccontato circa l'inettitudine del dipendente pubblico e volto a rafforzarne lo stereotipo di "fannullone", potremmo citarne altrettanti che lo ribaltano.
Allora diciamo basta alle mezze verità e raccontiamo anche i successi e non solo gli eccessi per non cadere nel qualunquismo e nel catastrofismo ideologico anti-statalista.
Lo Stato sbaglia e il mercato, anche.

A volte, però, i dati e le ricerche serie ci aiutano a sbagliare un po' meno e andrebbero citati un po' di più quando si questiona il funzionamento di un sistema. Cito l'articolo: sono i Rom della cultura? Un'emergenza per l'erario? Sposano indigene e indigeni? Tolleranza zero?
Sig. giornalista,
Ma quali dolci fraseggi rimasticati e diffusi da qualche mese soprattutto dalle TV e, in questa occasione, dalla rete, deve mai scorgere il mio occhio sullo schermo oggi?

Non prendo le difese di chi non fa nulla e vive sulle spalle degli altri, cosa deprecabile che sì accade in numerosi contesti lavoratovi; ciononostante, un post (o articolo) su un giornale serio e competente dovrebbe arricchire realmente le conoscenze e mettere a fuoco i punti d'osservazione del lettore, non propagare stereotipi.
Infine, mi piacerebbe che potessimo affrontare il problema della spesa pubblica da un'altra angolazione senza valutare le scelte matrimoniali dei contrattisti (categoria di cui non faccio parte).

In attesa di una Sua pronta risposta, porgo distinti saluti.
Fabrizio Lorusso ( http://fabriziolorusso.wordpress.com )

(professore di linguacultura italiana in Messico)

Gentile dott. Chiaberge,
contrariamente a quanto da lei ipotizzato, la squadra azzurra entra nei quarti di finale dei Campionati europei, dopo una bella partita con la Francia. La musa Eupalla, capricciosa e imprevedibile, come avrebbe detto il suo grande collega Gianni Brera, le ha forse voluto mandare un segnale di moderazione. La squadra non è poi così male, ha dato prova di volontà, di cuore e di buone capacità. La squadra degli addetti culturali degli Istituti Italiani di Cultura, che secondo le sue parole è l’equivalente della nazionale di calcio nel campo delle “olimpiadi dell’arte e della creatività”, potrebbe sorprenderla in un modo analogo se solo volesse conoscerla. Siamo una buona squadra, potremmo piazzarci bene nel campionato mondiale degli addetti culturali. Abbiamo perso qualche partita, ma anche giocato molto bene in altre.
Forse sarebbe bene pensare due volte prima di scrivere cose di cui poi ci si potrebbe vergognare. Anche perché io mi ricordo che lei, non più di tre anni fa, moderò con sapienza una tavola rotonda al Ministero degli Affari Esteri sull’identità culturale italiana. In quella occasione nulla disse circa l’inettitudine degli addetti alla promozione culturale, che oggi invece lei vuole far diventare il capro espiatorio della cultura italiana.
Su questo suo blog si legge una bella frase di Norberto Bobbio, secondo cui compito degli intellettuali è seminare dubbi. Molti giornalisti italiani stanno invece oggi seminando la tempesta della stigmatizzazione. Funziona. Individuare un nemico che ci impedisce di essere quello che la nostra vanità ci suggerisce che potremmo diventare, attribuire l’origine della nostra frustrazione a una qualche forza esterna, facilmente isolabile ed etichettabile (non importa chi, ebrei, rom, impiegati pubblici, addetti culturali) ha sempre funzionato per giustificare orribili misfatti.
Sono convinto che molti degli apprendisti stregoni che rimescolano il calderone mediatico facendo ribollire queste forze oscure sono mossi dalla volontà di cambiare l’Italia in senso modernizzatore. Non voglio invece pensare che siano semplicemente i violinisti di una campagna orchestrata che punta all’abolizione della neutralità del settore pubblico per procurare facili sistemazioni ai figlioli della casta.

Gentile Signor Chiaberge,
vivo all’estero, Detroit, ed ho letto con grande interesse il suo articolo ma non perche’ dice cose nuove, almeno per noi emigrati, ma perche’ quelle cose sono state pubblicate da un grande giornale in Italia.

Le cose che lei dice e’ una vita che le dico e le ascolto tra la nostra gente. E’ una vita che tentiamo di far capire che questo comportamento e’ contro gli interessi degli emigrati italiani e dell’Italia tutta ma la casta dei farnesini e’ insensibile ai nostri suggerimenti e ai nostri diritti e continua sulla stessa strada.

Cosa ancora piu’ vergognosa e’ il comportamento degli enti che gestiscono i programmi della lingua italiana. Gestiscono centinaia di migliaia di euro e noi non sappiamo cosa ne fanno e non ne vediamo alcun beneficio nella comunita’. Il comportamento di alcuni di questi enti gestori e’ assolutamente vergognoso e nonostante le proteste nulla cambia anche per l’opposizione che alcuni consoli fanno ad ogni richiesta di trasparenza.

Cordiali saluti
Domenico Mancini - Detroit

Gent. Dottor Chiaberge,
non ho molto da aggiungere ai commenti dei colleghi al suo articolo. La sua qualità precipua – la generalizzazione – oltre che madre di tutti i malintesi è spesso figlia di assenza di cognizione di causa. Non intendo dilungarmi oltre se non per esprimere quanto segue:
1. La invito a visitare Cracovia – tra l’altro una città bellissima – e il nostro Istituto. Se lo vorrà fare Le darò volentieri copia del mio Curriculum vitae e sono disposto a farle prendere visione del mio statino paga.
2. La invito a riflettere sull’opportunità di pubblicare – se non una smentita – una qualche forma di errata corrige del suo articolo che prenda in considerazione la realtà degli Istituti Italiani di Cultura in toto, ad uso dei lettori – che di certo non spenderanno amenamente il proprio tempo a leggere le nostre reazioni sul Suo blog. A molti di loro – purtroppo – sarà bastata la prima pagina.
Grato fin d’ora per un Suo gentile riscontro
La saluto cordialmente
Salvatore Esposito
Impiegato a contratto I.I.C. di Varsavia
Sezione di Cracovia

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