Non è la polvere maledetta che è costata a Morgan l’esclusione da Sanremo, e neppure quella che inaliamo spensieratamente per le strade di Milano, salvo tentare di esorcizzarla con le domeniche a piedi. La polvere cui allude il titolo del nuovo libro di Roberto Peregalli è un’entità impalpabile, quasi metafisica: la patina del tempo, che dà un’anima alle cose. «La pietra si sfarina, perde gli spigoli netti che aveva quando era stata scolpita, si smussa. Lo stesso accade al cemento, allo stucco...– scrive l’architetto milanese ne I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione (Bompiani). – La pioggia, il vento, la neve, il sole, le stagioni, con i loro climi diversi dialogano con l’intonaco, con le pietre, con i marmi, con il legno... Nulla può fermare questo processo, che non è decadenza o decadimento, ma è la vita stessa di un luogo». Alla lista degli agenti naturali Peregalli non ha voluto o potuto aggiungere i terremoti, la cui potenza distruttiva cancella o stravolge la fisionomia di una città. Ma mostra di considerare perfino più devastante l’azione di tanti suoi colleghi: «In ogni parte del pianeta – osserva – si continua incessantemente a demolire e ricostruire... Vogliamo intervenire sui luoghi come sulle persone, colonizzarli, azzerarne il senso per una strategia di benessere effimero». Invece, sostiene Peregalli, «...più che avallare le ricostruzioni, andrebbe preservata qualsiasi costruzione realizzata prima del Novecento. Anche ruderi, cascine, case, luoghi di nessuna importanza artistica apparente». Non solo i monumenti firmati, promossi al rango di beni culturali: un monumento «povero» andrebbe a maggior ragione tutelato, se il suo abbattimento rischia di sciupare «la magia dei luoghi». Le chiese dell’Aquila, per esempio, stanno a cuore a tutti, e chi vuole può adottare un restauro facendo un bonifico all’Arcidiocesi. Ma giustamente Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra, chiede al governo qualcosa di più: un piano unitario di ricostruzione che abbracci l’intero centro storico «con il suo tessuto di strade, piazze, edifici e relative funzioni sociali». Ubbie di intellettuali passatisti? Domandatelo agli aquilani: non c’è «unità abitativa» completa di frigo e microonde che valga il nostro quartiere, la nostra vecchia casa con la facciata impolverata.
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06/02/10
La nuova Aquila? Rinasca impolverata
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30/01/10
Baricco come Salinger: si ritira nel "Langheshire"
Orfano inconsolabile dell’adolescente newyorkese che ha dato il nome alla sua scuola di scrittura, Alessandro Baricco rende omaggio al genio di J.D.Salinger, morto a 91 anni nell’esilio volontario del New Hampshire. E loda con accenti commossi «quest’idea alta di pudore che conduce al riserbo e al silenzio». Mentre Alessandro Piperno, sul Corriere, si interroga: perché Salinger ha smesso di scrivere? O meglio perché, se qualcosa ha scritto dopo Il giovane Holden (1951) e i Nove Racconti (1953) l’ha lasciato nei cassetti? La vera domanda però è un’altra: sarebbe mai diventato un autore di culto, un’icona del Novecento, se avesse pubblicato non uno, ma dieci o venti romanzi come John Updike o García Márquez? Gran parte del mito di Salinger riposa proprio, oltre che sull’invisibilità, sulla singolarità irripetibile di quel capolavoro. Una meteora, un Little Big Bang che poteva sprigionare intere galassie narrative, e che invece ha generato quasi sessant’anni di buio, e insieme una radiazione di fondo che ne amplifica la magia. Verrebbe da domandarsi perché siano così pochi, nel mondo letterario, a seguire il suo esempio, disertando le luci della ribalta, lontano dalla curiosità dei cronisti e dalla malevolenza dei critici.
Non c’è bisogno di infrattarsi nei boschi del New Hampshire, bastano le colline di casa nostra. Vi immaginate i titoli dei giornali scandalistici? «Baricco colto dal teleobiettivo dei paparazzi nella sua tenuta delle Langhe». «Una rara immagine di Margaret Mazzantini in compagnia della tata cingalese, all’uscita da un supermercato». «Niccolò Ammaniti sorpreso sulla soglia del suo bunker in Calabria». Del resto, quante volte un esordiente osannato come il nuovo Proust al primo romanzo fa fiasco col secondo, o viene sbranato dalla fretta insaziabile degli editori? Ce lo ricorda J.Rodolfo Wilcock nel gustoso pamphlet curato da Edoardo Camurri, Il reato di scrivere (Adelphi). Tanto che qualcuno propone (esagerando) un «Premio Salinger opera prima e ultima» per scrittori e scrittrici che si impegnino a deporre la penna dopo il romanzo d’esordio. In palio un cospicuo assegno (diciamo un milione di euro) per comprarsi una casetta nelle Langhe o in Val Brembana. Ed entrare nella leggenda.
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24/01/10
Ragionevole durata anche per Dostoevskij!
Perché limitarsi ad abbreviare i processi? La «ragionevole durata» è un cruccio anche per i lettori di libri e gli appassionati di musica, che di solito non hanno reati sulla coscienza. Troppi romanzi-fiume, troppe opere liriche interminabili, che non bastano tre gradi di giudizio, a volte nemmeno un ergastolo, per arrivare in fondo e vedere il bene che trionfa sul male (il male, in genere, va più svelto). Vi pare un trattamento umano, per esempio, quello che ci infligge Dostoevskij con le 621 pagine (tascabili Garzanti) di Delitto e castigo? Il protagonista Raskol’nikov sarà pure uno squilibrato sedicente superuomo, ma Porfirij Petrovic, il giudice istruttore, è una tipica toga rossa – pardon, russa – che spedisce il povero assassino in Siberia senza uno straccio di prova, sulla base di una confessione estorta chissà come. Fermiamo la truce macchina giudiziaria zarista qualche capitolo prima, quando Raskol’nikov si pente tra le braccia di Sonja. Così vince il partito dell’amore, e il romanzo potrà essere intitolato, nello spirito dei tempi, Delitto e amnistia, o Delitto e prescrizione.
Molti altri classici andrebbero tagliati e riadattati alla sensibilità dell’Italia di oggi. Non è ragionevole la durata del Don Giovanni di Mozart: tre ore di gorgheggi e zumpapà prima che il cavaliere malvagio precipiti nelle fiamme dell’inferno. Siamo seri, chiudiamola lì alla fine del primo atto: Don Giovanni e Leporello sfuggono all’agguato di Masetto e compari e se la svignano in elicottero con la escort Zerlina alla volta di qualche paradiso fiscale (aria: «Riposate vezzose ragazze»). E come tollerare le esasperanti lungaggini dell’Ulisse omerico? Vent’anni lontano da Itaca, 24 libri, dodicimila esametri, e pretende pure di ritrovare la moglie ad aspettarlo. La riforma che suggeriamo permetterebbe all’eroe di restare nell’isola Ogigia al libro quinto, a fare acquascooter nel resort della ninfa Calipso, mentre Penelope si consola col più palestrato dei Proci. E i Promessi sposi? Fissiamogli un termine al capitolo 21: niente lanzichenecchi, niente peste, ma anche niente matrimonio tra i due fidanzati. Che Lucia si sposi l’Innominato, potente capoclan prosciolto grazie alla ex-Cirielli e all’intercessione del cardinale, che le procurerà una particina in qualche serial tv. E al diavolo quello sfigato di Renzo e la sua Tramaglino spa, azienda tessile del bergamasco, in cassa integrazione per la concorrenza dei cinesi.
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18/01/10
Testamento biologico: e se ci pensassero i parroci?
Nell'Italia delle crociate sui casi Welby ed Englaro qualcosa forse si sta muovendo, e proprio sul fronte cristiano. A dare il buon esempio è la chiesa valdese di Milano che nel dicembre scorso ha aperto uno sportello pubblico per raccogliere i testamenti biologici dei fedeli. In sole 4 giornate di apertura (di 7-8 ore in tutto - perchè lo sportello, animato da volontar, rimane aperto per 1-2 ore al massimo, ogni volta: più a lungo la domenica, prima e dopo il culto; un’ora nelle giornate infrasettimanali) sono stati raccolti quasi 200 biotestamenti, la maggior parte dei quali depositati da non valdesi: cittadini di confessioni e religioni diverse, oppure atei ed agnostici. Inoltre, sono state centinaia le visite al sito web
www.milanovaldese.it (dove sono consultabili tutti i documenti, le risposte alle domande più frequenti ecc) e le telefonate ed email di richiesta di informazioni pervenute alla Chiesa Valdese e alla Libreria Claudiana, dove lo sportello viene aperto nei giorni feriali. In attesa di una legge della Repubblica sul fine vita, (che forse non vedremo mai, o se la vedremo ci imporrà magari il sondino di stato) sono i cristiani scismatici a porgere un aiuto fraterno a chi chiede di potere esprimere le proprie volontà anticipate. E se i parroci cattolici seguissero l'esempio dei loro fratelli separati? Se bruciassero sul tempo un parlamento bloccato dai veti incrociati? Se facessero prevalere la carità sulla verità imposta dall'alto, l'amore cristiano sulla logica dello scambio politico?Scritto alle 16:05 | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)
17/01/10
Il business del matrimonio, da Hammurabi a Tiger Woods
Secondo Fortunato e Archetti la svolta è molto più antica, e fu dettata da ragioni prettamente economiche. I nostri progenitori e progenitrici decisero che era meglio formare coppie esclusive quando si convertirono da cacciatori a contadini: a quel punto, grosso modo diecimila anni fa, la terra diventò un bene scarso, la coltivazione si fece intensiva, e divenne conveniente trasmettere la proprietà ai membri della famiglia geneticamente omogenei. Così, come nei cartoni di Hanna & Barbera, Fred Flintstone impalmò la sua Wilma e insieme concepirono Ciottolina. Non tutti gli scienziati concordano con questa tesi. Il genetista Guido Barbujani ricorda che nel gioco dell'evoluzione vince chi fa più figli, e quindi i maschi dell'Homo Sapiens tenderebbero a fecondare quante più femmine possibile. La monogamia conviene solo alle donne. Fino a non molti millenni fa abbiamo vissuto da leoni: in piccoli branchi con un maschio dominante e un harem di leonesse. L'evoluzione della specie ci sta portando ora a una forma di monogamia seriale, dove uomini e donne inanellano matrimoni con partner diversi aumentando il successo riproduttivo. Certo i leoni di oggi hanno gli artigli un po' spuntati, come il campione di golf Tiger Woods, costretto a versare 300 milioni di dollari alla consorte inferocita. A Belfast, in compenso, circolano leonesse mature che amano troppo i leoncini, ma non di amore materno. E fanno pure le moraliste.
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09/01/10
L'arte dell'insulto secondo Bertrand Russell
«Più che le buone maniere – diceva Russell – i genitori dovrebbero insegnare ai figli la probabilità statistica che la persona che hanno di fronte sia buona quanto loro. Questo concetto è molto difficile da accettare; ben pochi di noi, per istinto, ci credono. Il nostro ego ci sembra così incomparabilmente più sensibile, perspicace, saggio e profondo di quello degli altri. Eppure devono esserci pochissimi individui per i quali questo è vero, ed è improbabile che tu sia uno di quei pochi. Non c’è modo migliore per imparare le buone maniere che vedere se stessi in termini statistici». Facile a dirsi, caro vecchio Bertrand. Prova a spiegarlo a uno di quei Superego maleducati (statisticamente diffusi) che si credono in diritto di insultare chi la pensa diversamente e se qualcuno li critica, invece di sfidarlo a duello, lo fanno bastonare dai loro bravi. In senso metaforico, s’intende.
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02/01/10
Leggere Montesquieu a Teheran
munirsi di letture ad alto potenziale. Come il massiccio, ma
godibilissimo saggio di Anthony Pagden, Mondi in guerra. 2500 anni di
conflitto tra Oriente e Occidente (Laterza), cinquecento pagine e passa di
cavalcata da Alessandro Magno a Bin Laden lungo la «linea di faglia»
che continua a dividere le due principali zolle culturali del pianeta.
In uno dei capitoli più penetranti del libro, lo storico
dell’University of California si sofferma sul barone di Montesquieu e
le sue Lettres persanes: romanzo fantapolitico pubblicato anonimo nel
1721 da un editore olandese, che racconta in forma epistolare il
viaggio di due Persiani immaginari, Usbek e Rica, nella Francia
prerivoluzionaria. In realtà, un geniale espediente narrativo per
mettere alla berlina i vizi dell’Ancien Régime, con l’ipocrisia dei
suoi costumi sessuali e la sua religiosità bigotta e oppressiva. A
proposito di fede e politica, Montesquieu fa dire al musulmano Rica:
«Quando vedo uomini striscianti su un atomo, la terra, che non è che
un punto nell’universo, proporsi direttamente come modelli della
provvidenza, non so come conciliare tanta stravaganza con tanta
piccolezza».
Per quanto riferita ai monarchi dell’Europa Settecentesca, la battuta
calza perfettamente agli Ayatollah dell’Iran di oggi, che pretendono
di amministrare il potere (e la forca) in nome del Padreterno. Ma
anche ai teocon americani che rivendicano il sostegno divino nella
guerra all’Asse del Male.
A differenza dei Persiani di Montesquieu, le ragazze e i ragazzi
dell’Onda verde di Teheran non trovano affatto grottesco lo stile di
vita occidentale. Sono relativisti in lotta contro l’assolutismo
teocratico. Chiedono le stesse cose che il filosofo francese teorizzava
due secoli e mezzo fa: la divisione tra religione e politica, la
separazione dei poteri, il diritto di manifestare contro il governo
senza essere bollati come nemici di Dio (o meglio, dell’Io di chi
comanda). Cose che a noi sembrano scontate, e che pure qualcuno ogni
tanto avrebbe la tentazione di toglierci. Se ne ricordino gli
europarlamentari in missione a Teheran, come i re Magi, dopo
l’Epifania: l’Europa che rappresentano è la terra di Montesquieu, non
solo quella del business.
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26/12/09
Il David rapito e il cinepanettone
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20/12/09
La rivincita del Bambinello su Papà Inverno
Anche nell’Europa dell’Est, dove si festeggia il ventennale della libertà ritrovata, il vegliardo con le renne sta perdendo quota. A Praga, addirittura, pare sia in corso una vera e propria insurrezione contro questo simbolo del consumismo americano, forse perché somiglia troppo al Papà Inverno dei sovietici. È ancora viva la memoria del commovente discorso natalizio pronunciato nel 1952 dal compagno Antonin Zapotocky: «I tempi sono cambiati – aveva detto il premier comunista. – I figli dei lavoratori non nascono più nelle stalle. Molte trasformazioni sono avvenute. Gesù Bambino è cresciuto e invecchiato e gli è spuntata la barba. Non va più in giro nudo e lacero, è ben vestito con un cappuccio e un mantello di pelliccia». Miracoli del socialismo reale. Bene: oggi nelle vetrine della Praga capitalista spopola il poverello di Betlemme. Papà Inverno lo hanno ricacciato in Siberia.
A voler cambiare il look al Nazareno sono semmai certi predicatori americani. Come padre Fernando Garay, esponente di punta della nuova «teologia della prosperità», che incita i parrocchiani: «Amiamo il denaro nel nome di Gesù. Anche Gesù amava il denaro». Basta pregare, e il diavolo della Crisi sarà sconfitto. Di Fernando potete fidarvi, perché prima di fare il pastore ha lavorato sei anni all’ufficio mutui di una società finanziaria.
Chissà come sarà il presepe del reverendo Garay, ammesso che ne abbia allestito uno nella sua chiesa di Charlottesville, Virginia. Immaginiamo che il Bambinello non nasca in una grotta, ma in una villetta unifamiliare acquistata con un «subprime». E i re Magi? Arrivano dal Dubai, seguendo la rotta del satellite coi loro fuoristrada stracarichi di debiti.
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14/12/09
La morte di Dio in prima serata
contrario di quello che il Papa si aspetta da noi. Come ha osservato
Aldo Grasso, il j’accuse di Benedetto XVI contro il «meccanismo
perverso» dei media che amplificano il male e intossicano i cuori è
stato approvato con fervore sospetto proprio da quelli che più
praticano un certo tipo di televisione: «A cominciare da Bruno Vespa
che per anni ha vissuto sui trans, sulle escort, sui delitti di Cogne
e di Garlasco, facendo vedere cadaveri e sangue, e non sembra avere
nessuna intenzione di smettere». «La tv è un mezzo straordinario, di
una complessità meravigliosa», sostiene il critico del Corriere, che
ha partecipato al convegno «Dio oggi» promosso dalla Cei: ma in essa
non c’è posto per l’assoluto. Soltanto il relativo fa audience.
Ecco dove si annida il mostro relativista e nichilista che sta
divorando la civiltà cristiana, e contro il quale il pontefice non si
stanca di metterci in guardia: non nei laboratori del Cnr o nelle aule
della Sapienza, ma negli studi di Saxa Rubra e di Mediaset. Nei
salotti catodici in cui tutto è opinione, perfino le sentenze passate
in giudicato. Dove i saccenti hanno la meglio sui sapienti, dove il
parere di una showgirl o di un bellimbusto ignorante vale più di
quello di un magistrato poco telegenico, i condannati per assassinio
diventano divi, le profezie maya sono messe sullo stesso piano dei
modelli elaborati dai climatologi, e i pregiudizi ideologici di un
sottosegretario hanno un peso superiore ai giudizi di uno scienziato.
E il premier, a seconda del colore di chi interviene, è per cinque
minuti un mafioso e un martire per i successivi cinque. Ma mai,
neppure un istante, quello che dovrebbe essere: un capo di governo
chiamato a rendere conto delle promesse non mantenute.
«Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e
responsabilità, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e
di logiche di potere»: sono parole di Joseph Ratzinger, nella sua
ultima enciclica. Già, la verità. Povera
veritas, quante volte ci capita di vederla seduta sui
divanetti televisivi, affollati di imbonitori? Altro che Scientismo
ateo: è dal Saccentismo mediatico che dobbiamo guardarci.
Anche e soprattutto quando si finge devoto.
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