CONTRAPPUNTO

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I nostri Blog

05/07/09

Il vescovo si evolve, il genetista no

Altro che Motore immobile. Con buona pace di Aristotele, tutto scorre e si evolve, pure il Padreterno. In un libro che sta facendo discutere l’America,The Evolution of God (Little, Brown & Co.), il giornalista Robert Wright traccia una storia dell’idea di Dio, dagli idoli dei cacciatori-raccoglitori fino ai grandi monoteismi globali del mondo contemporaneo, e con ottimismo obamiano ci vede un progresso lento ma costante: «Via via che crescono le aspirazioni della società – sostiene – Dio finisce presto o tardi per mettersi al passo, attirando una porzione più estesa dell’umanità sotto la sua protezione, o quanto meno sotto la sua tolleranza». A evolversi, ovviamente, non è il Creatore ma il modo in cui la gente lo rappresenta. Ognuna delle fedi abramitiche è diventata per così dire adulta interagendo e confrontandosi con altre confessioni su scala mondiale. Quando il Dio del Levitico esorta «ama il tuo vicino come te stesso» intende per l’appunto i vicini di casa e di villaggio, non gli idolatri della città accanto: ma quanto meno l’invito abbraccia tutte le tribù di Israele, delineando uno spartiacque che «espande il cerchio della fratellanza». Se oggi quel cerchio ci appare troppo angusto, è perché si è allargata la nostra sensibilità. E l’inno che cantano i bambini americani alla Sunday School, «Jesus loves the Little Children» («Rossi e gialli, neri e bianchi / Sono preziosi ai Suoi occhi») esprime quello che ai nostri giorni è considerato il concetto cristiano di «amore globale». Ma come la mettiamo con al-Qaida, i talebani e i fondamentalisti evangelici? E il reato di immigrazione clandestina, è un segno di progresso morale o un modo poco cristiano di richiudere il cerchio? Abbiate pazienza, ci tranquillizza Wright, l’evoluzione non è finita, Dio deve ancora crescere un po’. E prima di lui, i suoi servitori o sedicenti tali. 116

L’altro giorno il vescovo Sergio Pagano, prefetto dell’archivio segreto vaticano, ha invitato la Chiesa alla prudenza e all’umiltà in materia di ricerca sulle staminali, per evitare un nuovo caso Galileo. Ma il genetista Bruno Dallapiccola, presidente dell’associazione cattolica Scienza & Vita, lo ha subito rimbeccato: «Monsignore è troppo pessimista, la posizione della Chiesa sta diventando vincente». Strano rovesciamento delle parti, dove lo scienziato si mostra più papista del vescovo (e forse del Papa stesso). Parafrasando il Cardinale Baronio, contemporaneo di Galileo, potremmo dire che le Scritture insegnano come Dio ha creato le staminali, non quali staminali ci possono guarire, né tanto meno quali sia giusto finanziare . Evidentemente Dio si evolve, i Dallapiccola no. © RIPRODUZIONE RISERVATA

27/06/09

Il dispotismo morbido (secondo i neocon)

Sull’ultimo numero del «Weekly Standard», settimanale di destra americano, il filosofo neocon Harvey Mansfield mette in guardia dai rischi del «dispotismo morbido». Non si riferisce ovviamente ad Ahmadinejad e ai suoi sgherri, che di morbido hanno ben poco come purtroppo stiamo vedendo in questi giorni, ma a una «deriva» insidiosa, per quanto meno drammatica e nient’affatto cruenta, delle democrazie contemporanee. Il primo a parlare di «despotisme doux» è stato Alexis de Tocqueville: invece di far tremare la gente di paura, come le tirannie vere e proprie, questa forma di autoritarismo strisciante dispensa regalie ed elemosine ai cittadini-sudditi. In tal modo, spiega Tocqueville, «non spezza le volontà, ma le ammorbidisce, le piega e le dirige». Ti insegna perfino come migliorare la tua vita. Ma il prezzo delle elargizioni è di ostacolare e scoraggiare ogni attività politica e associativa, riducendo la democrazia a una massa di individui disgregati. Il dispotismo «dolce», sostiene Mansfield, è la minaccia più grave che oggi incombe sulle società libere: non gli stati canaglia o l’asse del Terrore,non qualche riedizione dei totalitarismi novecenteschi, ma un nemico subdolo, una sorta di Alien Tocqueville-3-FD dall’apparenza benigna e accattivante, cresciuto nelle viscere stesse del sistema. In un libro appena uscito da Yale University Press (Soft Despotism. Democracy’s Drift), lo storico Paul Rahe ricostruisce la genesi del concetto nel pensiero di Tocqueville, risalendo a due padri della democrazia che gli erano cari, Montesquieu e Rousseau. Il primo aveva teorizzato la «repubblica moderna» degli interessi commerciali, il secondo l’aveva demolita per la sua incapacità di promuovere la cittadinanza tra individui dissociati. Ma a differenza dei due presunti «maestri», Tocqueville dà più importanza ai processi storici che alle idee astratte. Vede nella democrazia un «fatto provvidenziale» che rischia però di essere svuotato da un individualismo avido, senza regole e senza valori. «Chi non ha fede – sostiene – è fatto per servire, e chi è libero deve credere». Il professor Mansfield, autore dell’articolo, è una testa d’uovo della Hoover Institution, noto think tank repubblicano. Senza bisogno di fare nomi, è chiaro chi per lui rappresenta l’ultima incarnazione del despota «soft»: un tipo alto e abbronzato che abita da qualche mese alla Casa Bianca, e promette una sanità più egualitaria e perfino un ambiente meno inquinato. Possiamo stare tranquilli: il discorso non riguarda noi.

20/06/09

Padre Pio e i miracoli di San Remo

In attesa di appiattirci sul digitale terrestre, la Rai tv ci sublima con l’analogico celeste. Accendi il primo canale venerdì sera e ti trovi catapultato nella piazza di Pietrelcina, patria di san Pio (sulla cui tomba a San Giovanni Rotondo pregherà oggi il Papa): sul palcoscenico, Massimo Giletti e Tosca d’Aquino intervistano una serie di devoti e miracolati eccellenti, tra i quali la figlia di Carlo Campanini (l’indimenticabile spalla di Walter Chiari negli sketch dei fratelli De Rege) che rievoca il primo incontro del padre col santo («Gli disse: promettimi che sposi quella donna»), e il giorno che gli apparve come un ologramma nel salotto della loro casa romana, senza muoversi dal suo convento. Giletti non fa obiezioni, al contrario di Totò, che più volte era stato invitato da Campanini a seguirlo nelle sue visite al frate con le stimmate, e lui all’ultimo momento si sfilava: «Scusami, Carletto, ma mi piacciono troppo le donne, non sono pronto a cambiare vita». Intermezzo musicale con Gigi d’Alessio, che alla domanda di Tosca sul significato della fede scatta come una guardia svizzera: «Bisogna credere nella Chiesa e in chi la rappresenta». Pazienza non credere in Dio, ma almeno nel Papa e nei vescovi! Anche se danno della rubamariti alla sua compagna Anna Tatangelo, e si infuriano se chiede trentamila euro per cantare alla festa della Madonna? Tranquilli, vulnus ricucito. Da San Remo a San Pio, la Rai è tutta un miracolo.Padre-pio
Santi superstar anche in Francia, dove perfino una scrittrice poco timorata di Dio come Alina Reyes (che vent’anni fa scandalizzò con Il macellaio) si appassiona al mistero di Lourdes (La ragazza e la Vergine. Storia di Bernadette, appena tradotto da Guanda). Convertita pure lei? Assolutamente no. Atea devota? Manco per sogno. Alina è soltanto una «libera pensatrice senza catechismo» che compie un cammino interiore per capire quale forza attragga milioni di pellegrini in quella grotta, a quella fonte. Probabilmente, più ancora che le malattie del corpo (col progredire della scienza, le guarigioni miracolose si fanno sempre più rare) molti vanno a curare le infermità dell’anima e le ferite di un’epoca senza fede che venera gli idoli del consumismo. Alina è innamorata di Bernadette e del suo mondo e sogna che per molto tempo ancora «uomini e donne del mondo intero possano venire qui a ritrovare il gusto della vita, ovvero della lotta spirituale, insieme alla pace nell’unione rinnovata del visibile e dell’invisibile». A differenza di certe primedonne nostrane, folgorate da inopinate conversioni sulla via di Montecitorio o di Saxa Rubra, la porno-scrittrice francese non indulge alla porno-religione. Non sfoggia misticismi da siparietto televisivo. E forse per questo non la vedremo mai seduta sulle poltroncine di Giletti.
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06/06/09

Io, elettore incerto. Per il premio Strega

Sulla scheda di colore verde chiaro c’è spazio per una sola preferenza. Ma i candidati sono dodici come gli apostoli, ed è dura scegliere. Mi prendo ancora qualche ora per pensarci. Astenermi? Questo mai. Potrei andare a deporre il mio voto nell’urna a Roma, giovedì prossimo, o più probabilmente lo manderò per posta come gli italiani all’estero. Non sono stati fatti sondaggi, tra i 400 votanti per il Premio Strega 2009, e comunque non sarebbe corretto divulgarli. Quel che è certo è che molti sono come me, indecisi. La campagna elettorale non è stata particolarmente feroce, né greve: non si sono viste foto compromettenti di festini con minorenni nella casa veneziana di Tiziano Scarpa, non risulta che la Procura stia indagando sull’uso dell’auto della Rcs da parte di Antonio Scurati, e Gaetano Cappelli non ha chiesto ai giurati se andrebbero a farsi curare dal dottor Andrea Vitali. Dopo le polemiche e le insinuazioni sugli intrallazzi sottobanco tra editori, e il ritiro del presunto favorito dalla competizione, il presidente Tullio de Mauro e il consiglio direttivo hanno dato un giro di vite al regolamento. Il telefono squilla di meno, gli uffici stampa non ti assillano più con le loro suppliche: «Mi raccomando, dai una spintarella al romanzo di Sbrodoletti, è già un classico del pulp postmoderno». Sarà per rispetto della privacy, o più banalmente per vergogna, ma ora le case editrici ricorrono a mezzi più discreti e anche più subdoli. I volumi finalisti ti arrivano accompagnati da una lettera nobilissima su carta intestata, in cui si decanta la «sobrietà» dell’autore «lontano da mode e clamori mediatici», la sua «straordinaria maestria», la scrittura che «non trasfigura o sublima la cronaca» ma «restituisce alla letteratura il suo valore di testimonianza». Tullio

Bene, bravo, e allora? In cosa posso esservi utile? Leggi e rileggi la missiva, e non ci trovi una richiesta di voto. Solo disinteressati auguri di buona lettura, inviti a «condividere degli spunti di riflessione» e tutt’al più a esprimere un parere. Parere? Che se ne faranno del mio parere? Francamente, preferisco i politici coi loro slogan un po’ goffi, come un candidato alle provinciali che esorta: «Facciamolo nostrano!» (non allude al sesso, ma ai salumi Dop appesi sullo sfondo). Quel tizio non si accontenta che io condivida con lui il piacere del culatello, mi ingiunge di scrivere il suo nome sulla scheda. Sapete che vi dico? Allo Strega, quasi quasi, voto per qualcuno che non si è fatto raccomandare dall’editore, o che mi ha chiesto di votarlo senza tante perifrasi – a patto che il libro sia bello, cosa che ultimamente sembra contare sempre meno. Non sarà un «voto utile», magari resterà fuori dalla cinquina, ma noi della Domenica siamo così: non ci piace fare branco. © RIPRODUZIONE RISERVATA

30/05/09

Dio è tornato. E fa la colletta

Che «God is back», che Dio sia tornato in auge anche nell’Europa atea e illuminista, come annunciano John Micklethwait e Adrian Wooldridge nel loro ultimo libro, ne avevamo sentore da un pezzo, ma oggi ce ne fornisce una prova in più la colletta che si fa in tutte le parrocchie italiane per aiutare le famiglie impoverite dalla crisi. Il Prestito della speranza promosso dalla Cei sull’esempio del «fondo» milanese del cardinale Tettamanzi sembra confermare quella ripresa di iniziativa sociale della Chiesa in stile «americano» prevista dai due giornalisti dell’«Economist». Lungi dall’essere dei relitti medievali come vorrebbero i New Atheists alla Dawkins, le organizzazioni religiose svolgono un compito insostituibile nelle società contemporanee. E per questo stanno conoscendo un revival sorprendente in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, smentendo le profezie che vedevano nella diserzione di massa dai luoghi di culto e nel ripudio di ogni credo trascendente una conseguenza ineluttabile della modernizzazione. Per Micklethwait e Wooldridge il successo di predicatori e di imam si spiega con l’adozione di tecniche manageriali simili a quelle delle grandi corporation. Come in America, anche in Europa la religione sta diventando un business competitivo con «imprenditori della fede» che si mettono al servizio dei propri clienti e consumatori. Tettamanzi.Card.

Se la prima parte del ragionamento convince, la seconda un po’ meno. Come obietta il sociologo John Gray, direttore della London School of Economics, non è affatto detto che il revival di Dio nel vecchio continente ricalchi l’American Way: così come la globalizzazione ha prodotto vari modelli di capitalismo, anche la convivenza tra modernità e religione può seguire percorsi diversi. E comunque, il libero mercato delle fedi è difficilmente proponibile in un Paese come l’Italia dove vige un concordato tra Stato e Chiesa cattolica. Nella sua rubrica su Panorama, il «crociato» Magdi Cristiano Allam racconta di essere rimasto sconcertato, durante una messa nel Duomo di Milano, «dalla presenza di circa un centinaio di fedeli in uno spazio che ne può accogliere migliaia. Ho compreso che, se la chiesa fosse stata piena di cristiani, lo scorso 3 gennaio piazza del Duomo non sarebbe stata occupata da migliaia di islamici». Come se tutto si riducesse a un problema di muscoli e di rapporti di forza sul campo di battaglia, a una sorta di Lepanto globale. Sarà anche vero, come sostiene il Cardinale Camillo Ruini in un libro-dialogo con Ernesto Galli della Loggia (Confini, Mondadori), che una parte dei cattolici rifiuta per principio e in ogni caso l’uso della forza, rifugiandosi in una fede buonista e «disincarnata». Ma cosa c’è di più incarnato della carità e di più disincarnato di una dottrina punitiva e astratta, avulsa dai problemi quotidiani dei mortali? Con buona pace di Magdi Cristiano, forse anche le chiese tornerebbero a riempirsi se i porporati mostrassero più cuore che muscoli. © RIPRODUZIONE RISERVATA

27/05/09

Il paesaggio spacca la maggioranza

Dopo il contrappunto di domenica, oggi ci arriva questa notizia da Montecitorio. Il paesaggio spacca le forze politiche, anche all'interno della maggioranza. La nostra stima e la nostra solidarietà all'on.le Granata. Il seguito alla prossima puntata.

(ANSA) - ROMA, 27 MAG - Maggioranza divisa in commissione Cultura alla Camera sul parere al regolamento di riorganizzazione del ministero dei Beni Culturali, predisposto dal ministro Sandro Bondi. Pdl e Lega sono contrarie ad alcuni degli accorpamenti di dipartimenti proposti nel provvedimento, a partire da quello che smantella il Parc, la direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio unificandola alla direzione generale per i beni architettonici, storico-artistici ed etnoantropologici, nella direzione generale 'per le belle arti'. Il relatore del parere in commissione, Fabio Granata (Pdl), tenta una mediazione che non va in porto e alla fine si dimette. "Come Pdl e Lega - spiega - abbiamo proposto a Bondi un diverso schema di accorpamento evitando lo smantellamento della direzione per la qualità e la tutela del paesaggio, ma è stato impossibile arrivare a qualsiasi soluzione. Per me, però, la tutela del paesaggio è fondamentale e, in questo modo, ha un forte ridimensionamento. Quindi, per non mettere in crisi il governo su questo ho preferito dimettermi e astenermi nel voto finale sul parere". A quel punto è stata la presidente della commissione, Valentina Aprea a fare da relatrice e il parere è passato con il voto favorevole della maggioranza e quello contrario dell'opposizione che aveva predisposto un proprio parere del tutto diverso. "Alla fine - attacca Giuseppe Giulietti parlando anche per articolo 21 - è successa una cosa mai vista: in commissione la maggioranza ha votato a favore perché è stata messa una sorta di questione di fiducia dal governo". Il Pd va all'attacco: con l'eliminazione della direzione sul paesaggio, sottolinea la capogruppo il commissione Manuela Ghizzoni, "la bellezza dell'Italia è a rischio". "Figuriamoci - attacca anche Emilia De Blasi - adesso che faranno pure il piano casa...Bondi che è tanto attento alla bellezza dovrebbe fare anche attenzione a una cosa che fa rima con essa: la sicurezza". Anche la Lega ha delle perplessità sulla parte del paesaggio e su quella che prevede la divisione tra la tutela e la valorizzazione dei beni. "Il rischio - sottolinea la capogruppo del Carroccio Paola Goisis - è quello di eco-mostri. Inoltre noi siamo critici sulla questione della valorizzazione che deve essere in capo alle regioni: non si deve tornare ancora una volta al centralismo".(ANSA).

24/05/09

L'Abruzzo alla prova del (l'art.) 9

Il primo banco di prova sarà la ricostruzione in Abruzzo. «Le New Town non ci piacciono, – dice Fabio Granata, reduce da un sopralluogo nell'area del sisma. – Noi vogliamo che i centri storici vengano ricostruiti com’erano e dov’erano. L’Italia non ha forse la migliore scuola di restauro del mondo, maestranze qualificate, architetti e artigiani che all’estero ci invidiano? Mettiamoli al lavoro. Il paesaggio è la più grande infrastruttura immateriale del nostro Paese, dobbiamo fare di tutto per preservarlo». L’onorevole Granata (foto), capogruppo del Pdl alla commissione Cultura della Camera, è un cinquantenne siciliano pugnace, che in passato ha svolto con encomiabile testardaggine il ruolo di assessore ai beni culturali di una Regione poco propensa alla legalità, e forse per questi meriti è stato mandato a Roma. A Montecitorio ha fondato l’Associazione Art.9 per la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico, a cui per ora hanno aderito una decina di deputati del centrodestra, ma che dopo le Europee aprirà anche a esponenti dell’opposizione. Spiega Granata: «Vogliamo creare una lobby parlamentare che intervenga a sostegno della legislazione ambientale e corregga la rotta di provvedimenti governativi come il piano casa, oltre a una rete di collegamento con le associazioni attive su questo fronte». Granata

Cosa dice l’articolo 9 della Costituzione? «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La Repubblica: dunque lo Stato e le amministrazioni locali, non i privati o gli sponsor per quanto benemeriti. Un impegno per il quale c’è bisogno di denaro e di quell’armata di sceriffi dell’arte meglio noti come sovrintendenti, che spesso vengono considerati fastidiosi intralci. La conservazione (dei monumenti come dei boschi e delle coste) era appunto un tempo la bandiera dei conservatori, degli uomini di destra come Montanelli, ostili a una modernizzazione sgangherata e cialtrona. Ora, agli occhi di certi neocon nostrani, è diventata il distintivo di una sinistra al caviale nemica del progresso. Per fare un dispetto ai radical chic con tre cognomi che non vogliono l’autostrada sotto la villa nel Chiantishire, rischiamo così di assecondare i cynical chic che plaudono al decisionismo cementizio e spernacchiano ogni scrupolo ambientale come ubbìe di malinconici passatisti. La storia del conservatore montanelliano Fabio Granata ci insegna invece almeno due cose: primo, che la cultura non è un orticello esclusivo della sinistra; secondo, che per quanto pletorico sia il Parlamento, gli Onorevoli degni di questo nome non saranno mai in soprannumero. © RIPRODUZIONE RISERVATA

18/05/09

Urge respingimento. Del barbaro che è in noi

A dispetto del titolo non è un pamphlet pro o contro i «respingimenti» dei clandestini, il nuovo libro di Luca Canali Fermare Attila (Bompiani). L’Attila che il famoso latinista ci esorta a fermare non ha la pelle scura, non parla un’altra lingua, non solca il Mediterraneo con le navi dei disperati. Attila è qui da sempre, nostro vicino di casa, collega di scuola e di lavoro con regolare permesso di soggiorno. Attila siamo noi italiani, europei e occidentali che stiamo buttando a mare la tradizione classica, unico antidoto all’avanzata della barbarie. C’è ovviamente, in questo appello, molta della passione di chi ha fatto delle lettere antiche la propria ragione di vita. Ma i mali che denuncia Canali fin dalle prime righe sono difficili da negare: «il mercato cinico e selvaggio; la pubblicità urlata; la televisione frenetica, violenta e gesticolante; la dismisura dei consumi; le menzogne propagandistiche e i luoghi comuni della politica». Insomma, «una generalizzata e massiccia caduta di stile che sta coinvolgendo l’intera nazione». Contro questa barbarie dilagante l’idea di «mettere in salvo e divulgare testi classici e sfondi storico-culturali che rischiano di essere accantonati nelle scuole e nelle università» non sarà un’arma risolutiva, ma va presa sul serio. Frequentare il mondo classico è una palestra di intelligenza e di vita, un modo per allargare la mente e accogliere la diversità. Roma «dominatrice delle genti», potenza imperialistica e aggressiva – ricorda Canali – «ebbe anche la vocazione, o la saggezza, di aprirsi agli influssi culturali dei popoli assoggettati». Una Roma che non si vergognava di essere multietnica. Attil01-01

A parte Appio Claudio, Pomponio Attico e Giulio Cesare, nessuno dei grandi intellettuali e politici latini era nato a Roma. Livio era di Taranto, Virgilio mantovano, Catullo veronese e Cicerone di Arpino, i due Plinio vecchio e giovane entrambi di Como. Per non parlare del gallo Cecilio Stazio, del cartaginese Terenzio, degli spagnoli Quintiliano e Marziale, dell’algerino Apuleio. Forse qualcuno di loro era immigrato clandestinamente e neppure registrato all’anagrafe. L’imperatore Claudio liberò alcuni dei suoi schiavi e li fece entrare nel governo, e più tardi l’Urbe fu retta da sovrani di sangue spagnolo e africano. Nell’Italia di oggi, che considera un’offesa l’aggettivo multietnico, servirebbe un decreto d’urgenza che preveda il «respingimento culturale». Ma al contrario delle barche degli scafisti, per fermare i velieri dei nostri pregiudizi non ci sono motovedette, né possiamo chiedere aiuto al colonnello Gheddafi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

10/05/09

Quando lo scienziato vuol fare il guru

Francis_collins Forse non giocherà a dadi, come diceva Einstein per sfottere Bohr e le sue diavolerie quantistiche. Ma a rimpiattino, o alle tre carte, ci gioca eccome. E si diverte pure. È proprio nei labirinti e nelle apparenti incongruenze della fisica subatomica, su cui si spaccano le meningi gli scienziati, che si nasconderebbe la mano di Dio: il bizzarro e imprevedibile comportamento delle particelle prova che l’universo ha «un certo grado di libertà» e che il Creatore sarebbe in grado di influenzarne l’evoluzione «in modi estremamente sottili». Anche quelli che chiamiamo miracoli, gli eventi che ci sembrano violare le leggi di natura, rientrerebbero in un disegno trascendente. A sostenerlo non è un teologo dall’immaginazione troppo fervida ma uno dei nomi più prestigiosi della biologia contemporanea, quel Francis Collins che ha diretto per molti anni il Progetto Genoma. Da tempo, il professor Collins ha messo a rumore la comunità scientifica col «coming out» del suo ritorno al Cristianesimo: in un libro di successo, Il linguaggio di Dio (Sperling & Kupfer), racconta di aver ritrovato la fede nelle spire della doppia elica e dimostra che Darwin non è incompatibile con le sacre scritture. Una sfida agli atei bigotti e ai creazionisti, e insieme una netta presa di distanze dai teorici del Progetto Intelligente, da quell’idea di un «God of the Gaps» di un «Dio tappabuchi» che corre a colmare le lacune dell’evoluzione. Adesso Collins fa un passo ulteriore: anche nel settimo giorno e negli eoni successivi, il Padreterno non se ne sta in panciolle, ma continua a dare di tanto in tanto un aiutino, una spintarella al cosmo e all’umanità. Non un tappabuchi, ma una Beautiful Mind che gode a sorprenderci con le sue stranezze, come il Cappellaio di Alice.
Collins non è il primo né il solo scienziato che, giunto al culmine della carriera, si scopre una vocazione mistica e indossa la tonaca del santone. Anni fa, nei circoli intellettuali chic, andava forte il fisico Fritjof Capra, secondo il quale la visione quantistica del mondo sarebbe in perfetta sintonia con le cosmologie orientali, dal Buddhismo al Taoismo. E resiste sulla breccia il teorico di Gaia, l’ormai novantenne James Lovelock, che vede nella Terra un organismo vivente, una divinità che farebbe volentieri a meno di noi umani.
È vero che l’impresa scientifica è spesso frustrante, e che di questi tempi i libri di religione tirano più di quelli di scienza. La teologia deve essere aggiornata per scongiurare altri casi Galileo, ed è giusto disarmare i crociati delle due fazioni. Ma divinizzare la natura e confondere la scienza con la fede rischia solo di fare danni, all’una come all’altra.

04/05/09

I furbetti dell'eurocasta italiana

Chi si ostina a guardare a Bruxelles come a una specie di corte d’appello o di lavanderia etica delle magagne nazionali e con questa chimera nel cuore si appresta a eleggere il proprio rappresentante alla Ue il 6 e 7 giugno, farà bene a leggersi prima l’impietoso pamphlet di Alessandro Caprettini, L’eurocasta italiana, in libreria da martedì per Piemme. A parte poche eccezioni, il drappello tricolore degli eletti a Bruxelles e Strasburgo si è distinto più per il livello degli emolumenti (superiori a ogni altro paese) che per la qualità del suo contributo. Un paio d’anni fa Caprettini, che è inviato a Bruxelles per «Il Giornale», fu avvicinato da due onorevoli, uno di centrodestra l’altro di centrosinistra, che gli indicarono un collega finlandese. Era il nuovo capo del Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, e aveva appena presentato i suoi piani in Parlamento. I due volevano proporgli di istituire una scuola per doganieri comunitari in Basilicata e chiesero al giornalista se poteva presentare lui la proposta. «Io? Che c’entro?», protestò Caprettini. E quelli: «Sì, ma tu parli inglese!». Come se l’inglese, per un europarlamentare, fosse un optional. Una Lilli Gruber, che parla correntemente, oltre all’inglese, anche tedesco e francese, un Jas Gawronski che comunica senza problemi coi polacchi, sono mosche bianche. Come sono pochi quelli che fanno il loro dovere: con il 68% delle presenze in aula, i nostri rappresentanti detengono il primato dell’assenteismo, e alla prima occasione se ne tornano a casa. De-gasperi
Nessuno si stupirà allora che dal 1979, anno in cui si decise l’elezione diretta, su dodici presidenti d’aula non figuri alcun nostro connazionale, a fronte di tre tedeschi, tre francesi, tre spagnoli. Anche olandesi, inglesi e irlandesi hanno ricoperto almeno una volta questo incarico: noi, niente. E dire che agli albori della Comunità, dal 1952 al ’79, abbiamo avuto ben cinque presidenze, e che presidenze: De Gasperi, Pella, Gaetano Martino, Emilio Colombo. Nomi che sono entrati nell’albo dei padri fondatori.
Come uscire da questo limbo? Il problema, ricorda Caprettini, è sempre quello: «le liste, e i nomi che ci metti. Servirebbe che ogni forza politica, anziché inseguire presunte celebrità dell’Isola dei famosi, comprimari di Ballarò, o elencare i nominativi di tanti cavalli di Caligola, stilasse un elenco con esperti di finanza, studiosi di informatica, conoscitori dei diritti civili e così via». Esperti, studiosi? Sai che palle. Lascia perdere, Caprettini. Teniamoci mezzibusti e veline, principi e assessori trombati: a Bruxelles avranno un motivo in più per non prenderci sul serio, e noi per continuare a lamentarci, e a riderci su.
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  • Riccardo ChiabergeRiccardo Chiaberge

    "Il compito dell'uomo di cultura è più che mai quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze" (Norberto Bobbio)
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