Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell’arte e della creatività? L’equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas. Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all’estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti.
Ma non fanno bene né l’uno né l’altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all’altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.
Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza. Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi).
Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa per i campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti». Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.
Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l’incultura.
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Commenti
Luigi d Ambrosio 15/giu/2008 12:14:49
riccardo chiaberge 15/giu/2008 18:03:23
giuseppe scorsone 16/giu/2008 18:01:18
maria sica 16/giu/2008 19:51:00
Emilio Macchi Alfieri 17/giu/2008 08:07:19
angelo piero cappello 17/giu/2008 10:24:58
conlam 17/giu/2008 13:25:45
Alicia Mannucci 17/giu/2008 16:14:48
ugo rufino 17/giu/2008 17:22:52
Cristina Rizzotti 17/giu/2008 17:31:55
nando 17/giu/2008 22:34:18
angelo saracini atene 18/giu/2008 08:25:52
Sergio Coggiola 18/giu/2008 08:48:48
Stefano Pelaggi 18/giu/2008 11:36:15
Giovanni Sciola 18/giu/2008 12:31:07
p.cordone 18/giu/2008 15:43:03
Paolo Pagliai 18/giu/2008 16:31:01
angelo saracini atene 18/giu/2008 17:59:35
Matteo Dean 18/giu/2008 22:02:13
Anna Luisa Martini 18/giu/2008 23:09:34
Prof. Philip Cooke 19/giu/2008 00:26:43
Fabrizio Lorusso 19/giu/2008 00:49:09
Davide Scalmani, addetto culturale a Città del Messico 19/giu/2008 01:39:56
Domenico Mancini 19/giu/2008 04:13:40
Salvatore Esposito 19/giu/2008 09:50:50
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